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Attanasio, parla il padre dell’ambasciatore ucciso in Congo: «Non credo alla ricostruzione ufficiale, pronti a rivolgerci a Draghi»

Salvatore Attanasio all’AdnKronos riconosce il pieno sostegno della Farnesina nelle indagini sull’omicidio di suoi figlio, ma si dice pronto a fare pressioni sul premier e il Capo dello Stato se fosse necessario: «Anche papa Francesco ci è stato vicino»

È passato più di un anno dalla morte di Luca Attanasio, l’ambasciatore italiano nella Repubblica democratica del Congo ucciso in una imboscata nei pressi di Goma, il 22 febbraio 2021. E il padre, Salvatore, in una intervista rilasciata a Ileana Sciarra di Adnkronos fa capire che non è soddisfatto della ricostruzione fatta da parte della procura di Roma della morte del figlio. Mancano ancora, dice, «verità e giustizia». L’uomo spiega che a dar energia alla vita della sua famiglia ora è l’affetto verso le tre nipoti, una di cinque anni e mezzo e due gemelle di poco meno di quattro anni. «Come si fa a spiegare loro quel che è successo? La verità va trovata anche e soprattutto per queste tre creature. Quando saranno grandi si renderanno conto del padre che hanno avuto e ne saranno orgogliose, ne sono convinto. Luca è stato un figlio e un padre straordinario, credeva in un mondo migliore e lavorava ogni giorno per cambiarlo in meglio, non a caso lo slogan dell’associazione che ha fondato, ‘Mamma Sofia’, è: ‘ridisegnamo il mondo’. Lui ci credeva fermamente, era un sognatore che guardava oltre il suo naso. Aveva tanti sogni, la sua forza era credere nei sogni che aveva e tentare di realizzarli».


«Nessun rapimento»

Sulla strada appena fuori Goma, oltre ad Attanasio, ambasciatore di 43 anni, sono morti il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista del World Food Programme (Wfp) Mustapha Milambo. La procura di Roma sostiene sia stato un rapimento finito male, ma il padre di Luca Attanasio non è d’accordo: «Sin da subito abbiamo capito che la storia del rapimento finito male era una messinscena. A nostro avviso, certamente di sequestro non si tratta, altrimenti non sarebbe finito in quel modo. Nessun rapitore uccide un ostaggio senza nemmeno aver tentato di ottenere qualcosa in cambio, ci sono troppe, troppe incongruenze. A 100 metri dal luogo dove sono stati uccisi il nostro Luca, Iacovacci e Milambo c’è un check point che quel giorno guarda caso era vuoto. Su 7 rapiti sono stati uccisi», oltre all’autista del Wfp, «solo i nostri due connazionali, gli altri non hanno riportato nemmeno un graffio, com’è possibile?».


Nei giorni scorsi alcune testate italiane hanno parlato dell’ipotesi che dietro la morte dell’ambasciatore ci sia un complotto di alte sfere delle Forze Armate della Repubblica democratica del Congo (Fardc) nel quale sarebbero coinvolti anche membri dell’intelligence, poliziotti e civili. Il padre di Attanasio ne parla come di una ricostruzione certamente distante da quella ufficiale alla quale la famiglia «non ha mai creduto, nemmeno per un istante»: «Ora sta ai nostri inquirenti accertare la verità, se la stampa ne ha scritto sicuramente avrà raccolto delle testimonianze prima di farlo. Noi non possiamo dire nulla rispetto a quel che sta emergendo, ma possiamo pretendere la verità e batterci fino alla fine per questo. Senza verità non c’è giustizia, pretendiamo che le nostre autorità completino il loro lavoro. Pretendiamo un sussulto di orgoglio da parte del nostro Paese, un Paese che Luca ha servito e onorato in tutte le sedi in cui ha operato».

L’inchiesta romana è indubbiamente ad un passaggio molto difficile. Sotto accusa ci sono due funzionari del World Food Programme (o Pam in italiano) Rocco Leone e Mansour Luguru Rwagaza, accusati di omicidio colposo per non aver predisposto tutte le protezioni necessarie al viaggio di Attanasio e Iacovacci e anzi aver aggirato alcune procedure pur di accelerare la missione diplomatica, collegata al finanziamento di un progetto dell’agenzia internazionale. I due, sostenuti dalle Nazioni unite, al momento si sono fatti scudo dell’immunità diplomatica e rifiutano di rispondere delle accuse avanzate dal procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, a Roma o in altra sede.

«Ci rivolgeremo anche a Draghi»

Salvatore si augura che l’arrivo del nuovo ambasciatore in Congo, Alberto Petrangeli, porti nuovo slancio alle indagini e permetta di completare il quadro ai carabinieri del Ros che non riescono a proseguire le indagini perché mancano le condizioni di sicurezza: «Noi viviamo per la verità, senza verità non avremmo giustizia. Siamo pronti a batterci fino all’ultimo dei nostri giorni per arrivare alla verità su quel maledetto 22 febbraio, il giorno in cui il nostro Luca perse la vita. Ci auguriamo che le nostre autorità, soprattutto che lo Stato italiano abbia un sussulto di orgoglio e con la schiena dritta si batta per questo, da un lato con il governo congolese, dall’altra con il World Food Programme, che vuole appellarsi a una sorta di immunità per le persone dell’organizzazione indagate, il che sarebbe a dir poco immorale per un organismo che si definisce umanitario», aggiunge Salvatore che riconosce il sostegno ricevuto dalla Farnesina, ma è pronto ad appellarsi anche al premier: «Ci rivolgiamo a Mario Draghi. Se ci sono da scomodare Draghi o Mattarella noi lo faremo».

Il capo dello stato, «lo abbiamo incontrato in occasione della consegna dell’onorificenza di Gran Croce d’Onore dell’Ordine della Stella d’Italia alla memoria di Luca: in quell’occasione Mattarella aveva speso parole di elogio nei confronti di mio figlio, un esempio di come deve essere la diplomazia in Italia e nel mondo. E Luca è certamente un esempio, ma un esempio che oggi chiede verità e giustizia». Vicino alla famiglia è stato soprattutto il pontefice, confida Salvatore: «Sì, lo sentiamo e lo abbiamo anche incontrato – racconta Salvatore – Ci auguriamo che la sua presenza in Congo possa portare a un piccolo passo avanti, che accenda un po’ di luce per evitare che la vicenda di nostro figlio cada nell’oblio».

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