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Il poliziotto 29enne pestato a calci e martellate a Torino: «Così mi sono ritrovato da solo». L’agguato e l’arsenale: chi sono gli antagonisti del blocco nero – Il video

01 Febbraio 2026 - 07:08 Giovanni Ruggiero
Parla l'agente finito in ospedale, dopo il pestaggio durante il corteo di Torino per il centro sociale Askatasuna

Alessandro Calista, 29 anni del reparto mobile di Padova, si è trovato separato dai colleghi durante gli scontri scoppiati a Torino al corteo in solidarietà al centro sociale sgomberato Askatasuna. «Mi sono ritrovato da solo tra gli incappucciati, non so quanti fossero ma erano tanti, sono finito per terra, ho perso il casco mentre mi prendevano a calci», racconta dalla barella delle Molinette secondo quanto riporta Repubblica. Una decina di persone vestite di nero e incappucciate lo ha accerchiato in uno dei controviali: calci, pugni e tre colpi di martello alla schiena mentre cercava disperatamente di proteggere la testa. L’agente, sposato con un figlio piccolo, ha riportato contusioni multiple e una ferita alla coscia sinistra. Solo l’intervento di un collega che è tornato indietro proteggendolo con lo scudo lo ha salvato da conseguenze peggiori.

Come sta il poliziotto pestato

Dal pronto soccorso dove è ricoverato insieme ad altri cinque colleghi, Calista ha risposto alle chiamate del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e del capo della polizia Vittorio Pisani. «Adesso non posso parlare, mi stanno ancora medicando», ha dichiarato al Corriere della Sera con un filo di voce. Nonostante le martellate e il pestaggio subito, le sue condizioni non sono gravi: trasportato in codice azzurro, ha rassicurato tutti dicendo: «Sto bene e vi ringrazio per la vicinanza, ho fatto solo il mio dovere». Prima di crollare per lo shock, ha chiesto di parlare con la moglie per rassicurarla pensando al bambino che lo aspetta a casa. In serata sono arrivati in ospedale il sindaco Stefano Lo Russo, il governatore Alberto Cirio e il ministro Paolo Zangrillo per manifestare solidarietà.

Due ore di guerriglia urbana

A pochi passi dall’ex centro sociale sgomberato si è consumato quello che non si vedeva da anni in una manifestazione. Il furgone della polizia è andato a fuoco a 30 metri da Askatasuna mentre gli agenti all’interno si catapultavano fuori. Il blocco nero dei manifestanti ha scagliato sassi di grosse dimensioni contro i poliziotti, fuochi artificiali sparati con tubi per amplificarne gittata e potenza, bombe carta. Come scrive La Stampa, 700 black bloc hanno assediato 150 metri di strada difesi dagli uomini in divisa, che hanno risposto con lacrimogeni e idranti senza mai arrivare allo scontro diretto. L’assalto è durato due ore, con il gruppone in monopattino in testa al serpentone dei 20mila manifestanti e martellate contro le vetrine della banca Crédit Agricole.

Chi sono gli antagonisti del blocco nero

«Sono stranieri» dice qualcuno, ma non è la regola. Durante i controlli preventivi ne hanno fermati una decina: avevano giubbotti e pantaloni impermeabili negli zaini, mascherine, collirio e passamontagna. Quelli bloccati per strada erano francesi, ma ci sono anche ragazzi di altri Paesi e moltissimi italiani. Il blocco nero si forma alla bisogna e si disfa senza saluti: le regole sono sempre le stesse, “distruggi il sistema” e assalta gli uomini in divisa. Arrivano da diversi centri sociali del Paese. L’acronimo “Acab” comprende tutti: poliziotti, carabinieri, finanzieri. Alla fine della battaglia, nelle traverse di corso Regina Margherita sono rimasti decine di vestiti abbandonati – passamontagna, guanti, pantaloni e giubbini impermeabili, tutti neri della stessa marca. Chi faceva la guerra si è mescolato alla movida. In questura hanno idee chiare su chi ha organizzato la strategia d’attacco, ma mancano solo i dettagli anagrafici.

L’arsenale: dagli scudi medievali alle chiavi inglesi

Le pietre ci sono ogni volta, i fuochi d’artificio sparati ad altezza d’uomo sono un’invenzione dell’insurrezionalismo anarchico. Ma stavolta in corso Regina Margherita c’era di più. Chiavi inglesi grosse per picchiare il nemico in divisa, scudi per difendersi da idranti e lacrimogeni. Gli scudi però erano quelli dei guerrieri medievali: lastre di metallo spesse qualche millimetro con manici rivettati, e un marchio sulla parte esterna che racconta tutto – la stella rossa con la saetta nera. Anarchia e insurrezionalismo declinato con nomi di associazioni e gruppi che nascono e muoiono nel giro di pochi mesi, o che appaiono una volta e poi spariscono per anni.

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