Al via il tour di Tropico: «Abbiamo più pubblico di chi ha fatto due Sanremo» – L’intervista

Parte dall’Atlantico di Roma il tour di Tropico, uno dei più brillanti volti del nuovo cantautorato italiano. La poetica distinguibilissima, con altissimi tratti ultraromantici, incorniciati in canzoni cantate a metà strada tra italiano e napoletano, potenti e meravigliosamente esasperate dall’indole dell’uomo del sud, capace di cantare l’amore antico e il mondo contemporaneo con un’attitudine totalmente contemporanea.
Tropico rappresenta una delle più fascinose prospettive del cantautorato italiano, d’altra parte dietro il nome d’arte si cela Davide Petrella, uno degli autori più prolifici dell’ultimo ventennio, il Re Mida della canzone italiana, fido collaboratore di Cesare Cremonini, hitmaker senza eguali. Il disco che verrà celebrato live, per chi abbia commesso il madornale errore di perderselo, si intitola Soli e disperati nel mare meraviglioso, lavoro già amato da pubblico e critica. Il Tropico Tour 2025 dopo Roma si sposterà a Molfetta (4 dicembre), a Milano (9 dicembre), a Bologna (14 dicembre) e gran finale nella sua Napoli con ben due Palapartenope di fila (22 e 23 dicembre, ma la prima data è già sold out).
Partiamo dal tour: sei pronto?
«Questo live è stato un vero delirio, è stato tutto molto impegnativo. A me piace fare le canzoni, i dischi, i concerti, tutto il resto mi appassiona leggermente di meno, quindi quando ci sono queste cose in ballo, sono matto proprio, ho risposto veramente a orari folli, se c’è un budget che avanza di 32 euro lo spendo comunque, non riesco proprio a tirare il freno, né per quello che riguarda le energie né sul lato delle risorse»
Cosa si devono aspettare i tuoi fan?
«La novità di questo tour è che abbiamo allargato la squadra, adesso siamo proprio un villaggio, siamo proprio una mandria. Siamo in dodici sul palco, quando ci si muove facciamo ridere, sembra che si sta spostando un piccolo villaggetto. Siamo overdimensionati per la mia posizione in questo momento, cioè è come se fosse già una macchina da palazzetti, ma in realtà di palazzetti ne facciamo solo due. Però devo dire che la cosa mi aiuta, pure per mentalizzare dove voglio arrivare»
Il focus del live?
«Ci tengo a provare a differenziarmi chiaramente: ci sono delle cose che mi piacciono, delle cose che non mi piacciono, anche proprio da fruitore di concerti. Mi piace che al centro ci sia la musica, mi piace che al centro ci sia la band, mi piace che chi viene al concerto capisca che c’è un grande lavoro dietro ad ogni concerto, che i musicisti stanno suonando davvero, che sembra una banalità, ma non è più così banale.
Poi in questo periodo della mia vita mi sembra veramente sempre di vedere cose delle quali non me ne frega un cazzo e poca musica suonata. Cioè io sono uno di quelli che voglio andare al concerto per vedere l’artista, per sentire le canzoni, per vedere la band; non me ne frega niente di vedere i cartoni animati dietro, non me ne frega proprio un cazzo. Voglio vedere la band, voglio sentire la musica, voglio stare in un mood che mi emoziona stando dentro alle canzoni»
Spesso ci si rifugia in certi espedienti perché manca la sostanza…
«Ma se vado a vedere uno show, allora sì, mi aspetto di tutto… elefanti, cani volanti, tutto. Però se vado a vedere un concerto, voglio il concerto»
Soli e disperati nel mare meraviglioso, che riprende la prima traccia del disco, è un titolo meraviglioso, ma non hai pensato lì per lì che potesse apparire un po’ negativo? Sicuramente è un titolo assai coraggioso nella discografia machista di oggi…
«Ti voglio dire la verità: spero di essermela guadagnata sul campo questa libertà. Voglio sempre pensare che uno se ne deve un po’ sbattere il cazzo di certe cose. Proprio in questo momento della musica, così satura, così venduta, bisogna avere coraggio di rischiare, di fare delle cose, ma soprattutto di non farle, certe cose. Non è che tutti devono fare tutto.
Non sta scritto da nessuna parte che tutti devono vendere la musica nello stesso modo, andare negli stessi posti, parlare nello stesso modo. Viva la diversità, viva la varietà, viva la personalità di ognuno di noi: altrimenti io personalmente mi annoio»
Quindi come hai scelto questo titolo?
