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Così la riforma del catasto ha fatto rischiare le dimissioni di Draghi

L’emendamento del centrodestra che sopprimeva l’articolo 6 non è passato per un solo voto. Secondo i retroscena il premier era pronto a salire al Colle

La riforma del catasto stava per far salire Mario Draghi al Colle. Per rimettere il mandato nelle mani del Capo dello Stato. Ma alla fine, per un solo voto, l’emendamento che ne chiedeva la cancellazione non è passato per un solo voto (22 a 23) in Commissione Finanze alla Camera. E così la revisione dei criteri per la mappatura degli immobili degli italiani alla fine è rimasta in piedi. Ma il pericolo scampato non fa esultare nessuno a Palazzo Chigi. Che guarda con preoccupazione alla saldatura del centrodestra su un tema di ostilità all’esecutivo. E a Forza Italia che è andata dietro alla Lega e a Fratelli d’Italia. Ieri il premier ha avuto un colloquio con Silvio Berlusconi. Che però non ha ceduto ribadendo il suo no a nuove tasse sulla casa.


Le nuove tasse sulla casa

Con ordine. La riforma del catasto annunciata nell’ottobre scorso dal governo Draghi prevede un aggiornamento dei criteri di misurazione degli immobili. Attualmente il valore fiscale di un immobile è determinato partendo dal suo estimo, il canone che in teoria si ricaverebbe dandolo in affitto. Gli estimi sono del 1991, con piccole correzioni successive. Con il nuovo catasto verrà rilevato il valore di locazione e di vendita degli immobili e su quella base, con nuovi coefficienti e correttivi, si pagheranno le imposte come l’Imu. In particolare, con il sistema in vigore, case e uffici non vengono misurati in metri quadri, ma in vani catastali. La riforma prevede invece l’adeguamento alla pratica del mercato. In più, con la mappatura aerofotografica del territorio sarà possibile identificare gli immobili non censiti. Sarebbero circa 1,2 milioni e quasi il 20% delle nuove edificazioni. Ma il punto sono le tasse: nelle grandi città e nelle località turistiche i valori fiscali sono tra la metà e un terzo del valore di mercato. Senza riduzione delle aliquote delle imposte crescerebbero considerevolmente.


La maggioranza che sostiene il governo Draghi sa benissimo che nel disegno di legge delega la revisione delle rendite catastali viene effettuata a fini conoscitivi e senza che questo possa essere utilizzato per aumentare le tasse sulla casa, come è esplicitato nel comma 2 lettera A dell’articolo 6 della riforma. Almeno fino al primo gennaio 2026, quando la nuova rilevazione catastale sarà completata. Ma nonostante questo ieri si è andati lo stesso alla conta in commissione sull’emendamento soppressivo dell’articolo 6 della delega del centrodestra unito tranne Maurizio Lupi, che già nei giorni scorsi aveva annunciato di aver ritirato la firma. Lega, Forza Italia e Coraggio Italia hanno votato compatti e con loro due deputati di Alternativa (Alessio Villarosa e Alvise Maniero). Sono arrivati a 22, e sono stati battuti dai Leu, Pd, M5S e Iv (Marattin, presidente, non vota) cui si uniscono sono uniti Schullian, Nunzio Angiola di Azione e Alessandro Colucci di Nci.

Pericolo scampato?

Pericolo scampato? Non proprio. Perché, come spiega oggi un retroscena del Corriere della Sera, Draghi è comunque furioso. A metà febbraio aveva spiegato ai partiti che potevano trovarsi un altro premier e un altro governo dopo lo stop in Aula alle norme sul contante. Oggi la pazienza dell’ex presidente della Banca Centrale Europea è finita. «Hanno provato sul serio a far male al governo», dice al quotidiano una fonte che ha parlato con il capo di Gabinetto Antonio Funiciello, che ieri si è precipitato a caccia di voti per scardinare il fronte del centrodestra. Alla fine proprio il voto di Lupi è risultato decisivo per vincere la battaglia.

E l’operazione di scardinamento è riuscita puntando sui ministri più fedeli a SuperMario. Il voto di Forza Italia è incomprensibile, dirà infatti a sera Renato Brunetta. «Inspiegabile» invece per Matteo Salvini è l’insistenza del premier nel bel mezzo della crisi in Ucraina e degli altri problemi che attanagliano il Paese, dal caro bollette all’inflazione. Salvini chiede un appuntamento al premier nel quale ribadirà, a sentire il suo sottosegretario al Mef Federico Freni, l’appoggio al governo della Lega che però non può venire meno «ai propri valori». Per ora la crisi di governo è scongiurata. Le dimissioni di Draghi anche. Ma per quanto?

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