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Storia, sondaggi e conseguenze: tutto quello che c’è da sapere sulle elezioni di metà mandato negli Usa

Martedì 8 novembre gli Stati Uniti tornano al voto per rinnovare la Camera e un terzo del Senato. L’ipotesi di una red wave repubblicana è sempre più reale

In un contesto politico sempre più polarizzato, con l’inflazione ai massimi storici dall’amministrazione Reagan. Dove il peso delle decisioni sull’aborto ha segnato la campagna elettorale e il timore di una red wave repubblicana spinto la controparte ad accelerare nella corsa ai seggi. In questa cornice, l’8 novembre si svolgono negli Stati Uniti le Midterm, ovvero le elezioni di metà mandato. Si tratta di uno degli appuntamenti più importanti: si tengono ogni due anni dall’inizio del mandato presidenziale e vengono viste come una sorta di referendum sull’operato dell’Amministrazione in carica, nonostante lo spettro dell’ex presidente Donald Trump continui ad aggirarsi tra le stanze della Casa Bianca, così da trasformare queste elezioni in una consultazione anche sul suo di operato. Il voto rinnova tutta la Camera dei rappresentanti, cioè 435 seggi, e un terzo del Senato: 35 seggi su 100. Ma i circa 170 milioni di statunitensi voteranno anche nelle elezioni locali: il voto riguarderà infatti il rinnovo di 88 assemblee statali su 99 (ogni Stato ha un parlamento bicamerale, tranne il Nebraska dove è monocamerale), ma si voterà anche per eleggere 36 governatori e 27 segretari di Stato, che hanno tra i compiti quello di vigilare sul sistema elettorale, ultimamente sotto attacco negli Stati Uniti.


Alle elezioni di metà mandato, storicamente il partito del presidente in carica viene sempre sconfitto. Nelle ventidue elezioni di midterm tenutesi tra il 1934 e il 2018, il partito a cui appartiene il presidente ha perso in media ventotto seggi alla Camera e quattro al Senato. In tre occasioni li ha guadagnati all’House of Representatives, mentre al Senate è accaduto in sei casi. Nelle ultime elezioni di metà mandato, Donald Trump nel 2018 perse poltrone soltanto nel ramo più basso del parlamento, mentre nel 2014 l’onda repubblicana travolse Barack Obama in entrambe le Camere al Congresso. Due invece sono state le eccezioni che hanno visto il partito del presidente in carica ottenere risultati nei due rami parlamentari: nel 1998 durante la presidenza Clinton, quando gli Stati Uniti vivevano un periodo di prosperità economica, e nel 2002 con George W.Bush, sulla scia degli attentati dell’11 settembre 2001.


Oltre il 46% degli elettori vuole al Congresso il partito repubblicano

Negli ultimi mesi i sondaggi hanno fotografato fluttuazioni nelle preferenze degli elettori. Se all’inizio del 2022 il partito blu, quello del presidente Joe Biden, sembrava fiaccato dai due anni di presidenza e la possibilità di un’onda rossa sempre più reale, durante i mesi estivi i democratici – complice anche il ribaltamento della sentenza Roe vs. Wade – erano riusciti a rimontare nei sondaggi e il presidente Biden ad aumentare la sua popolarità anche in seguito alla decisione di depenalizzare le droghe leggere e approvare l’Inflation Reduction Act, un piano di riduzione del deficit e di investimenti in campo climatico e sanitario. Ma nel rush finale verso le elezioni di metà mandato, il trend repubblicano sembra di nuovo in crescita. Secondo un sondaggio del New York Times in collaborazione con il Siena College, infatti, il 48% degli elettori ha dichiarato di essere pronto a votare il Grand Old Party, contro il 45% che appoggerebbe al contrario il partito del presidente. Anche il sito di analisi elettorali Fivethirtyeight ha rilevato una simile forbice: oltre il 46% degli elettori vuole al Congresso il partito repubblicano, circa il 45% quello democratico. Se i Repubblicani dovessero conquistare anche solo una tra Camera e Senato bloccherebbero di fatto l’azione del presidente Joe Biden, trasformandolo per il prossimo biennio nella cosiddetta lame duck, ovvero un’anatra zoppa

House of Representatives

Secondo Fivethirtyeight, alla Camera dovrebbero vincere i repubblicani. In questa fase, i democratici controllano il ramo legislativo del governo federale, ma con una maggioranza ridotta: 220 democratici, contro 212 dei repubblicani. Ogni Stato, nonostante riceva una rappresentanza in proporzione alla sua popolazione, ha diritto ad almeno un deputato. Se i repubblicani dovessero prendersi la Camera, di cui Nancy Pelosi è la presidente, probabilmente la commissione d’inchiesta sui fatti del 6 gennaio 2021 – l’assalto a Capitol Hill – verrà sciolta, sarà aperta un’indagine federale sugli affari di Hunter Biden e nella peggiore delle ipotesi, come riporta The Atlantic, Biden verrà messo sotto impeachment poiché considerato dalla maggior parte dei repubblicani un presidente non legittimo. Il Washington Post ha scoperto che 291 candidati repubblicani in corsa al midterm pensano che il voto presidenziale del 2020, che ha visto la vittoria del democratico Joe Biden, sia stato truccato. E questo urlare al complotto da parte del GOP potrebbe portare a una situazione analoga anche a livello locale, se i repubblicani non dovessero accettare l’esito del voto. Per l’istituto di politica statunitense Cook Political Report, circa due terzi degli stati in bilico, per quanto riguarda i seggi alla Camera, sono controllati dai democratici e il partito repubblicano dovrebbe portare dalla sua parte almeno 10 distretti; al contrario, solo un paio di seggi repubblicani dovrebbero finire ai democratici. Secondo Fivethirtyeight i repubblicani avrebbero l’80% di possibilità di detenere tra 214 e 247 seggi, conquistando di fatto l’House of Representatives

Senato

Discorso diverso per il Senato che attualmente è diviso equamente tra 50 democratici, compresi gli indipendenti Angus King del Maine e Bernie Sanders del Vermont, e 50 repubblicani. La vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris, può rompere l’equilibrio in caso di parità di voto. Ciò significa che in questa fase i democratici hanno la maggioranza al Senato, sebbene per far passare le leggi, che non siano solo di bilancio, si ha bisogno di una maggioranza qualificata di 61 senatori. Nonostante nelle Midterm lo scenario più plausibile sia quello che vede il partito repubblicano conquistare la Camera e i democratici mantenere il Senato, secondo Fivethirtyeight, quest’ultimo sarebbe in bilico. La partita per la Camera alta del Congresso, a differenza della Camera bassa, si gioca tutta sui singoli candidati e Arizona, Georgia, Nevada e Pennsylvania sono gli Stati in bilico, dunque quelli da tener d’occhio in queste elezioni di metà mandato.

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