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Meloni e la telefonata a Trump per spiegare il “ni” al Board di Pace per Gaza: «Vorrei ma non posso»

23 Gennaio 2026 - 08:46 Simone Disegni
Meloni Trump
Meloni Trump
Sfumato il faccia a faccia a Davos, la premier ha parlato al telefono col leader Usa spiegandogli perché è rimasta fuori (per ora) dal nuovo organismo

Alla fine Giorgia Meloni a Davos non ci è andata. Non che smaniasse dalla voglia di infilarsi nel ritrovo del gotha politico-finanziario del mondo, che da leader d’opposizione con Fratelli d’Italia ha sempre attaccato. Ma Donald Trump lo avrebbe visto volentieri: per tenere caldo il rapporto privilegiato, per provare a mediare su dazi e Groenlandia – alla fine l’ha fatto Mark Rutte -, ma anche per spiegargli le ragioni della freddezza dell’Italia sul Board di Pace per Gaza (e non solo). Ma per quell’incontro bilaterale anche fugace l’Amministrazione Usa non ha trovato spazio. Meloni ha capito che l’unica stretta di mano, se fosse partita per le montagne svizzere, l’avrebbe potuta dare a Trump alla grottesca cerimonia di lancio del Board. E così l’aereo della premier ieri mattina è rimasto fermo sulla pista di Fiumicino. È decollato solo nel pomeriggio per Bruxelles – destinazione il Consiglio europeo straordinario convocato dopo le minacce di dazi Usa all’Europa. Ed è proprio all’arrivo nella capitale belga che Meloni è riuscita ad agganciare finalmente Trump. Per telefono. Il presidente Usa, a sua volta, chiusi gli impegni di Davos si apprestava a tornare in patria. E in quel breve scambio la premier ha provato a dargli il senso della linea dell’Italia.

Cosa si sono detti Meloni e Trump

L’Italia al momento non può entrare nel Board di Pace lanciato ieri dagli Usa, per gestire il dopoguerra a Gaza ma potenzialmente pure le crisi e i conflitti su scala globale, appunto perché quel mandato così ampio – e quella natura «imperiale» e «privatistica» riassunte dalla presidenza a vita per Trump e dal posto fisso a pagamento per gli altri Paesi – assommano a un affronto all’Onu. E la Costituzione italiana, all’articolo 11, prevede che l’Italia possa partecipare ad organizzazioni internazionali soltanto «in condizioni di parità con gli altri Stati». Questo, in soldoni, avrebbe spiegato Meloni a Trump nel breve scambio, secondo quanto riportano stamattina diversi quotidiani. Magari in linguaggio più diretto e meno legalistico: «Vorrei ma non posso, il Parlamento si metterebbe di traverso», è il senso del messaggio trasmesso dalla premier al leader Usa. Che infatti poco più tardi, dall’Air Force One che lo riportava negli Stati Uniti, ha riferito così ai cronisti quanto aveva recepito: «lei (Meloni, ndr) vuole disperatamente firmare, ma credo che debba tornare dal suo ramo legislativo. E lo stesso vale per la Polonia».

Il “ni” dell’Italia al Board e quello dell’Europa

E così più che un “no” quello dell’Italia al Board appare un “ni”, riassume Repubblica. Non ora, non così, ma un domani chissà, magari con qualche revisione dell’architettura dell’organismo. Una posizione tutto sommato vicina a quella collettiva dei 27 Paesi Ue, riassunta nella notte da Antonio Costa al termine del vertice europeo: «Nutriamo seri dubbi su una serie di elementi contenuti nello statuto del Consiglio di pace – Board of Peace – relativi al suo ambito di competenza, alla sua governance e alla sua compatibilità con la Carta delle Nazioni Unite. Siamo pronti a collaborare con gli Stati Uniti all’attuazione del piano di pace globale per Gaza, con un Consiglio di pace che svolga la sua missione di amministrazione transitoria, in conformità con la risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite», ha detto l’ex premier portoghese nelle “conclusioni orali” del Consiglio europeo. Se il Board Usa accetterà di abbassare un tantino la cresta e rientrare in una chiara cornice Onu, insomma, la posizione di chiusura dei Paesi europei (tranne Ungheria e Bulgaria, già entrate) potrebbe mutare. Meloni con quella telefonata, nel frattempo, spera di aver mantenuto intatta la sua special relationship col leader Usa.

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