Il cuore nuovo per il bambino di Nola e l’enigma compatibilità: «Tre in attesa prima di lui»

Il possibile donatore del bambino di Nola in attesa di ricevere un nuovo cuore, è un bambino di tre anni morto per una leucemia. Ma il suo sangue è del gruppo 0 RH+. E non del gruppo B, come quello del bimbo dal cuore bruciato. Per questo attualmente è il quarto nella lista perché solo compatibile. Mentre tre bambini ricoverati in altre cardiochirurgie italiane sono davanti nella lista perché hanno lo stesso gruppo sanguigno del donatore. Repubblica scrive che si tratta di pazienti in gravi condizioni e che hanno bisogno di un cuore nuovo.
La compatibilità
L’avvocato della famiglia Francesco Petruzzi ha detto ieri a Cartabianca che «domani (oggi, ndr) valutano la compatibilità e trapiantabilità, se il gruppo sanguigno sarà compatibile. Domani si valuterà con il team la trapiantabilità. Così mi ha detto la direzione». Secondo quanto riferito dall’avvocato l’espianto del cuore non è ancora stato eseguito. La mamma del piccolo ha lasciato l’ospedale senza parlare con i giornalisti. «Fino a domattina non si saprà niente», ha proseguito il legale, ricordando che sempre domani a valutare la trapiantabilità ci penserà «una équipe interdisciplinare allargata ai maggiori esperti nazionali», ha detto riferendo le parole della direzione sanitaria dell’ospedale, che in serata aveva convocato d’urgenza la mamma del bambino.
La valutazione del rischio rigetto
L’Azienda dei Colli ha fatto sapere che oggi in mattinata darà il responso. Precisando che l’attesa non avrà alcuna ripercussione sul cuore del donatore, in quanto compatibile con la gestione della donazione in corso. Il quotidiano spiega anche che i protocolli prevedono che quando c’è la disponibilità di un organo il sistema del Centro Nazionale Trapianti lo rende noto ai centri. In base a una serie di fattori si stabilisce quale sia il primo malato ad averne diritto, semplicemente perché l’intervento ha maggior probabilità di riuscita. Intanto ci si chiede chi potrebbe effettuare il trapianto a Napoli.
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L’attività del Monaldi è stata sospesa. Il primario Guido Oppido sarebbe comunque disponibile a operare. È molto probabile che nella lista d’attesa, prima del bambino di Nola, ci siano pazienti seguiti da alcuni dei medici che sono stati chiamati a dare una consulenza. Allertata anche la rete europea delle donazioni. Il sistema continentale già prevede che se un cuore non può essere trapiantato in una struttura del Paese dove viene prelevato venga offerto subito all’estero, perché non vada sprecato.
L’operabilità del bambino
Per l’Heart Team del Monaldi il piccolo è ritenuto comunque ancora operabile. Nel bollettino diffuso ieri pomeriggio alle 15.30 la situazione non presentava «variazioni significative rispetto a quanto comunicato in precedenza. Le condizioni cliniche restano pertanto stabili, in un quadro di grave criticità e il bambino continua ad essere ricoverato in terapia intensiva sotto stretto monitoraggio assistenziale e strumentale e di consulenze specialistiche. Il paziente permane dunque in lista trapianto fino a nuova valutazione». Gli esperti del Bambino Gesù di Roma avevano invece concluso per la non trapiantabilità del bambino.
Il cardiochirurgo e il rischio di accanimento terapeutico
Intanto Carlo Pace Napoleone, direttore della Struttura complessa di Cardiochirurgia pediatrica e delle Cardiopatie congenite dell’ospedale infantile Regina Margherita di Torino, parla in un’intervista al Corriere della Sera della situazione. Riguardo il cuore nuovo, dice il professore, «non ho informazioni al riguardo e voglio essere sincero: un corpo attaccato all’Ecmo può sopravvivere bene anche un paio di settimane. Oltre questo limite, è molto difficile che non si sia sviluppata una compromissione di altri organi, soprattutto reni, fegato, polmoni e cervello». Anche se «i bambini sono estremamente complessi e la loro capacità di recupero è spesso al di sopra delle aspettative. Oggi, però, è impossibile ipotizzare uno scenario senza aver analizzato personalmente il caso, insieme a tutti i colleghi che hanno risposto all’appello del Monaldi».
Una prognosi neutrale
Secondo Pace Napoleone «il grande lavoro che dobbiamo fare oggi, anche in maniera un po’ cinica, è arrivare a una prognosi neutrale, basata esclusivamente sul quadro clinico che osserveremo, senza farci influenzare dalla singola storia, tantomeno da diagnosi già espresse nelle scorse settimane». Lo scenario migliore sarebbe quello dell’assenza «di ulteriori compromissioni d’organo oltre al cuore. Anche in questo caso, però, bisogna fare un passo indietro». E cioè: «Anche in presenza di un cuore compatibile, non è scontato che il candidato giusto a riceverlo sia il piccolo. A decidere è la probabilità di sopravvivenza e di guarigione tra i vari malati in attesa di trapianto».
Il cuore artificiale
Sul cuore artificiale, il cosiddetto Berlin Heart, il professore dice che ci sono rischi collaterali seri: «Impiantare un dispositivo di questo tipo significa incorrere in un alto rischio di infezioni, senza contare gli effetti collaterali di una terapia anticoagulante permanente». Poi conclude: «Il punto è che, in ogni caso, ci troveremo di fronte a una decisione difficile da prendere. Credo sia questo il motivo che ha spinto la direzione del Monaldi a interpellare uno staff multidisciplinare: dobbiamo cercare di non lasciarci coinvolgere emotivamente, guardare le cose dall’esterno. Anche se è complesso, anche visto il grande coinvolgimento mediatico».
L’operazione
Ma per Pace Napoleone quella del trapianto del cuore bruciato era l’unica strada percorribile: «Intanto, il danno al cuore è stato scoperto solo dopo l’apertura del contenitore che lo conteneva. Inoltre, la letteratura riporta casi di cuori che non battono ma che, una volta trapiantati, dopo un paio di giorni in Ecmo riprendono a funzionare. In questo caso è andata male, ma possiamo dirlo soltanto a posteriori: perché qualcuno ha tentato». La conclusione: «Il nostro faro deve essere il bene del bambino e di nessun altro. Qualsiasi cosa significhi. E il bene del bambino, purtroppo, potrebbe anche voler dire ammettere che non c’è più nulla da fare: no all’eventuale accanimento terapeutico».
