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Eitan Biran: perché il ritorno in Italia del bimbo rapito dal nonno sarà molto difficile

La decisione spetta ai giudici di Tel Aviv. Serve un ordine che però sarà difficile ottenere in tempi brevi. E il tribunale potrebbe anche decidere di farlo rimanere in Israele

Far tornare Eitan Biran in Italia da Israele in tempi brevi potrebbe essere molto difficile. E lento, visto che potrebbe passare un anno o forse anche di più. L’avvocato Lorenzo Puglisi del Foro di Milano, specializzato in diritto di famiglia, spiega oggi in un’intervista a Repubblica che la decisione sul rientro spetta ai giudici di Tel Aviv. «Ci sono due strade che i familiari a cui il bambino è stato sottratto possono seguire: quella della denuncia penale perché è stato commesso un reato che prevede e l’arresto e la condanna da 1 a 4 anni, e quella civile che passa per la Convenzione dell’Aia del 1980 che è stata firmata da Italia e Israele». Ma in ogni caso per il ritorno del bambino serve l’intervento delle Autorità centrali dei due Paesi o un ordine di rientro firmato dal giudice israeliano. E nulla di tutto ciò è semplice e breve.


Secondo l’avvocato «la prima cosa da fare è rivolgersi all’Autorità centrale presso il dipartimento tutela dei minori che prenderà contatto con l’ Autorità centrale israeliana che dovrà cercare di localizzare il bambino e poi avviare un meccanismo di mediazione familiare per il rientro spontaneo del piccolo in Italia». Se questo non accadrà, «allora la decisione spetta al tribunale civile israeliano che dovrà aprire un procedimento giudiziario a cui spetta la decisione di un eventuale ordine di rimpatrio naturalmente dopo aver fatto un’istruttoria, sentiti psicologi, assistenti sociali, familiari e verificato l’interesse superiore del bambino». Ma, e questo è un rischio da non sottovalutare, il giudice potrebbe anche decidere di far rimanere Eitan in Israele.


«Ci sono dei casi in cui il Paese in cui è stato condotto il minore può rifiutarsi di consegnarlo. Ad esempio se i servizi sociali dicono che il bambino in Italia si ritroverebbe in una situazione di rischio o di maltrattamento, o comunque di sofferenza. Ma la famiglia italiana dalla sua ha un affidamento e dovrebbe essere quella israeliana a provare la sua inadeguatezza», spiega Puglisi. E questo forse spiega in parte le affermazioni sulle diversità religiose provenienti dalla famiglia Peleg. Ma soprattutto, per l’avvocato, «il vero problema è la tempestività, spesso i tempi si dilatano. E poi le modalità di questo rapimento lasciano pensare che il nonno possa avere un certo peso. È verosimile ipotizzare che il giudice emetterà un ordine di rientro ma poi anche per la semplice esecuzione potrebbero passare altri mesi».

Chi è Shmuel Peleg

Shmuel Peleg, nonno di Eitan e padre di Tal, 58anni, si è praticamente trasferito in Italia dal giorno della strage della funivia Stresa-Mottarone. Il Corriere della Sera racconta che era arrivato per la triste incombenza del riconoscimento dei corpi dei suoi familiari deceduti e poi era stato raggiunto dalla moglie separata Ester. La quale in seguito è tornata in Israele. Ex militare dell’esercito israeliano, dopo la pensione è diventato consulente di una azienda elettronica. Il quotidiano spiega che c’è chi dice che abbia avuto rapporti con i servizi segreti, ma la notizia non trova conferme da parte dei suoi legali, gli avvocati Sara Cazzaniga, Paolo Polizzi e Paolo Sevesi.

Peleg era in possesso del passaporto israeliano di Eitan che, nato in Israele, ha anche la cittadinanza italiana. «Non sono un rapitore», ha fatto sapere ieri da Tel Aviv. Secondo la tesi dei suoi avvocati non avrebbe commesso violazioni perché non gli sarebbe mai statonotificato alcun divieto di espatrio che riguardasse il bambino. I suoi legali hanno fatto ricorso anche contro la decisione del giudice di Pavia di invitarlo a riconsegnare il passaporto del nipote entro il 30 agosto, cosa che evidentemente non ha mai fatto. Era andato a prenderlo a casa alle 11.30. «Hanno parcheggiato lontano», ha spiegato Aya. Con lui probabilmente c’era la nuova moglie. Eitan era contento, ha raccontato la zia, perché sapeva che sarebbe andato a comprare «un giocattolo».

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