Perché la maggioranza di Meloni litiga sulla riforma della Rai (e ora la discussione sul Ddl va verso il rinvio)

Sulla riforma della governance Rai c’è «un gigantesco problema nella maggioranza». Lo dice senza giri di parole il senatore dem Nicola Irto, che fa parte dell’VIII Commissione del Senato, quella che si sta occupando del disegno di legge «calendarizzato in Aula questa settimana per la discussione». Peccato però che forse quella discussione non ci sarà perché la Capigruppo prevista per domani, 3 marzo, sembra abbia tutta l’intenzione di rimandare il tema a data da destinarsi. Manca ancora l’analisi degli emendamenti e i pareri stessi.
A pesare è soprattutto la mancanza di un accordo politico tra il governo e parte della sua stessa maggioranza, ovvero Forza Italia. Si temporeggia, dunque, nonostante i dem abbiano provveduto a recapitare all’azzurro Claudio Fazzone, che è il relatore del testo in Commissione, una lettera con cui l’11 febbraio scorso chiedevano chiarimenti sui tempi di adozione per individuare «un percorso che consenta la conclusione dell’esame dei provvedimenti nei tempi previsti».
Anche perché la Rai resta a rischio di procedura di infrazione dell’Unione europea per la mancata piena attuazione del Media Freedom Act, in onore del quale la riforma è stata pensata. Ma il giorno della sua discussione è ormai giunto. E senza sviluppi ulteriori.
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Il nodo dello scontro
Lo strappo, si diceva, è di quelli netti. Da un lato c’è Forza Italia nella figura di Maurizio Gasparri, che a inizio legislatura – era l’ottobre 2022 – aveva presentato il testo ispiratore della riforma che avrebbe dovuto iniziare in settimana il suo iter. Dall’altro c’è il governo, nello specifico il Mef, che fatica a non storcere il naso. E il motivo è semplice: nel ddl i membri del consiglio di amministrazione della Rai saranno tutti eletti dal Parlamento (tre la Camera, tre il Senato), poi ci sarà un rappresentante dei dipendenti e, tra queste figure, il Cda voterà l’amministratore delegato. Ora, invece, è il Mef a designarlo. Ed è sempre il Mef a scegliere due dei sette membri del Cda.
Poteri, quelli in mano al Mef, di cui di fatto verrebbe spogliato dalla riforma, tutta volta, dunque, alla parlamentarizzazione della governance della tv di Stato. Ma c’è pure un altro punto che non piace al Ministero guidato dal leghista Giancarlo Giorgetti. Ed è la previsione, all’articolo 6 della riforma, di una riduzione del canone fino al 5% ogni anno, se ci sono meno esigenze di finanziamento. Il che appare piuttosto problematico a via XX settembre, non fosse altro perché la riduzione del canone, si ragiona al Mef, significherebbe anche taglio del personale. Tutti interrogativi, questi, al momento fermi al palo, un po’ come il testo stesso e la stessa candidata presidente del Cda Rai Simona Agnes, che lo scorso febbraio ha ricevuto l’ennesima fumata nera, la tredicesima, in Vigilanza.
