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Il primo stop al gas russo verso l’Europa (e l’Italia) arriva dall’Ucraina: cosa succede a Sokhranivka

Il gestore ucraino ferma il punto di ingresso di Sokhranivka e la stazione di compressione di Novopskov. Che servono cinque paesi europei

Nelle prime ore di stamattina arriverà il primo stop ai flussi di gas verso l’Europa. Ma a deciderlo non sarà Gazprom. Il gestore del sistema di trasporto di Gas dell’Ucraina (GTSOU) ha annunciato che a causa dell’occupazione del Donbass il punto di ingresso di Sokhranivka si bloccherà. Ferma anche la stazione di compressione di confine (CS) Novopskov sul gasdotto Soyuz. I flussi, ha fatto sapere il gestore, potrebbero essere reindirizzati a Sudzha, in Russia. Ma Mosca ha già avvertito che è impossibile spostare tutti i volumi e che non ci sono pericoli che consigliano di farlo. Di certo la stazione è occupata da russi e separatisti e da questa rotta passano 32,6 milioni di metri cubi di gas destinato all’Europa ogni giorno.


Il gasdotto Soyuz e Novopskov

Quel punto di transito è strategico perché serve Slovacchia, Ungheria, Austria, Romania e Italia. Il tracciato passa attraverso Lugansk. Nella nota l’operatore spiega che le cause di forza maggiore che costringono a chiudere l’impianto è proprio l’occupazione russa della stazione di compressione, che porta anche al ritiro non autorizzato di gas dal flusso di transito. «Tutto ciò ha messo in pericolo la stabilità e la sicurezza dell’intero sistema di trasporto del gas ucraino. Queste azioni nell’ambito del contratto di transito sono circostanze di forza maggiore che rendono impossibile adempiere agli obblighi a Sokhranivka e alla stazione di compressione di confine Novopskov», che non è attualmente controllata da Gtsou.


La compagnia, secondo la nota, ha ripetutamente informato Gazprom delle difficoltà del transito causate dalle azioni delle forze di occupazione russe. Ha chiesto la fine delle interferenze nel funzionamento delle strutture. Ma questi appelli sono stati ignorati. Il totale delle consegne russe attraverso l’Ucraina a marzo ha raggiunto i 110 milioni di metri cubi al giorno, in linea con gli obblighi contrattuali di Gazprom nell’ambito dell’accordo di transito quinquennale con l’Ucraina firmato a dicembre 2019, sebbene i volumi di transito siano diminuiti ad aprile. Nel 2021 Gazprom ha consegnato 41,6 miliardi di metri cubi di gas attraverso l’Ucraina. Secondo alcuni operatori del settore citati da Repubblica si potrebbero individuare ulteriori alternative per mantenere inalterata la fornitura. Del resto nei contratti con Eni non vengono indicati i punti di transito.

Le sanzioni

Ma la notizia, oltre a far chiudere al rialzo in Borsa il prezzo del gas, rischia di appesantire ulteriormente il dibattito sul sesto pacchetto di sanzioni. La riunione degli ambasciatori dei 27 paesi convocata per oggi non avrà l’embargo al petrolio come discussione principale. E questo perché l’accordo ancora non c’è. Il nodo principale è l’Ungheria che chiede compensazioni in cambio del sì alla rinuncia al petrolio russo. Due le ipotesi in campo: la prima prevede che i paesi Ue condividano, temporaneamente, parte del loro greggio con Budapest.

La seconda è l’erogazione di fondi ad hoc per Budapest nell’ambito del piano RePowerEu che sarà presentato il 18 maggio. Si discute anche sul fondo solidarietà per l’Ucraina. Bruxelles valuta un versamento da 15 miliardi focalizzato sulla ricostruzione e finanziato con debito comune. Si tratterebbe, di fatto, di una sorta di Next Generation per Kiev. Ma c’è chi, come Germania e Austria, chiede maggior prudenza e invita ad esplorare strade alternative. Un problema anche la natura dei finanziamenti: saranno tutti prestiti o anche sovvenzioni?

Affrancarsi dal metano di Putin

Intanto i paesi europei proseguono in ordine sparso nella corsa per affrancarsi dal metano di Putin. Repubblica ricorda oggi che dei 28,9 miliardi di metri cubi di gas importati nel 2021 dalla Russia, pari al 38% del fabbisogno, due terzi sono già virtualmente recuperati. Ma la strada per l’indipendenza è ancora lunga, mentre il ministro Cingolani scommette sul 2024. Secondo lo schema approntato da Palazzo Chigi l’Algeria fornirà 5 miliardi di metri cubi di gas in più a partire da giugno. E potrebbe arrivare a 9 nel 2023 superando i 30 miliardi in totale. Gli acquisti dall’Egitto saranno limitati per motivi di opportunità a 1 miliardo di metri cubi.

Dal giacimento offshore di Zohr ne potrebbero arrivare subito 3. L’Azerbaijan rafforzerà l’influsso nel gasdotto Tap da 7,2 a 9,1 miliardi. Ma le potenzialità dei giacimenti del Mar Caspio sarebbero ben altre una volta chiarite le controversie con la Turchia. Si attende il Qatar, proprietario in parte del rigassificatore di Rovigo, mentre in gioco c’è anche l’aumento della produzione nazionale da 3 a 4 miliardi di metri cubi. Oltre all’abbassamento dei termosifoni, allo sblocco delle rinnovabili e al ricorso al carbone.

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