Iran-Venezuela e ritorno, ora i soldati Usa si ribellano alle bizze di Trump: «11 mesi in mare, non funziona neanche il wc»

C’è chi si è perso i funerali del bisnonno, chi i primi passi della figlioletta, chi non ha potuto star vicino al fratello malato di cuore. E se ci si mettono pure gli scarichi dei wc intasati e la puzza di fogna, la prova diventa davvero durissima. È in queste condizioni che si trovano ad operare i marinai della portaerei Usa Gerald R. Ford, in mare ormai da 8 mesi per seguire le strategie o gli umori di Donald Trump. La più grande nave da guerra statunitense era partita a giugno per una missione programmata nel Mediterraneo. Poi, a ottobre, dal Pentagono è arriva la comunicazione del cambio di rotta: la Gerald Ford è stata inviata verso i Caraibi per supportare la nuova politica iper-aggressiva sul Venezuela: prima i sequestri di petroliere e i raid mirati al largo, poi l’operazione militare per catturare il dittatore di Caracas Nicolás Maduro. Neanche il tempo di risolvere, almeno apparentemente, il problema Venezuela, che tra le mani di Washington è tornata la patata bollente dell’Iran, col dilemma sul se e come rispondere alla repressione delle proteste e alla possibile riattivazione del programma nucleare da parte del regime. In attesa di decidere se attaccare o meno, la Casa Bianca ha scelto di spostare forze navali senza precedenti nella regione. Compresa, ça va sans dire, la Ford, ridirottata a sorpresa dall’Oceano Atlantico verso il Medio Oriente. Per la «gioia» dei soldati e marinai che vi operano.
La missione più lunga di sempre e la rabbia dei soldati
Normalmente i dispiegamenti delle portaerei in tempo di pace durano sui sei mesi, ha spiegato al Wall Street Journal Mark Montgomery, contrammiraglio in pensione. I marinai della Ford sono lontani da casa già da 8 mesi, ed è facile pensare che ci resteranno per almeno altri tre. Se arrivasse effettivamente a 11 mesi, quello della portaerei «per tutti gli usi» diventerebbe il più lungo dispiegamento senza interruzioni di una nave della Marina statunitense. Una scelta operativa che rischia di avere conseguenze pratiche deleterie: i patimenti dei marinai, specialmente quelli che hanno mogli o mariti, figli piccoli, genitori anziani, starebbero portando molti di loro a valutare seriamente di lasciare la Marina una volta tornati in patria. Lo hanno confessato essi stessi parlando sotto garanzia di anonimato alla testata Usa. Molti dei membri dell’equipaggio della Ford sono «turbati e arrabbiati», ha detto uno di loro. E perfino i capi della missione sono rimasti spiazzati dall’allungarsi ed estendersi imprevisto della missione.
Lo stupore del comandante e la voglia di fuga dalla Marina
La settimana scorsa il comandante della Ford David Skarosi, comandante della Ford, ha preso carta e penna e in una lettera alle famiglie dell’equipaggio ha riconosciuto il «dolore» dell’ulteriore proroga della missione, ammettendo che lui stesso si aspettava di tornare a casa entro poche settimane. Già si vedeva riassorbito da ben altre faccende, tipo riparare la recinzione del suo giardino. Non certo il supporto a un’altra possibile missione militare ad alto rischio, in Iran. «Ho parlato con molti dei vostri marinai che stanno facendo i conti con la perdita di progetti di gite a Disneyland, matrimoni cui avevano già confermato la loro presenza o vacanze di primavera ai Busch Gardens», ha scritto Skarosi provando a mettersi nei panni dei suoi uomini e delle famiglie. Eppure, ha aggiunto, «quando il nostro Paese chiama, noi rispondiamo». Ma se i dispiegamenti a migliaia di chilometri di distanza continuano a essere gestiti così da Casa Bianca e Pentagono, a rispondere alla chiamata rischiano di essere sempre meno soldati.
In copertina: Membri dell’equipaggio a bordo della portaerei Usa Gerald Ford durante una passata esercitazione – 13 novembre 2022 (Ansa/Epa/Stephanie Lecocq)
