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Mobrici: «Ero pronto ad andare a lavare i piatti in un ristorante di New York, poi il ritorno degli Oasis mi ha dato una scossa». L’intervista

25 Gennaio 2026 - 09:12 Gabriele Fazio
Supernova è il terzo album da solista di Mobrici dopo i due da cantante e frontman dei Canova, formazione con la quale ha partecipato alla rivoluzione indie

Due anni di silenzio e poi una Supernova, tecnicamente l’esplosione catastrofica di una stella, per i fan degli Oasis un riferimento chiaro a quella perla di Champagne Supernova. Per Mobrici, eccellente cantautore, uno dei protagonisti assoluti della rivoluzione indie, il protagonista di questo rientro in grande stile, un po’ entrambe le cose. Da un lato la sveglia data dalla reunion della band dei fratelli Gallagher, una sorta di segnale che tutto è possibile e la musica ha un significato globale che va oltre i limiti del concepibile. Dall’altro una metafora piuttosto azzeccata del caos che attanaglia questa parentesi di storia e noi, tutti, da soli, come un pesce rosso che nemmeno si rende conto. Un pesce rosso come quello nella copertina del disco, che Mobrici si coccola per la prima volta mentre parla con noi. Un disco che, senza minimamente diluire o ammaccare lo stile al quale ci ha abituati fin dai tempi dei Canova, devia dal suo percorso, da un punto di vista concettuale e compositivo.  

Il titolo Supernova fa pensare che questa reunion degli Oasis per te è stata molto importante?
«Per me, sì. Il titolo non è solo per quello, però sicuramente è un bel tributo, perché quando hanno annunciato la reunion non ho dormito per due o tre notti. Per l’emozione, la voglia di partecipare a questo rito. Per me rappresentava tanto».

Come mai?
«Io ho fatto l’ultimo concerto a novembre del ‘23, mi pare, poi davanti non avevo nulla, non avevo più programmi, avevo anche finito il contratto discografico, stavo anche pensando alla possibilità che non ci sarebbe stato più niente da un punto di vista musicale. Avevo la sensazione di aver davanti tutta una vita, ma non dei progetti a stretto termine. Io i dischi li ho sempre fatti praticamente attaccati, non avevo mai avuto, a parte quei piccoli mesi del Covid, la possibilità di fermarmi dei mesi senza avere progetti. E mi stavo anche abbastanza appoggiando su questa lentezza. Questa cosa degli Oasis mi ha dato proprio una scossa, perché oltre ad avermi dato un appuntamento, una situazione in cui ci sarei voluto essere, per me è stata anche una miccia per dire: “Riparti, rimettiti in pista”, perché poi, dopo un po’, alla noia ci si abitua anche. E quindi per me è stato proprio uno spartiacque questa cosa degli Oasis. È stata una cosa casuale, magari sarebbe successo lo stesso anche senza la reunion, però per me ha significato molto».

E come è stato esserci?
«Io li avevo visti altre volte quando erano in attività, non è che il concerto mi abbia lasciato così scioccato, ma tutto quello che c’è stato attorno sì. Perché comunque la verità è che hanno anche riempito un buco con quel tipo di musica, quel tipo di approccio. E a me piace sempre. Per me quella musica lì non ha una data di scadenza, perché non è intrattenimento e a me la musica non è mai interessata come intrattenimento. Né quella che cerco di fare io, né quella che ho mai ascoltato è mai stata solo intrattenimento. Per me non è nutriente quella roba lì, è come una cosa da mangiare che non ha nessun tipo di consistenza. E quindi il loro ritorno mi ha dato quella sensazione lì, di essere ancora in un momento dove la musica ti lascia davvero dei solchi addosso».

