Anna Mazzamauro: «Paolo Villaggio mi disse che ero un cesso. Poi che ero bellissima»


La chiamano ancora Signorina Silvani. «Per strada, al mercato, alle Poste. Se potessi, la strozzerei», dice oggi l’attrice Anna Mazzamauro a proposito del personaggio del film Fantozzi. Che le ha regalato la fama «ma è diventato anche una gabbia. Da allora quale regista avrebbe più potuto affidarmi il ruolo, poniamo, di Medea? Ma se lo immagina, io che insulto Giasone? La gente pensa immediatamente alla Silvani che dice “merdaccia”».
Quest’anno la saga dell’impiegato creata da Paolo Villaggio compie 50 anni: il primo film è del 1975. «E pensare che il primo provino lo feci per il ruolo della Pina. Non sapevo che stavano cercando una “cessa”, così mi vestii di rosso, abito attillato. Allora fu proprio Paolo che suggerì al regista, Luciano Salce: “Questa qui è piena di difetti, ma li porta sui tacchi”. E mi presero come oggetto del desiderio fantozziano. Una che sa essere santa e dimonia al tempo stesso, una donna tragica e per questo comica».
Paolo Villaggio
Con Villaggio, spiega, «non eravamo amici se è quello che vuole chiedermi. E forse proprio per questo ci siamo stimati a vicenda. Sia lui che io abbiamo conservato il disincanto degli attori: mica dobbiamo essere per forza simpatici». Oggi dice, «ho il rimpianto di non avergli detto tante cose, belle e brutte. Ma d’altra parte fu lui stesso a mettere un paletto. Un giorno venne nella mia roulotte per ripassare la parte e io azzardai: “Paolo, ma perché io e te non ci vediamo mai al di fuori del set?”. E lui rispose: “Perché io frequento solo gente ricca e famosa”. Certo, penso che sia stata una delle sue tante provocazioni, ma mica poi tanto».
Il complimento
Però fu Villaggio a farle il più bel complimento mai ricevuto: «Andammo in tv insieme. Davanti alle telecamere fu durissimo. Quando la conduttrice, Barbara D’Urso, gli chiese come mi aveva scelta, lui rispose: “Come si sceglie un cesso”. Io allora ribattei, altrettanto cattiva: “Ma con quel cesso hai guadagnato molto”. Poi, però, quando uscimmo dallo studio televisivo si avvicinò, mi guardò con tenerezza e mi disse: “Anna, sei bellissima”». E spiega: «Quel “bellissima” non era per l’aspetto fisico, ma era per la bravura, per la mia capacità di stare nel personaggio, per il mio amore viscerale per il teatro, per il mio saper ridere delle cose, anche di quelle terribili. Lui aveva capito che io sul palcoscenico o sul set divento un’altra: mi sento sensuale, libera, sfrenata».
87 anni
A dicembre compirà 87 anni: «Intanto sto ancora portando in giro per l’Italia uno spettacolo dedicato a Fantozzi dal titolo Com’è ancora umano lei. Ma soprattutto a fine novembre debutto al teatro di Tor Bella Monaca con Brava, bravissima, anche meno. Produttore Nicola Canonico, orchestra Sasà Calabrese, musiche originali di Emanuele Belloni e sul palco anche Sonia Tabacco. Tra i monologhi ce n’è uno in cui faccio a pezzi la Silvani». Il personaggio, spiega, «è la mia gioia e la mia noia, perché nessun regista in seguito ha avuto il coraggio di osare e di scardinare questa gabbia. Solo Francesca Archibugi lo ha fatto, e la ringrazio, anche se poi ho rifiutato».
Una monaca
Ha rifiutato il ruolo di una monaca gobba: «Perché avevo solo tre battute. Vede, noi attori siamo davvero come ci si immagina: duri, vanitosi, cattivi qualche volta. E recitiamo, recitiamo sempre. Io sono certa che gran parte del cinismo di Villaggio fosse dovuto alla sua inesauribile tendenza alla recitazione. Però posso raccontarle una cosa bella?». Certo. «Al Pacino ha scelto una mia foto per uno dei suoi film in lavorazione e le dirò di più: ho fatto anche il secondo provino. Vi dico solo che faccio la parte di una mamma calabrese in cucina. Vediamo come andrà a finire, di più non posso dire».
La famiglia
Infine, due parole sulla famiglia: «Ho una figlia, Guendalina, la mia vita. Ho avuto un uomo, certo, che mi è rimasto accanto per venticinque anni e poi non ce l’ha fatta più». Cioè? «È morto». E il primo amore? «Ricordo il primo spettacolo in palcoscenico, ma non il primo amore». Non ci credo. «Aspetti, ora ricordo: era uno di quegli uomini “drammatici”. Un bel giorno allontanandosi col suo motorino, mi urlò: “Anna, ti amo ma non ti posso amare”». E lei? «Misi le mani sui fianchi e gli urlai di rimando: “Ma vedi d’annattene aff….».