Ets: a cosa serve il mercato europeo della CO₂, perché l’Italia vuole sospenderlo e che fine fanno i soldi raccolti ogni anno

C’è una sigla, tecnica e poco familiare al grande pubblico, che da qualche settimana è diventata sempre più centrale nel dibattito politico europeo. Si tratta dell’Ets, un acronimo che sta per Emissions Trading System e indica il sistema europeo di scambio di quote di emissione di CO₂. Questo meccanismo è da tempo al centro di uno scontro tra governi, che al Consiglio europeo del 19 e 20 marzo si metteranno a discutere di come riformarlo. Da una parte, c’è chi difende il ruolo svolto fin qui dall’Ets negli sforzi dell’Europa per contrastare il cambiamento climatico. Dall’altra, chi chiede una revisione profonda dello strumento, con l’Italia che è arrivata addirittura a proporre una sua sospensione.
Come funziona l’Ets
Ma prima di tutto: che cos’è l’Ets? La risposta breve è: un mercato delle emissioni di anidride carbonica, uno dei gas serra responsabili del riscaldamento globale. In sostanza, l’Unione europea stabilisce un tetto massimo complessivo alle emissioni di CO₂ per alcuni settori – produzione di energia, industria pesante, aviazione – e distribuisce o vende quote che autorizzano a emettere una certa quantità di CO₂ ciascuna. Il principio che guida l’intero meccanismo è quello del «chi inquina paga». Questo significa che le imprese che emettono meno gas serra in atmosfera possono vendere le proprie quote di CO₂ in eccesso, mentre quelle che emettono di più devono comprarle. L’Ets funziona sostanzialmente in tre passaggi:
- Definizione del tetto: l’Ue stabilisce ogni anno un limite complessivo di emissioni, che si riduce progressivamente nel tempo.
- Assegnazione delle quote: una parte delle quote viene distribuita gratuitamente (soprattutto ai settori più esposti alla concorrenza estera), un’altra parte viene messa all’asta.
- Scambio sul mercato: le aziende comprano e vendono quote in base alle loro necessità, determinando il prezzo della CO₂.
Uno strumento nato ben prima del Green Deal
Ad oggi, l’Ets rappresenta uno dei principali pilastri della strategia europea per abbattere le emissioni di gas serra e fare la propria parte nella lotta ai cambiamenti climatici. Ma a differenza di quello che si potrebbe pensare, non si tratta di uno strumento nato sull’onda degli scioperi ambientalisti di Greta Thunberg o del Green Deal. L’Ets nasce nel 2005 come il primo grande mercato al mondo di carbonio. Negli anni, Bruxelles ha progressivamente alzato l’asticella dell’ambizione, riducendo le quote di CO₂. Da inizio 2026, inoltre, è entrato in vigore in via definitva il Cbam (Carbon Border Adjustment Mechanism), spesso definito più semplicemente «carbon tax». In sostanza, impone a chi importa acciaio, cemento, fertilizzanti o altri prodotti ad alta intensità energetica di pagare per la CO₂. In questo modo, si evita di esporre le aziende europee a una concorrenza sleale e si disincentiva lo spostamento della produzione verso Paesi con standard ambientali molto meno stringenti.
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Cosa c’entra l’Ets con il caro-energia e la crisi in Medio Oriente
Ma perché oggi si è tornati a parlare in modo così insistente di Ets? Il motivo principale ha a che fare con le preoccupazione sul fronte del caro energia, specialmente alla luce della guerra in Medio Oriente e dei suoi possibili effetti sull’Europa. Il legame è indiretto ma molto concreto: le centrali elettriche e le industrie energivore (acciaierie, cementifici e non solo) trasferiscono il costo aggiuntivo delle quote di CO₂ nel prezzo dell’elettricità, che a cascata finisce nei beni industriali e nei prodotti finali. In sostanza, quando aumenta il prezzo delle quote di CO₂, sale il costo di produzione dell’energia. L’energia più cara si riflette sulle bollette di famiglie e imprese. Le aziende, a loro volta, scaricano parte dei costi sui prezzi finali, alimentando l’inflazione. Negli ultimi anni, con il prezzo della CO₂ cresciuto sensibilmente, l’Ets è diventato uno dei fattori che contribuiscono al rincaro dell’energia, soprattutto nei sistemi più legati ai combustibili fossili. Nasce da qui, dunque, la battaglia guidata dall’Italia in Europa per sospendere l’Ets, almeno in alcuni settori industriali, a costo di rallentare sulla transizione ecologica.

