Musumeci in difensiva su Niscemi: «In Sicilia nove comuni su dieci a rischio frane, non potevo risolvere il problema in 4 mesi». Lo scontro sull’ordine dei lavori

Il ministro della Protezione civile, Nello Musumeci, interviene al Senato per ricostruire l’emergenza idrica in Sicilia e in particolare i fatti di Niscemi. Ma prima del suo intervento un lungo dibattito tra i parlamentari si è soffermato sulla decisione della maggioranza di trasformare l’informativa di Matteo Piantedosi sui fatti di Torino, prevista per il pomeriggio, in comunicazioni, con la possibilità di votare una risoluzione alla fine. Risoluzione che invece non si voterà sui fatti di Niscemi, certamente più divisivi per la maggioranza di governo. “State cercando di strumentalizzare i fatti di Torino per piegare le libertà civili nel paese», dice intervenendo il senatore di Avs, Peppe De Cristofaro, ma contro la decisione di far votare solo dopo la discussione sugli scontri di sabato si pronunciano da M5s a Pd, inclusa Italia Viva.
I rischi per la Sicilia
Musumeci, nella sua relazione, parte dal descrivere la situazione idrogeologica siciliana: «Nove comuni su dieci in Sicilia hanno aree ad alto rischio frane. E in Italia oltre il 44% dei comuni si trova in territori a rischio idrologico».
A Niscemi, dice il ministro, dopo la frana del 26 gennaio è stato inviato un team di tecnici «a supporto del dipartimento regionale»: «Frane di questa tipologia hanno una tendenza alla retrogressione – aggiunge Musumeci – a propagarsi verso il centro storico. Anche il fenomeno attuale è suscettibile di retrogressione, sulla base degli eventi del 1997 e del 1790, sappiamo che potrebbe esserci una retrogressione di alcune decine di metri con una evoluzione che potrebbe coinvolgere ulteriori edifici. In poche settimane sapremo cosa fare, perché si sta procedendo ad una stima».
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I mancati interventi di stabilizzazione
La parte più complessa dell’intervento di Musumeci, però, riguarda la ricostruzione di quanto accaduto negli anni precedenti alla frana, specie nel periodo in cui era lui a governare la Sicilia. Il ministro si difende attaccando: «Si è cercato in malafede un capro espiatorio, soprattutto sulla frana di Niscemi, invece di contribuire ad una seria comprensione dei fatti. Sono atti di sciacallaggio avvenuti anche dentro e fuori le istituzioni, non sono mancati gli sciacalli in giacca e cravatta”. Musumeci spiega anche di aver fatto vari interventi sul rischio frane, nella sua amministrazione dal 2017 al 2022.
Sul caso specifico di Niscemi dice di aver potuto consultare «in questi giorni» i documenti: «Dopo la prima frana del 1997 sono state adottate una sequela di ordinanze, 9 in cinque anni, e stanziati i primi 7 milioni di euro e nominati vari soggetti attuatori. Gli interventi furono chiari fin da subito: delocalizzazione gli edifici crollati, realizzare una galleria da un torrente all’altro, irreggimentare il torrente Benefizio, deviare le acque nere e realizzare un depuratore. Ma c’è stata una condizione di stallo quasi permanente. Nel 2017 non c’era ancora un cantiere anzi non ci sarà mai».
«Il sindaco non mi disse del rischio»
Il ministro dice di non essere stato informato dal sindaco della gravità della situazione: «Non mi hanno mai parlato del rischio incombente su una frana che era in stato così avanzato da rendere vano qualunque intervento. Sono stato a Niscemi tre volte e ho fatto i tre interventi che mi hanno chiesto, ma non mi hanno parlato della frana. Il Pai (l documento sulla situzione idrogeologica) fatto nel 2022 è frutto della costituzione dell’autorità di bacino avvenuta per mia volontà. Il rischio era ormai arrivato ad R4, e proprio grazie a quell’aggiornamento c’è stata una fase operativa nuova. Io ho saputo della gravità della situazione 4 mesi prima delle dimissioni, non sta a me coprire chi dal 1997 aveva il compito di intervenire e non l’ha fatto».
