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L’asilo in Australia e le minacce velate: che fine hanno fatto le calciatrici iraniane che hanno protestato contro il regime

11 Marzo 2026 - 10:44 Bruno Gaetani
calciatrici iran protesta asilo politico australia
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Sette di loro rimarranno in Australia dopo il gesto di protesta e chiedono aiuto per i loro familiari. Il resto della squadra è volata in Malesia e attende di tornare a Teheran

Sarà con ogni probabilità in Australia il futuro delle calciatrici della nazionale iraniana di calcio che hanno preso posizione contro il regime degli ayatollah. Pochi istanti prima dell’ultima partita di Coppa d’Asia femminile, giocata in Australia, alcune giocatrici hanno deciso di non cantare l’inno iraniano. Un gesto che si è trasformato in un caso diplomatico internazionale, a causa soprattutto dei timori per possibili conseguenze al loro ritorno a Teheran.

La mano tesa del governo australiano

Sette componenti della delegazione femminile di calcio dell’Iran hanno ottenuto l’asilo in Australia. E il governo di Canberra conferma che a tutti i componenti della delegazione, tranne pochi, è stato offerto asilo in Australia mentre passavano per l’aeroporto di Sydney per imbarcarsi nel viaggio di rimpatrio. Il ministro degli Interni, Tony Burke, ha confermato che sette Lionesses – questo il soprannome delle calciatrici iraniane – hanno ottenuto visti di protezione validi per 12 mesi, che avviano il percorso verso la residenza permanente. Si tratta della stessa classe di visti offerta in passato a cittadini ucraini, palestinesi e afgani. Gli altri membri della delegazione, invece, hanno lasciato l’Australia dopo aver rifiutato l’offerta di rifugio.

Il gesto prima della partita e il caso diplomatico

Tutto inizia durante una partita della AFC Women’s Asian Cup, il torneo quadriennale che riunisce le nazionali femminili della Confederazione asiatica. Prima del calcio d’inizio, alcune calciatrici della nazionale iraniana rimangono in silenzio durante l’esecuzione dell’inno nazionale. È già successo in passato che atleti di Teheran prendessero le distanze dal regime, ma questa volta il contesto è particolarmente delicato. Il torneo si gioca mentre in Medio Oriente e nel Golfo la tensione militare è altissima e l’Iran è coinvolto nel conflitto. E così, il gesto delle calciatrici diventa subito un caso politico.

Teheran chiede il rientro in patria

Dal canto suo, Teheran ha chiesto il rientro in patria delle calciatrici che hanno sfidato il regime chiedendo e ottenendo asilo politico in Australia. L’ufficio del procuratore generale iraniano ha dichiarato che le atlete avrebbero agito in uno stato di «squilibrio emotivo» e che ora possono tornare in Iran «in pace e sicurezza», nell’«amorevole abbraccio delle autorità». La richiesta, che in molti hanno interpretato come una minaccia, è stata diffusa attraverso una nota ufficiale della magistratura iraniana: «Alcune giocatrici della nostra laboriosa squadra di calcio femminile, figlie di questa terra, involontariamente e sotto lo squilibrio emotivo provocato dalle cospirazioni del nemico, si sono comportate in un modo che ha causato l’eccitazione delirante dei leader criminali israeliani e statunitensi».

L’offerta di Canberra

A tendere una mano alle calciatrici, come detto, è stato il governo australiano, che ha offerto l’asilo politico a chi di loro fosse interessata. «È stata data loro una scelta», ha detto il ministro Burke ai reporter. «Volevamo assicurarci che non vi fossero pressioni, o fretta. Si trattava di assicurare a quelle persone la dignità di compiere una scelta». Alla fine sette membri della delegazione – tra calciatrici e staff – hanno deciso di accettare l’offerta e rimanere in Australia, con la speranza di ottenere la residenza nel Paese dopo i primi 12 mesi di visto. Tra loro ci sono anche la giovane attaccante Mohaddeseh Zolfi, 21 anni, e una componente dello staff tecnico.

La calciatrice che ci ha ripensato

Una delle calciatrici che inizialmente avevano accettato la protezione australiana ha deciso di tornare sui propri passi. Dopo aver parlato con alcune compagne già partite per il rientro, la giocatrice ha contattato l’ambasciata iraniana e ha chiesto di essere rimpatriata. Un ripensamento legittimo, ma che ha creato non pochi problemi di sicurezza: rivelando la propria posizione, la calciatrice ha esposto anche le altre che hanno scelto di restare. Per questo motivo, ha spiegato il ministro Burke, le altre persone che avevano chiesto protezione sono state immediatamente trasferite in una località segreta.

Il resto della squadra fa tappa in Malesia

Le altre componenti della nazionale, intanto, hanno lasciato l’Australia. Al momento la squadra è arrivata a Kuala Lumpur, in Malesia, dove alloggia in un hotel e si prepara al rientro in Iran. A confermarlo è stata la Confederazione calcistica asiatica, che ha assicurato sostegno logistico e assistenza durante la permanenza nel Paese. Secondo l’ambasciata iraniana in Malesia, le giocatrici «stanno bene e vogliono tornare a casa». Chi è rimasto in Australia, invece, ha chiesto alle autorità locali di attivarsi anche per aiutare i familiari. Il problema, ha spiegato il ministro Burke, è che queste procedure diventano possibili solo se chi ha ottenuto protezione riesce prima a stabilizzarsi legalmente nel Paese ospitante, in questo caso l’Australia, e solo se i parenti riescono effettivamente a lasciare l’Iran.

Foto copertina: EPA/Fazry Ismail | Una calciatrice della nazionale femminile dell’Iran all’aeroporto di Kuala Lumpur, in Malesia

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