Oggi comunque sappiamo che in realtà un futuro c’era, perché oggi parliamo di un disco. Ma quando pensavi non ci fosse, come vedevi la tua vita senza la musica?
«Nella mia vita non considero la musica un progetto lavorativo. Non la metto al primo posto delle cose che vorrei essere e quello che voglio fare, io con la musica ho sempre avuto un approccio da amatore, nessuno mi ha mai dovuto costringere a fare musica, ma è una cosa che io faccio. Io scrivo canzoni da quando ho 16 anni, che io pubblichi i dischi o non li pubblichi, io le canzoni le scrivo lo stesso e le scriverò lo stesso per sempre. Adesso ho la fortuna di essere arrivato al quinto disco, due con i Canova e tre da solo, e questa è stata una fortuna grandissima, ma io non vivo questa cosa della musica come un’ossessione. Io voglio essere il più onesto possibile con me stesso e con chi mi ascolta, specialmente perché io ho sempre ascoltato artisti così. In questi due anni ho anche viaggiato tanto e ti dico che ero anche pronto a trasferirmi a New York un anno a lavare i piatti in un ristorante asiatico, ero pronto a tutto, ma non tanto perché mi avesse scocciato questa cosa della musica, ma perché io non sono obbligato a pubblicare dischi. Lo faccio solamente quando c’è un’esigenza, un’urgenza, e quando ho specialmente bisogno di interfacciarmi con qualcun altro che ascolta queste canzoni e si sente esattamente come me. Anche se parliamo sempre di pop, ovviamente, però per me è un impegno che ho con me stesso da sempre. È un patto: se da domani premo off su questa cosa della musica, io non scompaio. C’è tutto un mondo da esplorare. Poi, ti dico, fortunatamente non sono andato a fare il cameriere a New York, però non ci vedo niente di negativo. Anzi, mi sembrava anche un’esperienza bellissima. Sono aperto a tutto, come vedi».

Però niente piatti da lavare a New York, è venuto fuori Supernova
«Questo disco è stata una bellissima scoperta, anche perché, per mio volere, ha avuto una gestazione diversa dal solito. Io nei mesi in cui sono stato fermo, che erano i mesi della reunion degli Oasis, quindi intorno a luglio 2024, scrivevo canzoni per i fatti miei, come ho sempre fatto, e io ho sempre avuto un metodo di lavoro preciso: scriverle e arrangiarle, per avere una visione d’insieme. Praticamente io sono sempre andato in studio per registrare le canzoni e pubblicarle, tenendole molto addosso a me, forse proteggendole anche troppo. Però è successo che avessi voglia di appartenere a qualcosa, di non chiudermi in me stesso ancora una volta, in un mondo che già ti spinge a stare da solo, e questa voglia mi ha dato un altro tipo di spinta. Io avevo già una quarantina di canzoni pronte, già arrangiate, dovevo solamente scegliere quali pubblicare e quali no, ma il giorno prima di inviarle a Maciste Dischi le ho cancellate, ho detto: “No, sto continuando a fare sempre la stessa cosa. Quindi vuol dire che questi mesi di stop non mi sono serviti a niente, vuol dire che io rimango sempre lo stesso, non cambio mai, quindi: no”. Ho messo tutto da parte e insieme a Federico Nardelli, che è il produttore di questo album, abbiamo fatto un percorso dove io ho voluto coinvolgere degli altri autori per la prima volta nella mia storia, volevo fare un disco diverso dalle altre volte, voglio confrontarmi con altri amici, artisti che fanno questa stessa mia vita e provare a trovare qualcosa di nuovo per me. E quindi ho coinvolto Calcutta, Gazzelle, Fulminacci e Dimartino».

E alla fine sei soddisfatto?
«Poco fa mi hanno messo in mano per la prima volta il vinile, adesso vedo anche qualcosa di concreto, il risultato di tutto questo casino che è successo, e sono proprio contento. Perché pubblicando delle canzoni come ho sempre fatto mi sarei sentito sempre allo stesso modo. E invece secondo me la vita va vissuta imparando sempre qualcosa dagli altri, crescere sempre».

Hai parlato anche di una nuova era per la tua musica…
«Questa per me sicuramente è stata una lezione importante, perché io non ho mai nemmeno visualizzato l’idea di poter cantare delle cose che non fossero scritte al 100% da me, compresi tutti i riff e i scambi di batteria, per dirti. Quindi mi piaceva quest’idea che potrebbe essere partita una nuova concezione per me di fare musica. Oppure no, questo lo vedremo, però per me è sicuramente uno spartiacque rispetto a quello che ho sempre fatto. Poi magari da fuori sembra comunque la mia solita cosa, però io che ci ho lavorato da dentro so che ha avuto proprio tutt’altro approccio».

