«Vi spiego perché il cuore bruciato doveva per forza essere trapiantato al bambino»

«Il cuore rimosso era terminale e non avrebbe avuto possibilità di recupero. Quello nuovo, pur danneggiato dal freddo, restava un organo normale di cui non si poteva conoscere il grado di compromissione senza tentare la riperfusione. In una situazione del genere, impiantarlo e verificarne la ripartenza è una scelta tecnicamente comprensibile e corretta. Anche io, a quel punto, avrei fatto la stessa scelta». Carlo Pace Napoleone, direttore della cardiochirurgia pediatrica dell’ospedale Regina Margherita di Torino, spiega oggi perché i medici dell’ospedale Monaldi di Napoli hanno deciso di eseguire il trapianto del cuore bruciato al bambino di due anni e tre mesi che soffre di cardiomiopatia dilatativa.
Il cuore bruciato e l’operazione
L’esperto parla in un’intervista a La Stampa. Nella quale spiega prima di tutto quanto un bambino può restare in vita attaccato all’Ecmo in attesa del trapianto: «Dopo due, massimo tre settimane iniziano a comparire effetti collaterali importanti. A quel punto i danni che possono insorgere negli organi cominciano a superare i benefici legati al supporto meccanico, che di fatto tiene in vita il paziente». Tra i danni, spiega Pace Napoleone, ci sono «un progressivo decadimento di fegato, reni e polmoni. C’è poi un altro aspetto fondamentale: durante l’Ecmo il sangue deve essere mantenuto non coagulabile. Questo comporta il rischio di sanguinamenti. Possono quindi verificarsi eventi acuti: emorragie cerebrali, fenomeni embolici, formazione di trombi. Sono complicanze note e temute quando il supporto si prolunga».
Il nuovo trapianto
Il bambino è in attesa di un nuovo trapianto. La madre Patrizia Mercolino ha lanciato un appello per la ricerca di un nuovo cuore. I danni dell’Ecmo potrebbero però impedirlo: «La condizione fondamentale è l’integrità neurologica: è essenziale che non si siano verificati eventi embolici o emorragici cerebrali». Il dottore spiega anche cosa può essere successo per il cuore bruciato: «L’équipe parte dall’ospedale del ricevente portando con sé la box per il trasporto e provvede alla sua preparazione, inserendo ghiaccio normale e soluzione cardioplegica per proteggere il cuore. Se fin dall’inizio fosse stato utilizzato ghiaccio secco, si sarebbe congelata anche la soluzione contenuta nelle sacche, e l’anomalia sarebbe stata evidente all’apertura del contenitore avvenuta in questo caso a Bolzano. È quindi più plausibile che si sia partiti con ghiaccio tradizionale, che durante il viaggio il ghiaccio si sia parzialmente sciolto e che, eventualmente, all’arrivo sia stato chiesto un rabbocco che viene eseguito sempre dall’équipe».
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Reimpiantare il cuore vecchio?
Infine, il dottore spiega che reimpiantare il cuore vecchio era impossibile. Mentre impiantare quello nuovo aveva comunque una possibilità. Per questo, conclude, anche lui avrebbe proceduto all’impianto. Renato Romagnoli, coordinatore dei trapianti in Piemonte e Val d’Aosta e direttore del Centro trapianti fegato della Città della salute di Torino, aggiunge con il Quotidiano Nazionale che «una direttiva europea prevede un monitoraggio continuo, poco per volta le aziende sanitarie si stanno adeguando. Naturalmente aumentano i costi rispetto a quelli di un contenitore termico con ghiaccio a cubetti. Per avere più qualità e sicurezza c’è bisogno di investimenti e denaro. Il trasporto con un monitoraggio costante della temperatura e un geolocalizzatore costa sui mille euro. Se moltiplichiamo la cifra per il numero di trapianti…».
La lista d’attesa
«In questo momento in Italia siamo sugli 8mila pazienti, quasi 6mila per i reni, l’organo più trapiantato. Subito dopo c’è il fegato», spiega Romagnoli. Si definiscono trapianti salvavita «quelli di organi che se non funzionanti possono determinare la morte del paziente o la necessità di un nuovo trapianto. Fondamentalmente il cuore, i polmoni, il fegato, la cute per i grandi ustionati, Crans-Montana è stato uno di questi casi. Mentre il trapianto di rene non viene considerato salvavita perché c’è il paracadute della dialisi e per il pancreas quello dell’insulina». Nei tempi d’attesa «le variabili sono tante. Dipende dal tipo di organo e di patologia, dal gruppo sanguigno del paziente e dall’età. Ci sono trapianti che vengono realizzati nel giro di pochi giorni, addirittura di poche ore, altrimenti si muore: per insufficienza epatica acuta, insufficienza cardiaca estrema, insufficienza respiratoria gravissima… E ci sono pazienti molto meno urgenti che possono restare in lista per anni. Anche cinque o sei per i reni».
