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L’Ue snobba Trump su Hormuz: «Non manderemo navi, non è la nostra guerra». L’allarme di Kallas: «Che fine ha fatto Gaza?»

16 Marzo 2026 - 19:00 Simone Disegni
Kaja Kallas
Kaja Kallas
I ministri degli Esteri dei 27 respingono la richiesta di aiuto Usa: «Aspides resti nel Mar Rosso». Anche l'Italia per la linea della prudenza

Le navi da guerra europee per aiutare gli Stati Uniti a sbloccare lo Stretto di Hormuz, «assediato» dagli iraniani? Anche no. I governi Ue chiudono la porta, almeno per il momento, alla richiesta di Donald Trump. Con una mossa decisamente sui generis nel weekend il presidente Usa aveva usato il suo canale Truth e poi una chiacchierata coi cronisti non per minacciare questo o quell’altro Paese, ma per chiedere aiuto: di fronte al rischio dello strozzamento dei commerci e soprattutto dell’impennata del prezzo del petrolio, chiedeva a Cina, Giappone, Francia, Regno Unito e in definitiva «tutti i Paesi che ricevono petrolio dallo Stretto di Hormuz» di inviare le loro navi da guerra per assicurare il passaggio sicuro delle petroliere. L’opzione sul tavolo per l’Ue, in termini concreti, poteva essere quella di rafforzare e allargare lo spettro d’azione di una missione navale già operativa nella regione: Aspides, lanciata due anni fa per proteggere i mercantili di passaggio nel Mar Rosso dagli attacchi degli Houthi, la milizia sciita yemenita in guerra con Israele. Dopo le prime consultazioni informali tra le capitali, i ministri degli Esteri dei 27 ne hanno discusso oggi nel Consiglio Ue già in programma a Bruxelles e hanno, di fatto, risposto picche.

Il no alle navi a Hormuz e le critiche Ue a Trump

«La missione Aspides ha un ruolo chiave per salvaguardare la libertà di navigazione nel Mar Rosso. Oggi in Consiglio è emersa la chiara volontà di rafforzarla, ma per il momento non c’è l’appetito di modificare il mandato della missione», ha detto nel pomeriggio l’Alta rappresentante Ue per la politica estera Kaja Kallas riassumendo il senso delle discussioni tra i 27. Tradotto? Aspides potrà essere sì rafforzata, son l’invio di più assetti navali, ma quello che resta fuori discussione al momento è lo spostamento del raggio d’azione. «In questo momento non c’è la volontà di andare a nord della linea di Muscat verso lo Stretto di Hormuz, nessuno vuole entrare attivamente in questa guerra, tutti sono preoccupati per quello che potrebbe succedere». «Le missioni Atalanta e Aspides restano con il mandato che hanno. L’auspicio è che si possa rafforzarle», ha confermato negli stessi minuti Antonio Tajani, con l’Italia assestata sulla linea della massima prudenza. D’altra parte, ha ripetuto Kallas, «questa non è la guerra dell’Europa, non l’abbiamo iniziata noi e non abbiamo interesse in una guerra senza fine». Quanto agli obiettivi che si è posto chi l’ha lanciata – ossia Donald Trump – questi «non sono chiari», ha sottolineato Kallas, che da tempo ormai non rinuncia ad accenti critici verso gli Usa: «Iniziare una guerra è facile, finirla è difficile, la situazione si sta facendo sempre più complessa in termini anche economici». 

Ucraina e Gaza «dimenticate» dagli Usa?

L’Ue è anche estremamente preoccupata delle ricadute della guerra in Iran sulle altre situazioni di conflitto tutt’altro che risolte nel suo vicinato: in Ucraina si teme che Vladimir Putin, ringalluzzito dagli affari ripartiti sul petrolio, possa tentare una nuova spallata militare. Anche per questo, per mantenere il faro acceso sui crimini russi, il Consiglio Ue oggi ha deliberato nuove sanzioni individuali verso 13 individui – 9 militari considerati responsabili del massacro di Bucha del febbraio/marzo 2022 e 4 accusati di contribuire alla macchina della propaganda russa con minacce ibride all’Ue. Dall’altra parte la guerra in Iran «distrae l’attenzione da Gaza e dalla Cisgiordania», ha ricordato preoccupata Kaja Kallas, col risultato che secondo l’Ue stanno diminuendo gli aiuti umanitari in ingresso nella Striscia e il piano Trump per Gaza – rilanciato in grande stile solo poche settimane fa a Washington con la riunione del Board of Peace – è al palo. Mentre non accennano a placarsi le violenze sui palestinesi in Cisgiordania – è di ieri la notizia dell’uccisione a sangue freddo di una famiglia intera al passaggio da parte dei soldati israeliani di stanza ad un check point a Tammun. Quanto ai coloni, ha detto Kallas rispondendo alla domanda di un giornalista arabo, «la loro violenza è un grosso problema. 26 Paesi vorrebbero procedere con le sanzioni, ma uno le blocca, questa è la realtà». È l’Ungheria di Viktor Orbán.

In copertina: L’Alta rappresentante Ue per la politica estera Kaja Kallas in conferenza stampa al termine del Consiglio Esteri Ue – Bruxelles, 16 marzo 2026 (Ansa/Epa – Olivier Matthys)

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