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Scuole aperte, classi vuote: l’ottimismo del Ministro stride con il caos nelle famiglie

La giusta battaglia del premier per mantenere aperte le scuola rischia di soccombere di fronte alle difficoltà di un sistema che non era pronto

Una delle scelte politiche più difficili compiute da Mario Draghi nel corso delle ultime settimane è stata la decisione di riaprire le scuole, nonostante la velocissima diffusione della variante Omicron. Una scelta che si è fondata, essenzialmente, su ragionamenti molto validi; non ha senso chiudere le scuole sapendo che i ragazzi vanno comunque in giro, e bisogna in tutti i modi ridurre il ricorso alla Dad, una forma di istruzione – parole del Premier – che accentua le diseguaglianze sociale. Dopo una sola settimana dalla ripresa, nonostante il Ministro Patrizio Bianchi non perda occasione di manifestare pubblicamente la propria soddisfazione per come stanno procedendo le cose, la scuola è nel caos: un caos normativo e organizzativo, che viene scaricato interamente sulle famiglie. Le chat di classe sono ormai dei bollettini informali che riportano ora per ora il numero di contagiati e la tipologia di tamponi svolti; le famiglie passano ore e ore in fila a fare tamponi – facendo lo slalom tra impegni lavorativi e personali – e i docenti navigano a vista, dando indicazioni di buon senso e cercando di spiegare il mosaico di regole applicabili.


Più che ad una ripresa della scuola, stiamo assistendo a un tragico e traumatico esperimento sociale, nel quale i genitori di bambini e adolescenti devono affrontare una prova di resistenza, il cui esito finale è sempre quello: la Dad. Perché il paradosso di questa vicenda è che nella prima settimana le classi che hanno svolto regolarmente la didattica sono pochissime. Qualcuno potrebbe obiettare, a ragion veduta, che c’è la variante Omicron, e non si può fare niente di fronte alla sua imperiosa avanzata. Dal punto di vista medico è un’obiezione certamente sensata, ma dal punto di vista delle regole no: per la scuola si è scelto di applicare un meccanismo – come al solito, estremamente complicato, con la distinzione delle soglie di contagiati secondo l’anzianità scolastica degli studenti – che è più rigoroso di quelle applicato per la vita quotidiana. Per capirci, un ragazzo che ha tanti positivi in classe non può più andare a scuola, scontando una sorta di quarantena didattica, ma può beneficiare delle regole  molto meno stringenti approvate con il decreto di fine anno per ogni altra attività umana: in altre parole, un ragazzo che ha troppi compagni di classe positivi non può andare a scuola, ma può uscire liberamente con gli amici, sulla base delle regole che sono state approvate per gestire la didattica e le quarantene.


Per non parlare dell’inadeguatezza di molti edifici, che dopo due anni di emergenza hanno, come unica misura di prevenzione, la finestra aperta (per carità di patria tacciamo sui banchi a rotelle, immagazzinati chissà dove). Si è compiuto, in questo modo, l’assoluto paradosso di agevolare, con l’apertura della scuola, esattamente la situazione che si voleva evitare. Anche il tema della diseguaglianza è rimasto in qualche modo impigliato in questa falsa partenza: la gestione di due o tre figli in questa situazione di Dad mascherata  è quasi impossibile, tra tamponi continui, orari non allineati e presenze fisiche a singhiozzo, per chi non ha aiuti familiari, mentre è certamente più sostenibile per chi può avvalersi di tate, badanti o di familiari a sostegno dei mille impegni aggiuntivi creati dall’emergenza scolastica. La scuola in presenza resta un valore assoluto da preservare: ma se diventa uno slogan dietro il quale si cela il caos, genera guasti simili a quelli che vorrebbe scongiurare.

Immagine di copertina ANSA

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