È un disco certamente diverso, le vibes sono più incontrollate e meno romantiche, in realtà questa differenza si percepisce chiaramente e forse ti ha anche deviato un po’ dall’argomento romantico che è sempre stato il tuo cavallo di battaglia.
«Io sento comunque che c’è del sentimento in generale, però la cosa centrale è rappresentata da questo pesce in copertina che ricorda proprio qualcuno che è perso in un universo di input, di ansie sociali, di problemi, di confusione, di poca visione del futuro. Quello lì è il mio alter ego, un povero pesce che dalla sua boccia è stato buttato in una galassia, stordito in un mondo difficile da controllare».

Il classico problema generazionale…
«Forse è semplicemente un sinonimo di crescita, proprio a livello anagrafico, però ho avuto tantissimi confronti con un sacco di amici che hanno delle vite ben diverse dalla mia, anche ragazzi che sono stati coinvolti nel disco, e questo senso di apatia, di confusione, non è più una cosa generazionale, ma è qualcosa che va a toccare un po’ tutti gli esseri viventi. C’è qualcosa che non torna e penso che non sia solo una mia analisi».

Supernova è un disco molto onesto, ma che valore ha, anche commerciale, l’onestà nella musica di oggi? Tu ti poni il problema?
«Io non voglio giudicare chi vive la musica in un altro modo, ma io non saprei fare diversamente, non saprei non mettere me stesso in quello che canto, in quello che scrivo, non mettendo dei riferimenti musicali di cose che mi piacciono. Io non ho mai una riflessione sul mercato, sul tipo di scatola in cui andrà la mia roba, anche perché non mi interessa. A me interessa specialmente essere onesto con me stesso, ma sicuramente onesto anche con chi mi segue, perché non sono mai stato preso in giro dagli artisti che mi sono piaciuti nella vita e io non voglio essere così per altri. Voglio lasciare un bel ricordo, che la musica è qualcosa che riempie, che non ti svuota. Io non immaginavo di riuscirci a poterlo fare, ma non ho mai visto, anche da adolescente, una via diversa che farlo in questo modo, cercare di toccare dei nervi che sono coperti durante la vita quotidiana, che dobbiamo essere tutti forti, tutti vincenti, tutti primi. Io sono la dimostrazione che non sono un primo, non sono un vincente se dobbiamo parlare di mercato, a me interessa solamente l’aspetto più puro legato allo scrivere canzoni. Dopodiché, se questa cosa incontra un grandioso successo di mercato sono solamente contento, se non lo incontra io ho fatto il mio. Io la musica la vedo solamente in una direzione, purtroppo non potrei mai fare qualcosa di troppo staccato da me o dai miei gusti».

Nel disco, come accennavi prima, ci sono diversi featuring, che è una specialità della casa, tu riesci sempre a creare dei veri e propri dialoghi artistici, sono proprio duetti vecchia maniera…
«In questo caso è stato così perché con Dimartino e Fulminacci abbiamo scritto insieme, spalla a spalla e divertendoci, è venuto proprio spontaneo. Questa cosa dei featuring mi piace solamente se è qualcosa di reale, se c’è una comunicazione, uno scambio. Essendo un romantico mi piacerà un domani andare a sfogliare le pagine della mia vita e vedere che questi grandi cantautori sono stati presenti nel mio percorso. Io sono proprio orgoglioso di fare un percorso artistico insieme a questi ragazzi, poi in un disco di dieci tracce è bello secondo me concedersi dei momenti in cui ci sono degli scambi del genere, se sono fatti così».

Questo disco, come hai raccontato, viene dopo due anni di silenzio e riflessione, ma questo tempo è servito anche per riflettere proprio sulla figura del cantautore oggi? Sulle dinamiche del mercato, su cosa va e cosa non va…
«Il fatto è che io non faccio il discografico, io scrivo canzoni che vengono pubblicate e le porto sul palco per fare i concerti. Io del resto sinceramente non mi preoccupo molto. Sicuramente pensando ad un progetto come il mio molte volte ho un po’ la sensazione di essere invisibile molte volte, a volte mi chiedo se questa roba rimarrà o se avrà una chance di rimanere per qualcuno, perché comunque, come hai detto tu, è un mercato molto spietato, specialmente legato a delle dinamiche stagionali, legate, che so, a Sanremo, alle hit estive. Quindi comunque, per chi fa musica come me, c’è poco spazio e quindi un po’ la mia paura è quella: a volte mi sento invisibile. Però poi alla fine non è così, perché quando mi capita di incontrare chi mi ascolta per strada o ai concerti o in qualche bar comunque, come scambio, probabilmente mi danno sempre più di quanto io ho dato loro, dimostrano di amare e credere in quello che faccio. Il mercato è un’altra cosa, perché parla di numeri molto più grandi di quelli che possiamo immaginare, quindi non mi ci metto, perché non facendo le canzoni con il righello non saprei prevedere le future mosse, ma neanche mi interessa farlo. Più che altro ho capito che secondo me la bravura o la grandezza di un artista non si valuta in base ai numeri. Almeno questo è quello che mi hanno insegnato gli artisti che ho sempre ascoltato fin da piccolo, che non sono mai stati artisti da primo posto in classifica o da stadio. Quindi non sono affezionato a quel tipo di cosa, cioè che l’artista deve essere famosissimo o in televisione tutti i giorni. Non è un aspetto che mi interessa. Poi se un domani dovesse succedere siamo tutti contenti, sperando di fare sempre il meglio di quello che possiamo, ma non è una mia mira».

