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Chi ha colpito la nave russa Arctic Metagaz

arctic metagaz nave russa colpita mediterraneo
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Secondo il Wwf si rischia il disastro ambientale nel Mediterraneo. L'imbarcazione si trova in zona Sar di Malta. È stata presa di mira da un drone marino partito dall'Africa. Probabilmente agli ordini di Kiev

Il 4 marzo scorso alcuni blogger ucraini hanno diffuso le immagini della nave russa Lng Arctic Metagaz squarciata su un fianco. A quanto pare dall’attacco di un drone marino. La petroliera era in rotta tra il porto settentrionale russo di Murmansk e quello egiziano di Port Said. È sparita dai radar il 2 marzo mentre era al largo di Malta. Secondo gli esperti militari è stata colpita da un raid partito dall’Africa. Dove gli ucraini sono presenti con militari e intelligence. Ma sarebbe la prima volta che Kiev colpisce target nel Mar Mediterraneo.

Lng Arctic Metagaz

I database di navigazione dicono che la nave Arctic Metagaz (Imo 9243148, Mmsi 273262840) è una LNG Tanker costruita nel 2003. Naviga attualmente sotto bandiera della Russia. È lunga 277 metri e larga 43. L’ultima volta che ha inviato la sua posizione risale a 11 giorni fa. Eppure tra il 3 e il 4 marzo l’autorità portuale libica faceva sapere che il mezzo trasportava 62 mila tonnellate di gas naturale liquido. E sarebbe affondata a circa 130 miglia nautiche (240 km) a nord del porto libico di Sirte. I trenta marinai russi sarebbero stati trovati tutti sani e salvi in una scialuppa dalle forze armate di Malta. Nelle ore successive Mosca ha accusato Kiev di aver attaccato la nave con droni navali ciechi. Il servizio di sicurezza dello stato ucraino (Sbu) non ha replicato.

La flotta ombra

Ma la petroliera-metaniera era un obiettivo perché è considerata parte di quella flotta ombra che Mosca utilizza per aggirare le sanzioni. A preoccupare sia Roma che La Valletta è ora la fuoriuscita dallo scafo di olio pesante e gasolio, ragion per cui sulla vicenda è intervenuto ieri Palazzo Chigi. «Premesso che l’imbarcazione si trova attualmente all’interno della zona Sar maltese (zona di ricerca e soccorso, ndr), e che le autorità di Malta hanno stabilito una distanza di sicurezza minima di 5 miglia nautiche, il Governo italiano ha assicurato a La Valletta la condivisione del monitoraggio avviato fin dal primo momento», si legge in una nota diffusa dopo un vertice presieduto dalla premier Giorgia Meloni.

Il rimorchiatore della Marina

Per questo adesso un rimorchiatore e un altro mezzo della marina italiana seguono a vista l’Artic Metagaz. Che ormai è alla deriva alle isole Pelagie. Secondo le regole del mare in assenza di uno stato di bandiera tocca al titolare della zona Sar farsi carico dell’intervento. Le 900 tonnellate di gasolio e i due serbatoi di gas liquefatto che dovrebbero essere ancora sulla nave danno preoccupazioni. Arctic Meragaz è una delle navi soggette a sanzioni. «Una fuoriuscita potrebbe causare incendi, nubi criogeniche letali per fauna marina, e inquinamento ampio e duraturo delle acque e dell’atmosfera», dice Giulia Prato, responsabile Programma mare di Wwf Italia.

I sabotatori ucraini

Repubblica dice che gli attacchi dei sabotatori alla flotta russa hanno marchio ucraino. Servono a combattere i finanziamenti della macchina bellica del Cremlino. Negli ultimi mesi con il sostegno di Trump. Perché anche Washington ritiene che per portare Vladimir Putin al tavolo delle trattative siano necessari questi metodi. Intanto si stima che i battelli corsari siano più di mille. La stessa Arctic Metagaz è diventata ufficialmente russa soltanto nell’aprile 2025 dopo i viaggi in Cina ed Egitto per il gas. La sua vicenda ricorda quella della Seajewel, affondata nel porto libero di Vado. Rischiando di mandare in acqua 50 mila tonnellate di greggio. Ufficialmente di proprietà di un armatore greco, è sempre stata indicata come complice del traffico.

150 milioni al giorno

Intanto però i dati del Financial Times dicono che Mosca starebbe guadagnando fino a 54 milioni di dollari in più al giorno grazie alle esportazioni di petrolio per un totale quotidiano di 150 milioni di dollari e di 1,3-1,9 miliardi di dollari soltanto nei primi 12 giorni di guerra. Entro fine marzo la cifra potrebbe arrivare tra i 3,3 e i 5 miliardi. Grazie all’impennata dei prezzi del petrolio. «Gli Stati Uniti stanno di fatto riconoscendo l’ovvio: senza il petrolio russo, il mercato energetico globale non può rimanere stabile», ha scritto su Telegram l’inviato presidenziale russo per gli investimenti esteri e la cooperazione economica Kirill Dmitriev.