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Ucraina, arriva il passo indietro di Nestlé: «Non pagheremo più tasse in Russia, stop a import ed export»

Dopo l’attacco di Anonymous e le critiche di Zelensky, la multinazionale svizzera ha deciso di limitare le sue attività ai soli prodotti essenziali

Alla fine anche Nestlé comincia a fare qualche passo indietro. Nella giornata di oggi, mercoledì 23 marzo, si registrano i primi parziali disimpegni della società che fanno presagire un prossimo ritiro dal mercato russo. Il brand alimentare di origine svizzera ha deciso di limitare le sue attività ai soli prodotti essenziali, come cibo per l’infanzia e nutrizione medica e ospedaliera. Sarà invece sospesa la produzione di altri marchi e prodotti come KitKat e Nesquik. L’azienda ha poi annunciato ufficialmente la «cessazione delle importazioni e delle esportazioni non essenziali da e verso la Russia», nonché di «tutta la pubblicità e tutti gli investimenti di capitale nel Paese» che dal 24 febbraio scorso sta portando avanti un’offensiva militare contro l’Ucraina. Il colosso alimentare ha anche fatto sapere che «non pagherà più le tasse in Russia» e che «qualsiasi profitto realizzato sarà devoluto alle organizzazioni di aiuto umanitario», in aggiunta alle «centinaia di tonnellate» di cibo e alla «significativa assistenza finanziaria» a sostegno dell’Ucraina e dei rifugiati, come si legge nella nota diffusa da Nestlé.


La notizia arriva all’indomani di una serie di eventi che hanno influito sulla decisione finale della multinazionale svizzera. Ieri il collettivo di attivisti di Anonymous aveva hackerato il database della società, “rea” di non aver ancora abbandonato le attività in Russia. Lo stesso collettivo cyber aveva rivendicato l’azione su Twitter, cedendo 10 gigabyte di dati privati della società. «Questa è una rappresaglia del collettivo per aver continuato l’attività dell’azienda in Russia», aveva scritto Anonymous nel copy allegando anche l’hashtag #BoycottNestlé. E, oltre all’attacco hacker, negli ultimi giorni si erano moltiplicate le critiche contro la scelta del gruppo di mantenere le attività in Russia, a partire da quelle aspre espresse pubblicamente dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky.


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