Twitter files. Ecco ciò che non quadra nello “scoop” diffuso da Elon Musk (e cosa avrebbe rivelato sul Governo Trump)

La decisione di Twitter di bloccare due articoli del New York Post non sono una novità. L’inchiesta di Taibbi non rivela altro se non i nomi dei dipendenti e le richieste dell’amministrazione dell’ex presidente statunitense

Nella nottata tra venerdì e sabato 3 dicembre (ora italiana), il podcaster Matthew Colin Taibbi (Matt Taibbi) pubblica un lungo thread per raccontare come Twitter avrebbe insabbiato gli scandali associati a Hunter Biden, il figlio dell’attuale presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Una “rivelazione” che sarebbe stata permessa grazie al nuovo proprietario della piattaforma, Elon Musk, lo stesso che aveva annunciato con grande enfasi lo “scoop”. In realtà, erano informazioni di cui si era già parzialmente a conoscenza, come raccontato nel 2020 dal precedente CEO di Twitter, Jack Dorsey. Non solo, nel racconto non viene specificato in cosa consistevano certi contenuti “insabbiati” dalla moderazione interna del social. Se dovessimo proporre una estrema e semplicistica sintesi: Elon Musk acquista Twitter, fornisce a un giornalista le email interne dei dipendenti per costruire una storia di interesse da pubblicare in esclusiva sulla sua stessa piattaforma a favore dell’area politica repubblicana.


Matt Taibbi sostiene che quello pubblicato sarà il primo capitolo di una serie di vicende basate su «migliaia di documenti interni ottenuti da Twitter». Nel thread pubblica alcuni screenshot di comunicazioni interne dove vengono indicati i contenuti sui quali intervenire, tenendo particolare attenzione a censurare i nomi e le email dei dipendenti coinvolti al fine di garantire il loro anonimato. C’è però un problema, perché lo stesso Taibbi scrive e diffonde l’identità di una dipendente (tweet n.20), la quale ha chiuso il suo account Twitter a seguito dell’ondata d’odio e le minacce di morte ricevute a grazie a quel thread.


Il contesto

Nel 2020, in piena campagna elettorale per la Presidenza degli Stati Uniti d’America, era circolata la storia di un computer attribuito a Hunter Biden consegnato in un’officina di assistenza tecnica di Wilmington, nel Delaware. La fonte del New York Post che ne avrebbe raccontato i contenuti era l’allora avvocato di fiducia di Donald Trump, Rudy Giuliani, che consegnò alla testata statunitense (da non confondere con il New York Times) un disco con alcuni dei dati presumibilmente provenienti dal laptop. A consegnare il disco a Giuliani, secondo le ricostruzioni, sarebbe stato il propagandista di estrema destra Steve Bannon. Da dove viene il disco originariamente? Dal titolare del negozio nel Delaware, John Paul Mac Isaac, senza alcuna autorizzazione. Tuttavia, sarebbe ritenuto legalmente titolare del contenuto in quanto il materiale informatico non era stato recuperato dal cliente dopo un determinato periodo di tempo.

Tali contenuti vennero utilizzati per screditare il candidato avversario durante la corsa alla Presidenza americana, Joe Biden. Secondo quanto raccontato dallo “scoop” del New York Post, Hunter Biden sarebbe coinvolto in un affare di corruzione con un imprenditore ucraino (il caso Burisma) e non solo. Al momento, il contenuto del disco non ha rivelato un comportamento illecito da parte di Joe Biden. Un’analisi forense su una copia del disco fornita dal repubblicano Jack Maxey, effettuata da due analisti per conto del Washington Post, ha rivelato che diversi contenuti erano stati inseriti da terzi (non da Hunter Biden) prima e dopo la pubblicazione del presunto “scoop” del New York Post. Gli analisti hanno identificato questi contenuti nelle cartelle nominate “Biden Burisma” e “Hunter Burisma Documents“. Altre indagini, come quelle del gruppo Distributed Denial of Secrets, affermano che alcune delle email presenti nel disco erano state manomesse e che alcune sarebbero state create nell’agosto del 2020, un anno dopo la consegna del laptop.

A seguito della diffusione della vicenda, gli articoli del New York Post vennero bloccati dalla piattaforma Twitter. Giorni dopo, come ricorda un articolo del New York Times, venne rimosso il blocco.

La vicenda del New York Post: non è una novità

L’attenzione è rivolta verso due articoli del New York Post del 2020 sul computer di Hunter Biden che vennero bloccati su Twitter, rendendone impossibile la condivisione via tweet o via messaggi privati. Ma non si tratta affatto di una novità. L’allora CEO Jack Dorsey aveva pubblicato (il 15 ottobre 2020) un tweet nel quale criticava le decisioni riportate in un thread dell’account ufficiale Twitter Safety. Lo stesso Jack definì l’azione come «inaccettabile».

