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Iran, la ragazza della sigaretta a chi diffonde fake news: «Siete attivisti per i diritti umani o anti-ebrei?»

14 Gennaio 2026 - 14:26 David Puente
L'attivista iraniana, arrestata due volte dal regime e oggi in esilio, risponde agli attacchi diffusi contro di lei

La ragazza iraniana diventata virale per la foto in cui accende una sigaretta bruciando l’immagine dell’Ayatollah Ali Khamenei è stata oggetto di una dura e costante campagna di disinformazione. Alcuni utenti hanno sostenuto, erroneamente, che la foto fosse del 2022, che fosse stata scattata in Iran e che la protagonista non fosse iraniana, ma una donna ebrea canadese. La ragazza non ha mai affermato di trovarsi in Iran al momento dello scatto, mentre tutte le false ricostruzioni sono state smentite da un nostro fact-check. Tuttavia, gli attacchi non si sono fermati e le accuse sulla sua presunta religione sono proseguite senza sosta.

Contattata da Open per un commento, la ragazza ha risposto puntando il dito contro quella che definisce una propaganda che distoglie l’attenzione da quanto sta accadendo in Iran: «Queste persone fingono di parlare di diritti umani, ma non dicono una parola su come gli iraniani vengano massacrati proprio ora in Iran. Io ho solo una domanda per loro: siete attivisti per i diritti umani o semplicemente attivisti anti-ebrei?».

La storia di “Morticia”

In un’intervista rilasciata al media spagnolo THE OBJECTIVE, la ragazza racconta di avere 23 anni e di essere un’attivista iraniana oggi in esilio in Canada (come raccontato in precedenza a Open). Spiega di aver vissuto sotto minaccia fin dall’adolescenza e di essere stata arrestata per la prima volta a 17 anni durante le proteste del novembre 2019, quando fu detenuta per una notte e successivamente posta sotto sorveglianza.

“Morticia”, pseudonimo che usa su X, racconta di essere stata nuovamente arrestata nel 2024, dopo aver espresso posizioni critiche verso il regime e l’obbligo del velo, subendo umiliazioni e abusi fisici durante l’interrogatorio. Dopo il rilascio, ottenuto con una cauzione elevata, e temendo una lunga condanna, è fuggita prima in Turchia e poi in Canada, dove ha chiesto asilo.

Nell’intervista descrive le difficoltà di “Morticia” durante l’esilio, come l’impossibilità di comunicare con la famiglia rimasta in Iran a causa del blackout pilotato di internet. Infine, sostiene che quanto sta accadendo nel 2026 non sia più una protesta, ma una rivoluzione contro il regime degli ayatollah.

La religione come strumento di delegittimazione

L’etichetta di “ebrea” viene utilizzata in diversi post come strumento di delegittimazione, all’interno di una strategia che sposta l’attenzione dall’oggetto della protesta all’identità attribuita alla protagonista, come se l’appartenenza religiosa fosse un elemento rilevante per stabilire la legittimità di una critica al regime iraniano. Un meccanismo che, di fatto, richiama elementi riconducibili all’antisemitismo.

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