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Tutti Fenomeni: «Sanremo? Mi piacerebbe ma non sono disposto a compromessi sui miei testi» – L’intervista

23 Gennaio 2026 - 11:15 Gabriele Fazio
Il cantautore alla prova del terzo disco, prodotto con Giorgio Poi. Qui ci racconta del suo modo di scrivere, delle canzoni a cui tiene di più e di come si è trasformato dal «bambino che faceva pipì sul cavalcavia per farsi notare» in un uomo adulto

Si intitola Lunedì il terzo album di Tutti Fenomeni, trentenne romano che ha già raccolto importanti consensi da pubblico e critica per i suoi precedenti lavori: Merce funebre (2020), Privilegio raro (2022). Due lavori prodotti da Niccolò Contessa, l’uomo de I Cani, per molti l’artefice della stagione indie, un artista che ha molto in comune con Giorgio Quarzo Guarascio (vero nome di Tutti Fenomeni). Nel nuovo disco ha scelto di passare a lavorare con Giorgio Poi e la scelta non poteva rivelarsi più corretta, in Lunedì infatti si percepisce l’aura di Poi, un lavoro teso a non intaccare, al limite nobilitare le caratteristiche di Tutti Fenomeni. Quel parlato monotonale, quei riferimenti ad una certa cultura pop, l’ironia sottile, colta, pungente. Tutte skills che in Lunedì vengono fatte esplodere con naturale e luminosa poesia e mestiere.

In questo disco sembri più consapevole dei tuoi mezzi…
«Sì, sono d’accordo e ti dirò che devo dividere il merito con Giorgio Poi. Abbiamo lavorato molto sulla melodia, sugli arrangiamenti prima delle parole, con la consapevolezza che le parole sarebbero venute. Devo dire che questa cosa ha dato tanta completezza al messaggio, perché la parola che viene dopo la melodia non è secondaria, anzi, si invera nella forma canzone, che è la cosa che va rispettata. La consapevolezza vuol dire rispettare la musica, rispettare la canzone. Mentre prima ero di rottura, ero futurista, ero il bambino che fa pipì dal cavalcavia per mostrarsi, qui invece c’è un passo verso la semplificazione, verso l’eleganza, ma non la semplificazione del messaggio, verso la chiarezza, che è consapevolezza».

Effettivamente la tua musica vive di scrittura, ma hai mai pensato al coraggio verso un mondo della musica che non sta in questo momento storico dalla parte dei cantautori?
«Io ho sempre di più la consapevolezza della mia inattualità. Mi sembra di crescere bene, perché non ti nego che trovare l’ispirazione, confermarsi, essere originali, avere voglia di sottoporsi al giudizio degli altri, per la terza volta, non è scontato. Però mi sembra che sto riuscendo a far diventare questo un lavoro. Sto diventando adulto, veramente, quindi per questa volta mi interesserà il giudizio degli altri».

Prima lavoravi con Niccolò Contessa, ora sei passato a Giorgio Poi, entrambi meravigliosi autori. Ma questo disco come si incastra nel tuo percorso?
«In futuro non lo so bene cosa sarà, però questo è un disco in cui entra l’”io” ed entra il “tu”, non parlo più in terza persona, non sono più il narratore onnisciente, non sono più il bambino referente, per fortuna sono ancora all’inizio, però sono su una strada che ho scelto e quindi mi posso permettere ancora di essere superficiale, ma sto cominciando a mettere in fila tutti quanti i temi di una vita».

Ma tu al terzo disco hai capito qual è il segreto di Tutti Fenomeni?
«Il segreto è che trovo delle cose imperdibili e sono molto generoso nel ridarle digerite da me e quindi ho questa grandissima voglia di ridare quello che mi emoziona».

I tuoi brani sono ricchi di riferimenti ad una certa cultura pop che tutt’oggi consideriamo un po’ il male assoluto, nei tuoi brani invece trovi un senso perfetto…
«Questo forse è il ponte che ho con la mia fase rap, diciamo. Sostituire i nomi delle marche, dei macchinoni, delle droghe con Proust e Dostoevsky, usati come brand, quindi la brandizzazione della cultura, è una buona idea. In realtà è una cosa da cui mi vorrei svincolare, pensavo di riuscirci con questo terzo disco, invece mi sembra un ibrido, però penso che lo farò al futuro. Perché comunque è una cosa dietro la cui mi nascondo, perché poi la semplificazione dell’eleganza pura sarebbe assimilare i concetti e ridarli con le parole più semplici possibili».