Nel thread vengono riportate le violazioni contestate e relative a contenuti personali e privati, così come per quanto riguarda la diffusione di materiali ottenuti illegalmente. In uno dei tweet, l’account Twitter Safety spiega che la politica del social stabilita nel 2018 vieta l’uso della piattaforma per distribuire contenuti ottenuti senza alcuna autorizzazione, dichiarando l’intenzione di «non incentivare l’hacking» per distribuire materiale ottenuto illegalmente.

Il giorno dopo, il 16 ottobre 2020, Jack Dorsey pubblica un nuovo tweet dove dichiarava che il blocco diretto dei link era sbagliato, ma che avevano aggiornato le policy per rimediare e permettere agli utenti di ottenere maggiore contesto sui contenuti. Il blocco, come ricorda il New York Times, venne rimosso.

Il New York Post sapeva tutto, non si trattava di una novità. E nel 2021 pubblicò un articolo dal titolo «Jack Dorsey says blocking Post’s Hunter Biden story was ‘total mistake’ — but won’t say who made it», ossia «Jack Dorsey dichiara che il blocco che la notizia del New York Post su Hunter Biden di Post è stato un “errore totale”, ma non dirà chi l’ha commesso». Insomma, la controversa testata statunitense ricorda l’autocritica di Jack Dorsey su quanto avvenuto all’epoca, ma contesta il fatto che non avrebbe rivelato gli autori del blocco. Come andremo a vedere, sarà Matt Taibbi, con l’aiuto di Elon Musk, a rivelare i nomi e mettere sotto la gogna mediatica il nome di una dipendente che non avrebbe avuto alcuna responsabilità decisionale.

I contenuti pornografici rimossi da Twitter

Nel tweet n.8 del thread, Taibbi mostra un elenco di tweet segnalati il 24 ottobre 2020 da un “Biden Team” da sottoporre al team di moderazione.

I tweet segnalati risultano essere tutti rimossi, e lo stesso Taibbi non spiega il loro contenuto. Attraverso una ricerca, riusciamo a recuperare quello dell’utente @GuySquiggs pubblicato il 24 ottobre 2020: una foto di Hunter Biden del 2017 dove mostrerebbe il pene mentre un’altra persona si trova nella terrazza dietro di lui. L’utente domanda quanti anni abbia questa persona presente insieme a Hunter Biden nello scatto, introducendo molto probabilmente il tema della pedofilia. Materiale che potrebbe essere classificato come “revenge porn“.

Nel tweet n.9, Taibbi pubblica un altro screenshot con altri due link. Ecco il contenuto di quello che abbiamo recuperato, pubblicato il 24 ottobre 2020 dall’account @stephen_liuhuan, dove si fa riferimento a immagini di Hunter Biden mentre assume stupefacenti e immagini di carattere sessuale.

Cosa rivelano Taibbi e Musk sul Governo Trump

Se la vicenda del blocco dei due articoli del New York Post non è affatto una novità, che cosa fornisce in più il thread di Matt Taibbi? Niente di importante rispetto a quello che già si conosceva, se non una corrispondenza interna e fino a ieri privata tra dipendenti e dirigenza sul caso, rivelando le loro identità inizialmente tenute nascoste. Tuttavia, la vicenda porta alla luce un’altra realtà confermata sia da Taibbi sia da Musk.

Nel tweet n.10, Taibbi afferma che le richieste di intervento sulla piattaforma venivano presentate sia dai democratici sia dai repubblicani (dalla Casa Bianca), confermando pubblicamente che entrambe venivano accolte.

Ciò che risulta curioso è che questo tweet di Matt Taibbi confermerebbe un’ammissione da parte di Elon Musk commentando il thread: Twitter avrebbe agito «per ordine del Governo americano per sopprimere la libertà di parola, senza un intervento giudiziario». La storia raccontata da Taibbi nel thread riguarda il mese di ottobre 2020, di fatto eventi precedenti alle elezioni americane del 3 novembre 2020. Il Governo in carica era quello di Donald Trump, non di Joe Biden.

Sulla vicenda del laptop di Hunter Biden, Matt Taibbi afferma (nel tweet n.22) che non ci sono prove di un coinvolgimento da parte del Governo.

Che il Governo americano di Donald Trump abbia un coinvolgimento con la vicenda del laptop, come afferma Taibbi, non ci sono prove. Tuttavia, con il tweet 10 conferma che il Governo ha interagito con la piattaforma per intervenire su dei contenuti e, di conseguenza, confermerebbe la dichiarazione di Musk in cui sottolinea che ci sia stato un intervento del Governo americano nel voler «sopprimere la libertà di parola».

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