«Il titolo del disco l’ho scelto perché era un periodo della mia vita in cui mi sono successe tante cose, ho preso un sacco di botte belle toste da affrontare. Non volevo raccontare cazzate: magari nella vita so dire le bugie, ma nella musica non sono proprio in grado. Era un periodo complicato. Ho vissuto un po’ di separazioni, lavorative, professionali, umane, e ho sofferto un po’ la solitudine e il distacco. Ed era quello che volevo raccontare»
Scrivere canzoni di questo tipo, che pulsano di questa onestà, aiuta? È una sorta di esorcismo? Ti guarisce?
«Beh, un pochino sì. A me serve proprio come terapia. Io sono uno di quelli che nelle canzoni dice cose che magari nella vita non è il caso di dire, per evitare di ferire qualcuno o di starci troppo male. Quindi sì, le canzoni sono una grande terapia, una grande valvola di sfogo»
Tu, come racconti sui social, sviluppi un rapporto con la composizione davvero tormentato, quasi fisico…
«Quando faccio i dischi è veramente violenta la cosa: parto calmo, ma quando arrivo agli ultimi sei mesi, all’inizio del disco, cazzo sono veramente Satana. Chiedo alle persone che sono nel mio team di star dietro ai miei ritmi da assatanato, non è sempre facile starmi vicino negli ultimi mesi di lavorazione.
Però mi rendo conto che è il mio modo di prendere le cose: mi devo sempre schiantare quando faccio un disco, se non mi innamoro non riesco a farlo uscire. Io preferisco stare fermo e non fare un cazzo, se non c’è qualcosa che nella mia vita degna di essere raccontata in una canzone. Quindi sì: alla fine, se non ho qualcosa da dire, me la vado a trovare complicandomi la vita, ed è quello il grande dramma: essendo così innamorato delle canzoni, sono disposto a tutto pur di avere la scintilla per scriverne una»
Credi ancora tanto nel potenziale di una canzone…
«E diciamo che non è esattamente il periodo più adatto per crederci, nelle canzoni. Ma le persone cominciano a desiderare di ascoltare cose diverse, cominciano a vedere segnali di vita diversa. Io ti dico che le canzoni mi stanno salvando il culo, e senza fare tanta televisione o andare a fare promozioni, che sono cose che proprio non mi rispecchiano. Io preferisco non fare niente piuttosto che andare a fare una cosa che non me ne frega un cazzo, che non credo sia idonea al mio personaggio, alla mia persona.
Per quanto io sia poco visibile, per quanto io cerchi poco un certo tipo di visibilità, noi facciamo più gente di chi ha fatto due Sanremo. Noi facciamo due palazzetti a Napoli e riempiamo due palazzetti a Napoli. Abbiamo fatto Roma, l’Atlantico: duemila persone, l’abbiamo sfondato. Siamo sold out all’Eremo a Bari, mille e cinque e te lo abbiamo sfondato. A Milano al Fabrique sono tremila. Bologna, l’Estragon, mille e sette, lo sfondiamo. C’è gente che fa due Sanremo e poi non riesce a riempire il palazzetto a casa sua. Quindi mi chiedo: come mai sto riempiendo io questi posti?»
E cosa ti sei risposto?
«Perché evidentemente le canzoni hanno un senso»
Anche tu stai notando un trend per quello che riguarda la musica d’autore? Come se stesse tornando di moda…?
«Il pubblico si sta accendendo nei confronti delle canzoni, dei concerti, degli artisti che hanno un modo diverso di proporsi. Bisogna vedere cosa succede in un paio d’anni, ma io, mai avrei pensato di dirlo, sono abbastanza fiducioso che la ruota stia girando»
Si parla di tanti big che stanno rifiutando Sanremo…
«Trovo che questa cosa della “fuga da Sanremo” sia una stronzata. È un caso. Negli ultimi 6/7 anni Sanremo è andato tanto, tanti artisti ci sono andati tante volte, ci sta che quest’anno molti abbiano una rotazione non favorevole. Ma non credo proprio che ci sarà una fuga da Sanremo, vedrai che l’anno prossimo ci saranno tutti. È solo una questione di rotazione, l’hanno fatto tutti troppe volte»
…E tu? Quando ci vai a Sanremo?
«Io credo di essere uno di quelli che deve diventare talmente grosso da solo che poi entra perché è grosso. Non sarò uno che ci va come scoperta, me la devo cavare da solo. Io vivo bene così, mi piace quando c’è del pepe, quando me la rendi complicata. Mi gaso»
Hai definito un brano del tuo disco, Naufragare, «un tuffo nella merda»…
«La ritenevo necessaria per la mia vita, sentivo il bisogno di raccontare quello che vivevo e vedevo intorno. C’è una visione del mondo un po’ distorta in questo momento: dai social, dalla politica, dalla televisione. Portano a questo sub-umanesimo che non mi rappresenta. Nella canzone ho scritto cose che sentiamo dire sempre più spesso, anche da persone vicine a noi, tipo “Il femminismo fa più morti del patriarcato”, o le solite puttanate sui diritti delle persone LGBTQ+. Ancora. Nel 2025. È allucinante.
