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Scontro sulla commissione Esteri, Petrocelli all’attacco: «Ricorro alla Consulta». Spaccatura nei Cinque stelle

Il pentastellato Alberto Airola frena sulle dimissioni di massa dalla commissione: «Temo che gli altri partiti ne approfittino»

Vito Petrocelli non ci sta, promette ricorsi alla Corte costituzionale e prepara contromosse. Ieri, la capogruppo convocata dalla presidente del Senato Elisabetta Casellati aveva concordato di azzerare la commissione Esteri che Petrocelli – contestato per le posizioni troppo vicine alla Russia e prossimo all’espulsione dal Movimento – presiede. Dopo le dimissioni in massa, è la linea scelta, e dopo un parere della giunta per il Regolamento, la presidente sarebbe pronta ad azzerare la commissione Esteri e a dar vita a una nuova commissione senza Petrocelli. Stamattina sono partite le lettere di dimissioni, si ha già conferma di quelle del Pd, di Forza Italia, e della Lega, oltre ad Adolfo Urso di Fratelli d’Italia (e presidente del Copasir).


I dubbi di Airola (M5s)

Nei Cinque stelle invece, c’è maretta. Di certo, uno dei componenti pentastellati della commissione Esteri, Alberto Airola, ha detto che per il momento non si dimette: «Non mi sono ancora dimesso», ha dichiarato all’Agi: «Sono molto combattuto, per la stima che ho verso i miei colleghi e verso Giuseppe Conte. Sono consapevole, al di là delle dichiarazioni di Petrocelli, che un mio gesto potrebbe indebolire la linea politica del Movimento, ma sono in forte difficoltà verso quello che potrebbe costituire un gravissimo precedente per il futuro democratico dei lavori parlamentari. Gli altri partiti potrebbero ambire alla presidenza della commissione Esteri in questo delicatissimo momento di guerra». Gli altri tre componenti pentastellati, Paola Taverna, Gianluca Ferrara e Simona Nunzia Nocerino, al momento stanno boicottando le convocazioni ma non avrebbero ancora inviato la lettera di dimissioni.


Petrocelli: «Non mi sono dimesso, non mi dimetto»

Petrocelli, invece, ribadisce di non volersi dimettere: «Non mi sono dimesso, non mi dimetto» e «intendo in ogni caso fare ricorso alla Corte costituzionale», dice a margine della commissione congiunta Esteri e Giustizia, che si è aperta e richiusa immediatamente visto le dimissioni annunciate. «Non sono stato indagato, è una questione politica, l’ultimo anno qua dentro è stato triste. Comunque non riconvocherò più la commissione». E aggiunge: «La dimissione dei colleghi è una loro scelta e anche una grande responsabilità», aggiunge Petrocelli. La Giunta del Regolamento del Senato «ha formalmente preso una decisione, a quanto mi è dato sapere, se arriverà a essere formalizzata quella decisione mi pare un pericoloso precedente. Visto che siamo in un clima di guerra, evidentemente molti colleghi ritengono qualsiasi precedente legittimo per eliminare un pericoloso filo-russo putiniano dalla presidenza della commissione Esteri». Un’etichetta in cui Petrocelli dice di non riconoscersi: «Se, come è stato, solo per aver votato contro la risoluzione, mio primo atto contrario alla maggioranza, sono stato etichettato in tal modo, posso dire che tutto ciò sia stato montato mi sta bene ma mi fa pena per la struttura di questa istituzione». «Il mio sarà un caso studio nella giurisprudenza parlamentare, un po’ mi fa piacere».

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