Uno di questi pezzi è stato proposto a Carlo Conti per Sanremo?
«No, non abbiamo considerato Sanremo perché il disco l’abbiamo finito a fine ottobre e non c’era questo obiettivo. Però in futuro, prima o poi, mi piacerebbe provare, mi piacerebbe farlo bene, perché secondo me una volta che sei lì il grande pubblico, a cui io non sono esposto, ti conosce, quindi vorrei farlo come a me piace, vorrei essere come mi piacerebbe essere visto. Quindi in futuro non la escludo questa cosa. Per il resto, ti dico: mi sembra comunque una vetrina interessante. La cosa che mi dispiace è che occupa tanto spazio da un punto di vista del settore discografico e gli artisti che ci partecipano sono tanti, quindi purtroppo poi gli spazi si riducono notevolmente per tutti gli altri, si riduce un po’ l’attenzione sulle piccole cose, sulle cose nuove che hanno bisogno di cura, di pace, di tempo per evolversi».

Eppure l’anno scorso Lucio Corsi ne è uscito benissimo, ha dimostrato che anche il cantautorato può essere economicamente performante…tu ci credi ancora?
«No, non penso, perché non essendo più nel Novecento anche i sistemi di comunicazione sono totalmente diversi. Io purtroppo penso che oggi premi molto la velocità con cui succedono le cose, con cui ci sono dei successi di una settimana, a volte anche di 24 ore. Io penso che non possa tornare quella cosa lì su larga scala, specialmente perché il cantautorato porta sempre con sé l’introspezione, la riflessione, che non mi sembrano roba per questo tipo di mondo. Penso che possano esserci dei bravi artisti che raccontano la loro vita in musica cercando di incontrare anche la vita degli altri, questo sì. Che ci sia un cambio totale di prospettive musicali non lo so, mai dire mai, ma non penso. La distinzione, più che tra cantautori e intrattenitori, la farei tra i bravi artisti e quelli no, perché quella è la vera differenza. I bravi artisti ci saranno per sempre. Il bello sarebbe che ognuno avesse la stessa luce, invece se mettiamo la luce solo sull’intrattenimento e mettiamo in ombra tutto il resto, ci perdiamo tanto».

Mi dici cosa accadrà al mega evento all’Alcatraz il prossimo 11 marzo?
«Non lo so, perché sto iniziando a pensarci proprio in questi giorni. Però la cosa che mi fa gasare è che sto iniziando a capire le canzoni che suonerò e vedo che mi piace ancora quello che ho fatto, anche dieci anni fa, sono contento di non dover rinnegare niente. Sarà una bella scelta, perché non posso suonare tre ore e mezza, ma sono contento di vedere che si possono fare tante cose diverse. I miei concerti sono molto partecipati, molto cantati, e c’è sempre questo scambio bellissimo. Io penso sempre a quel momento quando torno in hotel dopo un concerto, a quei pochi metri fino alla stanza, a quella sensazione di camminare ad un metro da terra perché sono felice di quello scambio emotivo. Non vedo l’ora che arrivi».

Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo disco?
«Di questo disco mi piacerebbe che rimanessi io, che non mi calpestasse, che rappresentasse una parte della mia vita, questi due anni passati e i prossimi. Mi piacciono ancora molto le canzoni, sono molto legato emotivamente a ognuna per ragioni diverse. Spero rimanga l’autenticità, che è la testimonianza di questo pesce, il mio alter ego, perso nell’enormità di questo mondo. Mi piace lasciare questa parte di me».

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