Tu punti ad essere generazionale?
«Ma no, no. Ti riuso la parola “inattuale”. Assurgere a idolo è una cosa che mi spaventa, che mi fa rabbrividire. Mi piacerebbe instaurare, anche se poi si dovesse allargare il mio pubblico, rapporti uno a uno. Vorrei che quando uno ascolta la mia musica sia sempre una conversazione. La musica è anche far ballare, stare insieme, però al momento la mia musica è dialogo e quindi mi piacerebbe instaurare questi rapporti fedeli».

Puntavi invece a fare un disco politico?
«Mi sembra che questo lo sia più degli altri, perché c’è molto corpo, c’è molto sesso, c’è molto sesso digitale, mercificazione del corpo, c’è lotta di classe tramite il corpo, c’è chirurgia estetica. Lo faccio in prima persona, quindi faccio delle considerazioni attuali questa volta, perché il tema del corpo è fondamentale e molto politico».

Secondo te il progetto Tutti i Fenomeni ha un contesto più adatto di altri? E qui il riferimento è chiaramente anche al Festival di Sanremo
«La cosa è questa: uno si può immaginare tutto, uno ci si immagina pure su quel palco, si immagina pure che impatto potrebbe avere quel bacino di rilevanza, però poi alla fine l’entusiasmo si smorza subito, perché subito cominci a pensare: “sì, ci potresti andare ma non dovresti dire quella cosa, dovresti togliere quella parola, dovresti togliere quella frase…” Così ti rendi conto che il progetto Tutti i Fenomeni senza quella frase non vale molto, è meglio ascoltarsi un altro perché vocalmente è più bravo, quindi io senza quella frase non posso andare a Sanremo. Però, insomma, magari tra due anni bisestili potrebbe succedere, non lo so».

Stai aspettando una canzone più innocua per Sanremo?
«Sì, esatto. E comunque è una cosa che mi procurerebbe tantissima ansia, non mi sento preparato, sono una persona molto vulnerabile, molto timido e penso di non essere pronto per quel tipo di pressione. Perché se uno ci va convinto di dove vuole andare, non penso che ti possa scalfire, invece penso che a me potrebbe scalfirmi finire lì non convinto di volere quel tipo di mediaticità. Poi la mia musica mi piacerebbe che l’ascoltassero 13 milioni di persone in diretta, quella in teoria è una cosa buona per la mia musica, però invece forse bisogna difendere la nicchia, bisogna essere radicali, radical shock».

Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo disco in chi lo ascolta?
«A me piacerebbe che invecchiassero bene due canzoni, la prima e l’ultima. Sono le due a cui tengo di più e che credo possano invecchiare bene. Mi piacerebbe che facessero un bel percorso, mi piacerebbe che La ragazza di Vittorio venisse messa in qualche film. Secondo me sono abbastanza evocative, si meriterebbero delle immagini. Mi piacerebbe che altri artisti le usassero e mi piacerebbe che creassero dei mondi».

Beh, tu qualche contattino nel cinema dovresti avercelo…
«Sì, però deve essere una cosa totalmente spontanea, non deve essere un’operazione di marketing. Credo che sono delle canzoni che hanno dei potenziali da esprimere. Penso che tramite quelle canzoni potrei conoscere delle persone che entreranno nella mia vita».

Ah, come gancio?
«Sì, credo che qualcuno affine a me si ritroverà in quelle canzoni, ci rifletterà e verrà da me».

Tipo come il richiamo della sirena?
«A me succede, ci sono delle persone che vengono nella mia vita perché gli piacciono molto le canzoni e le ascoltano con un modo tale che poi arrivano nella mia vita, cioè non diventano dei fan o degli ammiratori della canzone, ma proprio diventiamo amici. Io la musica la faccio per incontrare delle persone stupende, quella cosa che ti dicevo del rapporto uno a uno. Credo che la ragazza di Vittorio e Love is not enough potrebbero portare qualcuno nella mia vita».

Ma qualcuno con delle caratteristiche già precise?
«No, non lo so, qualcuno interessante, qualcuno stimolante, amici duraturi».

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