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Rimpallo di accuse sul Nord Stream. La Nato: «Sabotaggio deliberato». Mosca: «Atto terroristico di un Paese straniero»

Ancora nessuna chiarezza sulle responsabilità degli attacchi al gasdotto. E i media svedesi rivelano: «Il governo fu avvertito dei rischi»

Continua il rimpallo di accuse tra Washington e Mosca sulle falle nei gasdotti Nord Stream 1 e 2, nel Mar Baltico. «Ci sono state affermazioni che quelle sono acque neutrali – ha detto oggi Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo – ma si tratta della zona economica speciale di Danimarca e Svezia, paesi allineati alla Nato che sono pieni di armi di fabbricazione statunitense e che sono completamente controllati dai servizi speciali statunitensi». Alle sue parole ha fatto seguito poi anche il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, che ha parlato di «atto terroristico, probabilmente di un Paese straniero». L’occidente, però, non ci sta. E continua a puntare il dito contro il Cremlino. Questa mattina, la Cnn ha fatto sapere che due funzionari dell’intelligence europea hanno osservato lunedì e martedì navi di supporto della Marina russa in prossimità delle falle nei gasdotti. Non è chiaro se le navi abbiano avuto qualche ruolo nelle esplosioni, ma è sicuramente un elemento di cui terranno conto gli investigatori europei. Nel frattempo, la Nato ha diffuso un comunicato in cui si parla di «atti di sabotaggio deliberati, sconsiderati e irresponsabili». E si aggiunge che l’alleanza atlantica è pronta «a rispondere unita e con determinazione a qualsiasi attacco deliberato contro le infrastrutture degli alleati».


Le ipotesi sul tavolo

Secondo la Guardia costiera svedese, sono quattro in totale – e non tre, come riportato in precedenza – le perdite di gas causate dalle esplosioni nei gasdotti Nord Stream. Di queste, due si troverebbero all’interno della zona economica svedese e due in quella danese. L’ispezione delle strutture, però, è ancora impossibile, principalmente a causa delle bolle marine di centinaia di metri presenti in superficie. Le indagini, annunciate dai Paesi più direttamente coinvolti e invocate a gran voce da tutta la comunità internazionale, contemplano ancora diverse ipotesi. C’è chi parla di un attacco tramite sommozzatori e droni subacquei, ma anche chi ipotizza la detonazione di cariche esplosive piazzate sui gasdotti mesi fa. Infine, resta valida anche l’ipotesi di un attacco con sommergibile, circolata sin dalle prime ore. Una cosa è certa: la presenza di più esplosioni – avvenute in contemporanea – lascia presupporre che non si tratti di un guasto, ma di un attacco deliberato. Sulle investigazioni, però, si procede in ordine sparso. L’Ue ha annunciato un’indagine indipendente, che sarà appoggiata anche dagli Stati Uniti. La Svezia ha affidato la questione ai suoi servizi segreti. Mosca, infine, ha aperto un’inchiesta per terrorismo internazionale e ha ottenuto una riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza dell’Onu, prevista per venerdì.


«Chi paga il ripristino del gasdotto?»

Oltre a stabilire la dinamica degli attacchi, resta poi un’altra questione da risolvere: quanto costerà il ripristino dei gasdotti Nord Stream? E chi lo pagherà? Secondo quanto riporta l’agenzia di stampa russa Ria Novosti, gli accordi prevedono che siano gli operatori di Nord Stream, filiali di Gazprom, a riparare i tubi. «Logicamente – afferma l’industriale Leonid Khazanov all’agenzia russa – i fondi dovrebbero essere forniti dai responsabili delle perdite. Ma non è chiaro come chiamarli a renderne conto. Forse il tribunale arbitrale di Stoccolma o un altro tribunale internazionale si occuperà di questo». Secondo l’agenzia stampa affiliata al Cremlino, i due gasdotti Nord Stream erano assicurati da compagnie straniere, ma i termini del contratto di assicurazione sono sconosciuti.

