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Marche, il presidente del Consorzio di Bonifica: «I 13 principali fiumi della regione sono tutti a rischio»

Il pericolo non dipenderebbe solo da «lavori di manutenzione non eseguiti o fatti male, ma anche dalla cementificazione e dalla crisi climatica»

Mentre continua ad aggravarsi il bilancio delle vittime dell’alluvione avvenuta nelle Marche nella notte tra giovedì e venerdì scorsi, proseguono anche le indagini sulle cause che hanno portato alla tragedia e le ammissioni su una situazione che in molti consideravano da tempo pericolosa. Claudio Netti, presidente del Consorzio di Bonifica Marche, ente strumentale della Regione, all’Ansa ha lanciato l’allarme: i 13 fiumi principali della regione sono «tutti potenzialmente a rischio». Questo non solo a causa dei «lavori di manutenzione non eseguiti o fatti male, ma anche per la cementificazione e la crisi climatica». Quanto avvenuto sul fiume Misa il 15 settembre, infatti, non sembrerebbe essere un evento isolato, specialmente in un territorio dove il dissesto idrogeologico è una costante che si trascina da anni. L’ente avrebbe dunque preparato due studi a riguardo. Il primo consiste in «una fotografia con 2.500 tavole» volta a mappare tutte le criticità dei principali corsi d’acqua delle Marche. Il secondo cerca invece di ricostruire «quello che il fiume era, è e sarà», avvalendosi come da direttive Ispra del «metodo Idraim» (acronimo che sta per ‘Sistema di valutazione idromorfologica, analisi e monitoraggio’). L’area dei fiumi Misa e Nevola (anch’esso esondato e tra le cause della tragedia) viene annoverata tra le principali criticità. Ma si aggiungono alla lista anche il fiume Aso, tra le province di Fermo e Ascoli Piceno, il Tesino e il Tronto, in quella di Ascoli Piceno, e il Tenna, in provincia di Macerata.


Un annoso problema

Netti ha spiegato che la criticità del Misa «è concentrata soprattutto su una strettoia al deflusso delle acque. Con eventi eccezionali altri tratti del fiume Misa e il suo affluente Nevola possono esondare». I due corsi d’acqua erano considerati problematici «già negli anni ’80. È dal 1982 che si parla della famosa cassa di laminazione o di espansione. E i lavori sono stati appaltati solo nei primi mesi di quest’anno», rimprovera il presidente del Consorzio. Una situazione che la crisi climatica non poteva che aggravare: «Se cadono 400 ml d’acqua sul territorio in due ore non c’è previsione che tenga». Ma se ci sono fattori relativamente incontrollabili come le alluvioni, altri avrebbero potuto essere evitati: «La cementificazione e il consumo di suolo – sottolinea ancora Netti – con abitazioni costruite troppo a ridosso dei corsi d’acqua e l’edificazione massiccia nella zona costiera». Anche se su questo fronte «qualcosa è stato fatto con la verifica di invarianza idraulica per avere il permesso di costruire, ma non basta». Per mettere in sicurezza il sistema, secondo il Consorzio di Bonifica, servirebbero risorse per un valore che si aggira attorno al miliardo. Anche se «purtroppo il rischio zero non esiste»: si rende pertanto necessaria «una seria opera di sensibilizzazione e informazione dei cittadini e esercitazioni di protezione civile».


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