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Kabul 2021 come Saigon 1975? Ecco come fu la giornata nera del ritiro Usa dal Vietnam

L’assedio delle forze comuniste. Il ponte aereo per l’evacuazione. Gli elicotteri schiantati in mare. Le scene di disperazione. Il racconto dell’operazione Frequent Wind, con cui gli Usa abbandonarono il Vietnam il 30 aprile di 46 anni fa

È stato il paragone più inflazionato nelle ore che hanno preceduto la presa del potere dei talebani in Afghanistan. Kabul come Saigon. Il 15 agosto 2021 come quel 30 aprile 1975 che segnò la fine della guerra in Vietnam. Il parallelo ha attraversato i social network e i mezzi di informazione americani (ne hanno parlato, tra gli altri, David Ignatius del Washington Post e l’ex ambasciatore Ryan Crocker sulla Cnn), ma anche le stanze della politica. Già giovedì Mitch McConnell, il leader della minoranza repubblicana al Senato, accusava: «È peggio di Saigon». Ieri il segretario di Stato Anthony Blinken ha replicato: «In Afghanistan abbiamo raggiunto gli obiettivi, non è stata un’altra Saigon». Ma cosa successe davvero nella città oggi ribattezzata Ho Chi Minh in quel mercoledì 30 aprile di 46 anni fa?


Il contesto

Saigon era la capitale del Vietnam del Sud sostenuta dagli Usa durante la guerra del Vietnam. Il conflitto durò dal 1954, quando il generale Vo Nguyen Giap del Vietnam del Nord sconfisse le truppe coloniali francesi, fino al 1975. Nel 1969 fu annunciato un graduale ritiro delle truppe statunitensi, che sfociò poi negli accordi di Parigi del 1973 tra Usa e Vietnam del Nord. Due anni dopo, nel marzo del 1975, la Camera dei deputati statunitense respinse il disegno di legge sugli aiuti militari supplementari di 300 milioni di dollari per il Vietnam del Sud. L’esercito e il governo del Vietnam del Sud, già in difficoltà, cominciarono a sgretolarsi.


L’operazione Frequent Wind

Martedì 29 aprile 1975, razzi e proiettili di artiglieria colpirono la base aerea di Tan Son Nhut. I caporali dei Marines Charles McMahon Jr e Darwin Judge, di 21 e 19 anni, erano di guardia: furono gli ultimi statunitensi a morire in servizio in Vietnam. Con le forze nordvietnamite alle porte di Saigon, l’attacco diede il la all’operazione Frequent Wind, che aveva l’obiettivo di evacuare i cittadini statunitensi. Nell’ambasciata di Saigon lavoravano – secondo le stime del Dipartimento di Stato – circa 5.000 americani. Solo in un secondo momento, per decisione dell’ambasciatore, nei piani di evacuazione rientrarono anche cittadini sudvietnamiti ritenuti «a rischio». La radio delle forze armate suonò White Christmas di Bing Crosby per avvertire che l’evacuazione era iniziata. Con le vie marittime bloccate e gli aerei che non potevano atterrare a Saigon, fu messo in piedi un ponte aereo: gli elicotteri caricarono cittadini americani e sudvietnamiti dentro i cancelli dell’ambasciata Usa e nell’area circostante. Davanti all’ingresso dell’edificio, circa 10.000 cittadini sudvietnamiti premevano nella speranza di riuscire a salire a bordo.

In cerca di una via d’uscita

Del 30 aprile 1975 rimangono le immagini – simili a quelle scattate a Kabul – degli elicotteri che si alzano in aria, e l’odissea dei boat people, i profughi di quei giorni. Restano i volti di famiglie separate, che imploravano aiuto, e i tentativi disperati di raggiungere l’ambasciata Usa. La stessa disperazione che emerge in tutta la sua durezza dalle immagini di queste ore, che mostrano civili afghani cercare una via d’uscita dall’aeroporto della capitale afghana. Allora, centinaia di civili sudvietnamiti cercarono di scalare le mura dell’edificio prima di essere respinti dai Marines. Altri riuscirono a entrare, per poi mettersi in attesa di un elicottero che li portasse su una delle navi al largo della costa. Quelle navi, ha raccontato l’allora corrispondente della Cbs Ed Bradley, fecero da sfondo ad alcune delle immagini più drammatiche di quel giorno. I piloti sudvietnamiti caricarono i loro elicotteri con familiari e amici, senza avere però esperienza nell’atterraggio su una nave in movimento: «Alcuni si abbassarono sulla nave a sufficienza per scaricare i passeggeri e poi si diressero verso il mare, saltando fuori con i giubbotti di salvataggio mentre i loro elicotteri si schiantavano in acqua». Dal 29 al 30 aprile, gli elicotteri atterrarono nell’ambasciata a intervalli di 10 minuti e alcuni piloti volarono per 19 ore di fila. Complessivamente, furono evacuate 7.000 persone in meno di 24 ore. Una delle foto più iconiche di quelle ore, circolata molto nei paragoni a mezzo social tra i fatti di Kabul e quelli di Saigon, mostra un membro della Cia aiutare alcune persone a salire con una scala su un elicottero.

La caduta di Saigon

Le forze nordvietnamite del Fronte di Liberazione Nazionale catturarono Saigon quattro ore dopo l’evacuazione degli ultimi cittadini statunitensi. Il corrispondente della Reuters scrisse che le prime truppe del Fronte di Liberazione Nazionale entrarono nel centro della città su una jeep: a bordo c’erano guerriglieri adolescenti e scalzi, seguiti da soldati regolari armati di fucili d’assalto e lanciarazzi. A fare irruzione nel palazzo presidenziale fu un carro armato, che sfondò il cancello principale, nonostante un soldato sudvietnamita disarmato stesse cercando di aprirlo. Pochi minuti dopo, la bandiera rossa e bianca del Governo rivoluzionario provvisorio sventolava dall’edificio.

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