L’allarme ignorato

I media svedesi oggi denunciano un altro retroscena: i rischi legati al Nord Stream erano stati messi ampiamente in evidenza da un rapporto del Total Defense Research Institute (Foi), redatto per conto del ministero della Difesa danese. Il documento risale al 2007, tre anni prima dell’inizio della costruzione del primo gasdotto. Da allora, però, il governo svedese ha sempre ignorato l’allarme. «Per noi era ovvio che ci fossero una serie di problemi di politica di sicurezza collegati a Nord Stream. Nonostante il suo guscio di cemento, la condotta è piuttosto vulnerabile e basta un subacqueo per attaccare un ordigno esplosivo», ha spiegato Mike Winnerstig, capo dell’unità politica di sicurezza del Foi. Il report, lungo più di cento pagine, metteva in evidenza anche potenziali minacce legate alla Russia: «Un attacco al gasdotto – si legge nel rapporto – potrebbe essere usato come pretesto per aumentare la presenza militare al largo delle coste svedesi, il che potrebbe diventare una fonte di attrito politico». I sabotaggi di questi giorni hanno convinto il governo svedese ad alzare la guardia. Al punto che le autorità hanno annunciato un aumento della sorveglianza sulle centrali nucleari di Ringhals e Forsmark. «Il quadro della minaccia contro la Svezia si è ampliato. Ciò significa maggiore vigilanza e segnalazione di eventuali deviazioni», ha spiegato Karin Swanson, capo ufficio stampa della centrale di Ringhals. La Commissione Europea, invece, ha incaricato la commissaria agli Affari interni, Ylva Johansson, a lavorare con gli Stati membri per «condurre una serie di stress test sulle infrastrutture critiche dell’Ue, comprese quelle energetiche».

Il rischio di un danno irreversibile

Nel frattempo, l’Europa si interroga sulle conseguenze di quanto avvenuto. Secondo i servizi di sicurezza tedeschi, gli attacchi dei giorni scorsi potrebbero aver reso «il Nord Stream inutilizzabile per sempre». Secondo fonti del governo di Berlino, citate dal quotidiano Tagesspiegel, se le falle non vengono riparate al più presto, «l’acqua salata potrebbe corrodere i materiali di cui sono fatti». Sulla questione è intervenuto anche il Cremlino che ha confermato: «Non sappiamo se il Nord Stream sarà mai riavviato. È una questione tecnica». Accanto al danno economico, poi, c’è quello ambientale. Secondo i calcoli di Greenpeace Italia, il potenziale impatto climatico della fuoriuscita di metano da Nordstream «potrebbe essere pari alle emissioni annuali di 20 milioni di automobili». Le autorità danesi hanno segnalato livelli di gas serra «insolitamente alti» dopo le perdite di gas nel Mar Baltico. «Vediamo un aumento della concentrazione di gas metano – ha spiegato Tobias Biermann, ingegnere presso la stazione di ricerca svedese di Hyltemossa – Sappiamo che le correnti d’aria provengono dalla zona di Bornholm», l’isola danese vicina all’impianto dove è stata rilevata la falla. Secondo l’agenzia danese per l’Energia, oltre metà del gas contenuto nei tubi del Nord Stream – che pure è fermo da agosto – si è già disperso nell’atmosfera. E tutto ciò che finora è rimasto all’interno dei tubi fuoriuscirà nel giro di qualche giorno. Soltanto quando ciò avverrà, ha spiegato il ministro della Difesa danese Morten Bodskov, sarà possibile scendere in profondità e dare il via alle indagini. Nella serata di giovedì è arrivata una nota di Nord Stream AG, il consorzio internazionale di gestione del gasdotto russo: «Fino al completamento della valutazione dei danni, è impossibile prevedere i tempi di ripristino dell’infrastruttura di trasporto del gas», si legge. «L’ingresso nell’area degli incidenti può essere permesso solo dopo che la pressione nel gasdotto sarà stabilizzata e la fuga di gas fermata», aggiunge la compagnia.

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