L’anomalia italiana nella gestione dei proventi dell’Ets
In realtà, c’è un meccanismo già inserito nel sistema Ets che permette di affrontare questo nodo. Dal 2012 al 2024, le aste per le quote di CO₂ hanno generato circa 18 miliardi di euro di entrate. Eppure, si legge in un rapporto del think tank Ecco, dalle rendicontazioni disponibili risulta che solo 1,6 miliardi di euro, ossia circa il 9% dei proventi complessivi, siano stati spesi dai diversi governi italiani. La Direttiva Ets consente di impiegare quel tesoretto per ridurre i costi delle bollette di famiglie e imprese, pur senza compromettere l’obiettivo finale: favorire il progressivo abbandono della dipendenza dai combustibili fossili. Il sistema, in particolare, consente ai governi di utilizzare fino al 25% dei proventi delle aste per aiutare le imprese energivore a far fronte alla concorrenza estera.
Nonostante l’aumento dei costi energetici negli ultimi anni, l’Italia ha destinato a queste compensazioni il 5,6% dei proventi dal 2020. Una percentuale di gran lunga inferiore al 26% della Germania e al 38% della Francia. Altri Paesi, come la Spagna, hanno previsto uno schema per compensare fino al 75% dei costi indiretti sostenuti dalle imprese energivore per i maggiori prezzi dell’elettricità. Insomma, il margine di manovra esiste eccome. È la stessa direttiva Ets, d’altronde, a prevedere la possibilità esplicita di utilizzare i proventi delle aste per aiutare le famiglie a basso reddito e modernizzare i loro sistemi di riscaldamento. Nella trasposizione nazionale della direttiva, tuttavia, l’Italia vincola il 50% dell’uso dei proventi al fondo di ammortamento dei titoli di Stato, riducendo di fatto le possibilità di azione.
La battaglia politica in Europa
In vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo, un gruppo di nove governi spinge per una revisione drastica dell’Ets. Si tratta di Italia, Grecia, Croazia, Romania, Repubblica ceca, Slovacchia, Ungheria, Austria e Polonia. «Noi chiediamo la sospensione dell’Ets per quanto riguarda il termoelettrico, o una soluzione che ci porti al risultato di non far incidere, praticamente triplicandolo, il valore dell’Ets sul prezzo dell’energia», ha detto il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, a margine della riunione con gli omologhi europei. Al momento, però, la linea italiana non sembra destinata a passare. La riforma dell’Ets è effettivamente uno dei punti all’ordine del giorno per il summit dei leader europei, ma con ogni probabilità si andrà incontro a una modifica lieve.
Un alto funzionario Ue ha spiegato che «la maggioranza dei leader ritiene Ets indispensabile non solo per la transizione ma perché è stato importante per le strategie di investimento europee». Il mercato europeo delle quote di CO₂, ha aggiunto il ministro tedesco dell’Ambiente, Carsten Schneider, «ha dato buoni risultati, è uno strumento chiaro di economia di mercato, è molto flessibile e offre alle imprese grande libertà di gestirlo in modo innovativo». Per questo, ha spiegato, la Germania spinge solo per «lievi adeguamenti laddove vi sia un onere eccessivo, come nell’industria chimica». Sulla stessa linea si muovono anche Francia, Spagna e Commissione europea. Una resistenza che difficilmente l’Italia riuscirà a sfondare per imporre la propria proposta.

