Tassato da Meloni, battuto dall’inflazione, illiquido: perché l’oro è più una trappola che un rifugio?

Tartassato da Giorgia Meloni, battuto dall’inflazione e difficile da vendere e comprare. Il professor Beppe Scienza, docente del dipartimento di matematica dell’università di Torino e ombudsman dei risparmiatori italiani, ha scritto per Ponte alle Grazie un libro dal titolo assai significativo: “Oro: bene rifugio o trappola?”. Dalle sue riflessioni si potrebbe pensare che Scienza sia un nemico del metallo aureo. Ma lui assicura a Open che non è così: «Ma no, io stesso ne ho e non pochissimo. Io sono un nemico delle frottole dei venditori. In particolare è falso che l’oro sia un baluardo contro l’inflazione. Numeri alla mano si vede che a volte è andata bene, a volte malissimo con perdite reali anche sull’80%». E per chi vuole approfondire c’è il webinar: “Oro, bene rifugio o trappola?” il 2 dicembre.
Le frottole sull’oro
In un periodo in cui viene indicato come il bene rifugio per eccellenza però sostenere il contrario è difficile. Scienza spiega in primo luogo i fattori dell’odierno boom del prezzo: «Da alcuni anni sono aumentate le preoccupazioni e l’incertezza per gli scontri commerciali (leggi dazi) e le guerre vere e proprie. L’oro è visto come un bene rifugio, più che una difesa contro l’inflazione». E non è che non lo sia in assoluto: «Indubbiamente l’oro è preferibile ai diamanti, alle opere d’arte, all’antiquariato ecc. Tutta roba difficile da vendere in tempi normali, figuriamoci dopo un grande crac finanziario o una guerra mondiale».
Le riserve
D’altro canto se le banche centrali (la Banca d’Italia, la Bundesbank tedesca, la Federal Reserve americana) ne tengono riserve ci sarà un perché: «Sicuramente sì, anche se ciò che vale per una banca centrale non sempre vale anche per un privato». Per esempio: «Custodire l’oro posseduto causa problemi e costi a un risparmiatore, alla sorveglianza dell’oro della Banca d’Italia provvedono polizia e carabinieri. Per un privato poi il fisco è un problema, per lo Stato no».
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Tartassati
E poi ci sono le tasse. Che per gli italiani sono addirittura aumentate: «Due anni fa il governo Meloni ha di fatto quadruplicato l’imposta per chi smobilizza monete e lingotti portandola al 26% del ricavato, nella fattispecie frequente che non abbia il documento di acquisizione. In Francia o Germania dopo un periodo di possesso più o meno lungo non si pagano imposte».
L’ultima spiaggia
Eppure, l’oro come investimento continua ad avere un senso: «Certo se uno vuole speculare, ma non è il mio stile e in tal caso è senz’altro meglio l’oro finanziario o digitale, con la possibilità anche di scommettere al ribasso. Il libro li tratta ampiamente. L’oro fisico ha senso come ultima spiaggia se tutto crolla, eventualità però improbabile, e come riserva di valore fuori del circuito bancario». Il professore ha riserve anche sui lingotti: «Per un normale risparmiatore hanno difetti. In particolare costi alti per i più piccoli e scomodità nella vendita per quelli medio-grossi».
L’emendamento
Infine il prof ci parla dell’emendamento alla legge di bilancio che dichiara che l’oro della Banca d’Italia “appartiene agli italiani”. Ma esclude che i cittadini possano fare finalmente un salto a via Nazionale e prendersi un lingotto: «Sarebbe comunque un lingottino molto più piccolo di quelli che ha. Non spetterebbero infatti nemmeno 50 g a testa per ogni cittadino. A essere più precisi l’equivalente di circa 4.500 euro, come dire 5 sterline o una moneta d’oro da 50 pesos messicani».