Le guerre trattate come se fossero il derby Milan–Inter. Cose che fanno pensare a un leggero declino dell’umanità. Mi piaceva l’idea di raccontare questa cosa in prima persona, attraverso il personaggio di Neri Mario: l’italiano aggredito da queste novità, che però espone lui stesso in prima persona. Se l’avessi fatto in terza sembrava che indicassi col dito: invece no, ci siamo tutti in questa merda. È stato un bel tuffo nella merda: parlarne come se fossi uno che quelle cose le pensa ti fa visualizzare meglio la merda. È stato un esperimento sociale divertente, un po’ come recitare un personaggio in un film»
Ero convinto che avessi deciso di chiamarti Tropico come riferimento geografico, invece è per Tropico del Cancro di Henry Miller. La cosa mi ha fatto sorridere perché il protagonista di quel libro si muove tra artisti falliti, artisti di serie B che se la raccontano. Situazione molto attuale, secondo me…
«Beh, è stato un po’ un caso. Chiaramente sono affezionato a Henry Miller, avevo fatto un disco come Davide Petrella, ma utilizzare il mio nome non fu una grande idea, poi non volevo che mi legassero al mio lavoro d’autore. Poi devo dire che oltre a Henry Miller io ho un altro feticcio della mia vita, che è John Lennon. Quando sono in difficoltà, quando devo prendere delle decisioni, mi capita sempre, ma proprio sempre, di ascoltare una canzone di John Lennon. Devo prendere una decisione? Sento la voce di John Lennon, anche nei posti più improbabili, e dico: “Ok, la faccio”»
Hai uno schema mentale per dividere il lavoro tra Tropico e Davide Petrella? Tu, tra l’altro, sei riuscito a scindere in maniera netta le due strade. Tanti colleghi autori e cantautori ci provano disperatamente da anni senza riuscirci… tu come hai fatto?
«Fare l’autore è un lavoro che non esiste, per quanto mi riguarda. Io sono un autore, se vi piace definirmi così, ma io faccio canzoni, che sia per me o per altri, mi cambia poco. Il discorso è che si è perso un po’ di vista cosa vuol dire collaborare, cosa vuol dire essere cantautori, interpreti, popstar. Si è un po’ mischiato tutto ultimamente, quindi si creano tanti fraintendimenti che non è facile poi smantellare dalla testa delle persone. Io personalmente credo che non si possa dare a qualcun altro una canzone, una parola, una frase, una melodia.
Non si può fare l’autore per altri se non sei il primo autore di te stesso. Se tu non canti come prima necessità, se da ragazzino non hai avuto il sogno di cantare, se non hai rischiato il culo facendo la gavetta a cantare, se non hai mai cantato una tua canzone quando non c’era niente, quando non eri una persona del sistema musicale, dell’industria, se non hai rischiato in prima persona di emozionare qualcuno, di far sorridere qualcuno, di risultare brillante, grigio, quello che è… come puoi pensare che un altro si possa fidare di te se tu non sai neanche cosa vuol dire? Io non me la sentirei.
Il fatto di scrivere per altri mi è capitato per strada, ma io ho sempre fatto quello e continuerò. Faccio musica da quando avevo 12 anni e non mi passerà mai. Finché non crepo, proverò a fare musica e farò musica, a prescindere dal fatto che io possa collaborare con altri artisti»
Hai detto in un’intervista: «Vedo pochi artisti in giro che si devastano la vita come me la devasto io per la voglia di trovare una canzone che valga, che lasci il segno. A più d’uno mi verrebbe da dire: “Devastati la vita come me la devasto io, per creare della musica, per creare un testo, e poi ne parliamo”». Immagino siano artisti per i quali scrivi o hai scritto, non ti dà fastidio lavorare in un contesto di superficialità?
«Guarda, io ti dico la verità: sono uno che tende a fare tanta selezione, perché prima di tutto mi devo divertire. Io quando scrivo insieme ad altri, quando scrivo per altri, comunque ho la necessità di divertirmi in studio, perché se mi spacco i coglioni non riesco ad essere produttivo. Che sia una canzone leggera o che sia una canzone profondissima, una roba cantautorale, comunque devo stare in studio preso bene e mi devo divertire»
E come scegli gli artisti con cui collaborare?
