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Venezia 79, la direttrice della fotografia Eleonora Contessi: «Così ho trovato la luce giusta che abbraccia la scena» – L’intervista

Classe 1996, Contessi ha firmato la fotografia di «Tria» di Giulia Grandinetti, in concorso nella sezione Orizzonti Cortometraggi della Mostra del Cinema di Venezia

Tria di Giulia Grandinetti, in concorso nella sezione Orizzonti Cortometraggi della Mostra del Cinema di Venezia, è una storia che parla di tradimento e famiglia. Eleonora Contessi – classe 1996, di Roma – ha firmato la fotografia. Per le riprese, dice, ci sono voluti cinque giorni. «Compreso il giorno di recupero». È stata fatta una ricerca precisa per l’atmosfera e per i colori. La storia è ambientata in un futuro prossimo, in un paese che ricorda ma non è il nostro. Le protagoniste sono tre sorelle. Contessi ha avvolto il racconto in uno strato di luci soffuse e sfumate, dando risalto ai corpi e ai volti dei personaggi. «Abbiamo girato in pellicola», spiega. «Ed è una cosa che richiede un impegno e un’attenzione particolari, soprattutto su alcuni aspetti. Per esempio, bisogna capire quanto dureranno le riprese di una giornata e calcolare quanta pellicola servirà. Abbiamo deciso di usare la pellicola perché volevamo realizzare un progetto concreto, materico, da toccare con mano».


Lei preferisce la pellicola o il digitale?


«Non ho una preferenza. Nel nostro lavoro è molto importante capire qual è l’entità del progetto. Il gusto personale non sempre coincide con quello che serve alla storia. Bisogna ascoltare e aprirsi agli altri, svincolandosi da certe idee e pregiudizi».

Perché ha scelto proprio questo lavoro?

«Io nasco fotografa. Qualche anno fa ho trovato la pellicola, e ho cominciato a scattare così. Per me la fotografia è come acqua. Mi alimenta. È un bisogno primario. A un certo punto, è successo qualcosa nella mia testa. La fotografia, o comunque l’immagine statica, non mi bastavano più. Nel 2017, allora, ho fatto l’esame per il Centro Sperimentale. Dietro questa scelta c’è sicuramente una necessità di movimento».

Le cose, per le direttrici della fotografia italiane, stanno cambiando? C’è un’apertura diversa?

«Stiamo andando in una nuova direzione. Personalmente, quando l’ho incontrata, ho ringraziato Daria D’Antonio (David di Donatello per È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, ndr). Perché lei ha aperto una porta difficile da aprire per tante altre donne. È stata un esempio. Il percorso come direttore della fotografia è estremamente complicato. C’entra la tecnica, sì, ma anche la sensibilità della persona. È un ruolo di grande responsabilità. Parlando con i più giovani, si capisce che ci sono strade e percorsi diversi da seguire. Tutti, però, vogliono arrivare allo stesso obiettivo».

Come si trova la luce giusta per un film?

«La luce giusta è la luce che abbraccia il momento, la scena. Per catturare l’immagine ideale, serve parlare con il regista, ascoltarlo, capire che cosa vuole. Il direttore della fotografia deve scavare nei pensieri e nelle sensazioni. E poi, per quanto mi riguarda, è fondamentale lavorare con l’ambiente».

Quello con il regista che tipo di rapporto è? Di fiducia o di rispetto?

«La fiducia si crea nel tempo. Non è una cosa immediata. Una volta che si raggiunge, va tutelata. Il direttore della fotografia deve supportare la visione del regista; forse non sono nemmeno alla pari. Perché alla fine è il regista che mantiene il controllo della macchina e del set. Il direttore della fotografia deve seguirlo e aiutarlo».

E invece come definisce il rapporto con gli attori?

«Anche su questo è importante capire come si muove il regista. Perché è il regista a scegliere il tono di una conversazione. Bisogna adeguarsi alla linea che stabilisce».

Con due sue colleghe, Camilla Cattabriga e Claudia Sicuranza, ha creato EKI, una rivista specializzata proprio nello studio e nel racconto della luce. Come sta andando?

«Molto bene. Ci stiamo immergendo in un mondo completamente nuovo. Il prossimo numero parlerà della luce nel digitale. Sono sempre più convinta del potenziale di un progetto come questo. Dopo due anni vedo EKI come un nucleo in cui sentirmi al sicuro e poter crescere».

Che cosa conserva dell’esperienza di Tria?

«Tantissime cose. Resta il lavoro di gruppo; resta l’atmosfera che si era creata sul set. Resta il rapporto con la regista. Tria è arrivato in un momento particolare della mia vita, e ora lo ricordo con estremo affetto. Abbiamo creduto in questo corto fin dal primo momento, e continuiamo a crederci ancora oggi, a Venezia».

Foto di copertina: Andrea Lombardini

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