«Un’intimidazione per dissuaderci da un intervento»: perché l’Iran ha attaccato la base italiana di Ali Al Salem in Kuwait

Un’intimidazione. Che sfida la nostra sicurezza e vuole dissuaderci dall’intervenire per aiutare gli Stati Uniti e Israele. Perché gli iraniani «non vogliono avere nessuno che sia presente sul teatro bellico. Qualsiasi presenza straniera è sgradita». Per questo Teheran ha attaccato ieri per la terza volta la base italiana di Ali Al Salem in Kuwait con un drone ha centrato un capannone all’interno della struttura dove si trovava un velivolo a pilotaggio remoto della Task Force Air italiana, che è stato distrutto.
L’intimidazione
«Credo che questa vicenda di ieri si inserisca nel contesto generale che vede il regime iraniano puntare a tutto ciò che viene visto come appoggio rispetto alle truppe degli Stati Uniti e di Israele. Ed è evidentemente un atto di intimidazione al pari dei colpi che vengono riservati a partire dall’Iran a tutti gli altri paesi del Golfo», ha spiegato oggi il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano su Radio24. In un’intervista a La Stampa invece il generale Vincenzo Camporini, ex capo di Stato maggiore della Difesa, «si vuole dissuadere l’Italia dal fare qualsiasi cosa. Su questo non c’è il minimo dubbio, come confermano le dichiarazioni dell’ambasciatore iraniano che sono state molto esplicite da questo punto di vista. Il che deve alzare il nostro livello di controllo e di supervisione. Il rischio non è solo quello che si corre in prima linea, ma anche quello delle retrovie».
Una sfida alla sicurezza
L’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, già a capo della Marina, spiega al Corriere della Sera che i raid costituiscono una sfida alla nostra sicurezza. «Fortunatamente non si registrano feriti tra il personale. L’Alleanza resta solidale con tutti i Paesi e con il personale militare colpiti da questi attacchi. Il clima, sul fronte del conflitto in Medio Oriente, è sempre più tesi: le crisi ormai hanno effetti su scala mondiale e tutto questo può accadere nel giro di pochi giorni».

La base di Ali Al Salem
La storia di Ali Al Salem si intreccia con quella della guerra del Golfo. Lì si posizionarono i caccia Tornado che nel 1990-91 parteciparono al conflitto insieme agli Stati Uniti per liberare il Kuwait invaso dall’Irak di Saddam Hussein. Dopo la cacciata del nemico gli italiani continuarono il lavoro di sminamento e di ricostituzione dell’esercito del paese arabo. Poi su spinta degli americani divenne un hub logistico per il transito militare dal Medio Oriente verso le basi del Golfo e del Pacifico. Nel 2001 dopo l’attentato alle Torri Gemelle divenne lo scalo obbligatorio per il traffico militare prima verso l’Afghanistan e poi verso l’Irak. Al momento del ritiro nel 2021 tutto il personale italiano di stanza a Herat e Kabul passò da lì per tornare a casa.
Il drone distrutto
Il drone della task force air italiana distrutto è un MQ-9A Predator. Si tratta di un velivolo a pilotaggio remoto in dotazione al Task Group “Araba Fenice” di stanza nella base aerea kuwaitiana. Il mezzo è stato sviluppato a partire dai primi anni Duemila dall’azienda General atomics aeronautical systems. Oltre all’Aeronautica italiana (col 32° Stormo di Amendola), lo utilizzano anche Aeronautica e Marina americane e la Royal Air Force britannica. L’MQ-9A è progettato per la sorveglianza a lunga autonomia e ad elevate altitudini, ma può avere anche funzioni hunter-killer: significa che è stato progettato per poter essere armato ai fini della ricerca e della distruzione degli obiettivi. Il mezzo ha un’autonomia dalle 14 (se a pieno carico) alle 28 ore e può volare fino a 15.000 metri di altezza, ad una velocità massima di 480 km/h.