«Il mio spirito è sempre quello di: “Vediamo questo qua se mi può insegnare qualcosa, vediamo se posso imparare qualcosa da un rapper, da un trapper, da un cantautore, da un producer”. Sono poco snob. A patto che chi si sta approcciando alla musica in quel momento con me abbia in qualche modo un potenziale da qualche parte, che sia artistico, che sia di linguaggio, che sia di immagine, e che tramite la sua immagine, tramite il suo personaggio, io riesca a veicolare una cosa che mi risuona. Allora per me va bene»
Avrai detto anche qualche no…
«Potrei dirti tantissimi no della mia vita, ma non perché non stimassi gli artisti o le persone con cui potevo collaborare e fare delle cose insieme, ma perché non sentivo di essere utile. Magari penso che vado lì e non mi diverto, e quindi magari preferisco evitare. Non sono uno che segue la quantità delle canzoni: anzi, cerco di centellinare come posso le collaborazioni, perché mi piace proprio dedicare del tempo a quella cosa, a quella persona. Sì, è vero che è un mondo superficiale, ma questo c’è, quindi lo spirito mio è quello di cercare anche in un artista che magari sembra superficiale di tirare fuori quello che a me diverte e quello che può funzionare magari per la canzone, per la musica»
E poi come valuti il risultato quando la canzone è fuori?
«Fortunatamente o sfortunatamente, la musica la decidono le persone, quindi chi sono io per dire “questo è giusto” o “questo è sbagliato”? Secondo me nessuno è in grado di dirlo, nessuno dovrebbe dire “questa musica è giusta, questa musica è sbagliata”. Semplicemente ci sono dei gusti, personalmente a me emozionano delle cose, ad altri emozionano altre. Se mi diverte fare anche cose che non sono proprio la mia tazza di te, ma mi divertono, io vado a giocare, voglio imparare anche il linguaggio del ragazzino di 16 anni che ha appena fatto un disco. Devo imparare il linguaggio, sono troppo curioso, devo capire se esce uno più bravo di me, devo capire se uno prende la melodia in un modo talmente strano che magari mi è utile»
Quante canzoni firmate da te sono tra le 250 che sono arrivate a Carlo Conti quest’anno?
«Non lo so, sono contento se c’è qualcuno, ma ti dico: come tutti gli anni, è sempre casuale. Io tendenzialmente tutti gli anni mi faccio una lista per capire chi va a Sanremo e chi non va a Sanremo. Se un artista cerca o non cerca e individuo degli artisti con cui magari posso essere compatibile, con cui posso fare un buon lavoro. Quindi anche quest’anno, come tutti gli anni, ti dico: ho lavorato altre canzoni, se me le prendono sono contento, se non me le prendono va bene lo stesso, però sono contento che ho lavorato con degli artisti che comunque stimo e con cui mi sono divertito»
Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo disco in chi l’ascolta?
«Spero ci si renda conto che potevo fare scelte diverse, più comode, ma proprio non me ne importa niente. Spero che rimanga il coraggio che ci ho messo nel cercare di fare una roba personale»
Quanto è difficile portarsi dietro il peso dell’hitmaker Davide Petrella portando avanti parallelamente il progetto Tropico?
«Devo dire che è veramente difficile essere al mio posto in questo momento, perché non sono uno che riceverà mai un aiuto. Io sono conosciuto per gli addetti ai lavori, c’è sempre qualcosa che ho sentito di me che mi lega a qualche altra cosa, che mi lega a qualche altro artista, quindi non sarò mai la novità che parte dal nulla. Mi devo sudare tutto sul campo, devo fare il doppio della fatica, l’unico riflettore su di me lo accendono le persone venendo ai concerti.
Quando saranno ancora di più spero che sarà evidente che qualcosa di buono stiamo facendo da quando abbiamo cominciato questo percorso. E sarò contento, sennò fino ad allora testa bassa e via. Spero che le persone che vengono ai concerti siano felici di quello che stiamo facendo, perché sono proprio il motore principale di quello che facciamo, perché loro decidono tutto, io non sono campione di Spotify, non sono campione della radio, non sono campione da nessuna parte. I numeri che facciamo ai live sono irreali, sono incredibili, rispetto a quello che poi facciamo da altre parti. E me li tengo ben stretti.
Spero che questo giro di boa premi le canzoni, premi i progetti sinceri, fatti per il gusto di fare canzoni, di prendersi cura del live, delle persone che ti sostengono, senza badare ai numeri, senza essere cialtroni, senza snaturare la propria visione. Non sono disposto a perdere la linea di questo progetto che sta portando le persone ai concerti per fare canzoni che non mi piacciono, per cercare le hit estive, per cercare Sanremo. Deve essere così: quando si accenderà una luce più grande, mi dovrà beccare mentre faccio le cose al mio meglio. Io spero che stiamo facendo le cose al nostro meglio».
