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Riforma della giustizia: non c’è l’accordo, domani nuovo vertice di maggioranza

Al centro dell’incontro il sistema elettorale del Csm e le “porte girevoli” tra magistratura e politica

Si è appena conclusa ed è stata aggiornata a domani 5 aprile alle 9 la riunione tra la ministra della Giustizia Marta Cartabia e i capigruppo della maggioranza per discutere degli emendamenti alla riforma del Csm e dell’ordinamento giudiziario, all’esame della Commissione Giustizia della Camera. Il vertice, ospitato dal Palazzo dei gruppi di Montecitorio, è stato definito dalla stessa ministra «a oltranza» fino al raggiungimento di un accordo, visto l’insuccesso dei tre incontri precedenti e i tempi che stringono, con l’esame calendarizzato alla Camera il 19 aprile (la Commissione si pronuncerà domani 5 aprile sui primi 11 articoli), il voto sui referendum fissato al 12 giugno e le elezioni del Csm previste per luglio. Dalle prime dichiarazioni sembra che le questioni più contestate, ossia il sistema elettorale del Csm e le cosiddette “porte girevoli”, non siano state ancora discusse. Affrontate, invece, quelle relative ai criteri di delega, alle valutazioni di professionalità e all’accesso alle funzioni.


Il sistema elettorale

Il nodo più spinoso da sciogliere è la modifica al sistema elettorale del Consiglio, ferma alla questione sorteggi. Dopo il no della ministra Cartabia al “sorteggio temperato” sostenuto da Fi, Iv e Lega perché giudicato incompatibile con la Costituzione, sul tavolo c’è il “sorteggio dei collegi” proposto da alcuni deputati leghisti. Caldeggiata dalla Guardasigilli, l’alternativa al sorteggio dei candidati prevederebbe la costituzione di sei collegi elettorali più grandi e poi la fusione casuale di quelli più piccoli, con l’obiettivo di impedire alle correnti di fare accordi anche all’ultimo momento.  


Le “porte girevoli”

L’altra questione da risolvere è quella delle “porte girevoli”, su cui i partiti sembrano aver trovato maggiori punti di sintesi. Un primo accordo punterebbe all’equiparazione tra i magistrati che assumono cariche di governo e quelli eletti in Parlamento o nei Consigli regionali: concluso il mandato finirebbero fuori ruolo per un certo periodo, mentre i magistrati candidati (ma non eletti) non potrebbero rientrare solo nei distretti in cui si erano presentati. Per quanto riguarda, invece, i magistrati che assumono alti incarichi amministrativi (capo di Gabinetto, capo ufficio legislativo), dovrebbero aspettare un anno per ritornare a funzioni giurisdizionali, tre per assumere ruoli direttivi o semi-direttivi.  

Il voto di fiducia

Sulla riforma, nuovamente sollecitata la settimana scorsa dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il presidente del Consiglio Mario Draghi aveva assicurato che non sarebbe stata posta la fiducia, incontrando il chiaro favore dei partiti. Ma il governo potrebbe rivedere la sua posizione se non si dovesse raggiungere un’intesa assoluta e la sola ipotesi che questo accada ha acceso le proteste della Lega e di Forza Italia, che minaccia di prendere le distanze dal provvedimento. Da qui l’insistenza della ministra Cartabia, che ha chiesto di concordare subito un testo che possa superare anche il voto al Senato, per evitare ulteriori trattative e ritardi. Non a caso, alla riunione sono presenti anche alcuni senatori.  

Le polemiche

Una parte dell’Anm, intanto, contesta la presenza al tavolo della trattativa di Cosimo Maria Ferri, deputato di Italia viva e magistrato in aspettativa, ex capo corrente di Magistratura indipendente, sotto inchiesta disciplinare al Csm per il suo coinvolgimento nel maggio 2019 nelle trattative per orientare il voto sul procuratore di Roma. Secondo l’ex presidente dell’Anm e oggi segretario di Area, Eugenio Albamonte, sarebbe un palese conflitto di interessi.  

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