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«The Lancet» pubblica uno studio sulla presunta efficacia di Sputnik V. Ma i dubbi restano

La ricerca sul vaccino russo continua, insieme a palesi errori nel riportare i dati e la scarsa trasparenza

È apparso su The Lancet il nuovo studio su Sputnik V, ma il vaccino russo, composto da due adenovirus (rAd26 e rAd5) che veicolano l’informazione necessaria a suscitare la risposta immunitaria, continua a presentare problemi, soprattutto nel modo in cui i ricercatori vorrebbero dimostrarne l’efficacia, che suggeriscono essere del 93%. Il professor Enrico Bucci ha esposto su il Foglio i principali limiti del paper. «Il problema è quello di pubblicare senza prestare sufficiente attenzione alla maggior parte dei dati a supporto di una determinata narrazione – continua Bucci -, se la narrazione è quella che piace a te».


Come dovrebbe funzionare

Teoricamente Sputnik V dovrebbe essere efficace. Conosciamo infatti il principio di funzionamento: quello del vaccino adenovirale, che usa almeno un virus innocuo che colpisce i primati non umani, per veicolare un frammento genetico contenente le sole informazioni necessarie alle cellule per produrre la proteina Spike – in questo caso l’antigene del nuovo Coronavirus -, in modo da addestrare il nostro sistema immunitario a riconoscerlo preventivamente. Quelli prodotti da AstraZeneca e Johnson & Johnson sono per esempio dei vaccini basati su adenovirus.


Anche gli adenovirus hanno degli antigeni che possono essere presi di mira dal sistema immunitario e questo comporta dei problemi da risolvere, diversi da quelli che comportano i vaccini a mRNA. Figuriamoci se si usano due adenovirus, come appunto rAd26 e rAd5 di Sputnik V. Ma anche se potenzialmente un vaccino del genere promette di funzionare, occorre comunque trasparenza nel produrre i dati e rigorosità di metodo; tutti elementi che quando si parla del vaccino russo lasciano a desiderare, come abbiamo visto in diversi articoli. Trovate qui un aggiornamento su tutti i problemi emersi con Sputnik V.

Dubbi sulla revisione dello studio

Siamo alle solite. Ancora una volta il principale problema sta nei limiti di metodo e più precisamente sul modo in cui The Lancet avrebbe revisionato quest’ultimo studio sul vaccino russo. Chi si intende di questo importante processo – meglio noto come peer-review -, indispensabile per vagliare i lavori degni di apparire in una rivista scientifica, non risparmia pesanti critiche sulla condotta della Rivista scientifica.

Ancora una volta è stato pubblicato un manoscritto sullo Sputnik – continua Bucci su Cattivi Scienziati -, che non avrebbe dovuto superare nemmeno la revisione di un bambino. Il fatto è che Lancet ci sta abituando sempre più a revisioni improvvisate, o forse anche mancanti, vista la qualità e la quantità degli errori che si trovano sulle sue pagine patinate.

Lo studio consiste in una analisi retrospettiva sull’incidenza di infezioni Covid negli over 60, confrontandola con un gruppo di persone vaccinate col vaccino ChAdOx1 di AstraZeneca e col cinese BBIBP-CorV. Ne avevamo trattato qui. Uscito dai laboratori della casa farmaceutica governativa Sinopharm. Il 2 marzo ha ottenuto l’approvazione emergenziale del National Medical Products Administration (NMPA) di Pechino. Si basa come Sinovac sulla inattivazzione del SARS-CoV-2. Parliamo dunque di un principio di funzionamento del tutto diverso e meno promettente in termini di efficacia, che si attesta ufficialmente tra il 79 e l’86%.

Nello studio in oggetto tra i vaccinati con Sinopharm troviamo oltre 18mila decessi su più di 95mila contagiati. Se andiamo a controllare nelle tabelle riportate scopriamo che il 27,8% (5.208) avevano dagli 80 anni in su; ma vediamo anche 7434 decessi tra i 60 e 69 anni. Ma non è tutto, perché se diamo un’occhiata alla tabella relativa alla distribuzione del sesso nella stessa fascia di età troviamo percentuali assurde: 49,7% donne e 80,7% uomini. Capirete subito che la somma va ben oltre il 100%. Abbiamo riportato solo due esempi più immediati da comprendere, ma non sono i soli. Lo studio apparso su Lancet è disseminato da questo genere di percentuali prive di senso logico. Sorgono dunque legittimi dubbi sulla rigorosità della revisione, dando per scontato che ci sia stata.

Un nuovo appello alla trasparenza

Su The Lancet, come per tutte le riviste scientifiche serie, sono previsti vari strumenti di controllo anche dopo la pubblicazione, come la ritrattazione o l’invio di lettere all’editore. Bucci in particolare, assieme ad altri colleghi, aveva già sollecitato tramite la rivista l’invio dei dati grezzi da parte dei ricercatori, al fine di poterli accertare in tutta trasparenza. Abbiamo visto però che la risposta da parte di Mosca non è stata all’insegna della collaborazione, preferendo denigrare chi si limitava a fare delle domande di metodo, scatenando una vera e propria macchina del fango ai danni di Bucci e dei colleghi.

Sarebbe bello, visti tutti i problemi evidenziati – conclude Bucci -, poter accedere ai dati originali e verificare che, in tutti i casi, gli errori siano semplicemente dovuti a imprecisioni nella rendicontazione e revisione dei dati; ma ancora una volta, come ormai ci ha abituato Lancet, i dati originali non sono disponibili per le necessarie verifiche, nel senso che gli autori si riservano di fornirli entro 9 mesi dalla pubblicazione.

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