Cosa significa la nota congiunta dei sei paesi (inclusa l’Italia) sullo stretto di Hormuz. Le pressioni Usa e la precisazione sull’uso militare

La nota è arrivata come un fulmine in ciel sereno mentre era in corso il Consiglio europeo incentrato anche sulla crisi in Medio Oriente. Una nota congiunta, firmata dai leader di Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Giappone, dove gli stati si rendono disponibili alla liberazione dello stretto di Hormuz, o meglio a esser coinvolti in un piano di de-escalation, per «garantire un passaggio sicuro» alle navi petrolifere. Nel farlo i sei paesi fanno appello alla Risoluzione 2817 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dove viene riaffermato «il diritto alla navigazione per le navi commerciali in conformità con il diritto internazionale». In quell’occasione, ovvero il 10 marzo quando la risoluzione fu votata, l’Onu chiese esplicitamente all’Iran di cessare immediatamente minacce, posa di mine e attacchi con droni o missili. Ma è un giallo come la piccola coalizione possa intervenire nel conflitto. Interviene con l’Onu? Con la propria marina? E in che fase del conflitto?
Le pressioni Usa davanti alla premier giapponese, la precisazione di Downing Street
Le pressioni americane sarebbero arrivate durante l’incontro della premier giapponese a Washington. un lavoro di fino, quello statunitense, che ha poi prodotto la nota oggi davanti agli occhi di tutti. E c’è già chi stempera i toni. A partire dal Regno Unito, che precisa come la dichiarazione non implica alcun coinvolgimento militare. Fonti informate sul dossier, sottolineando che la nota di Downing Street parla di «assicurare» e non «ripristinare» il passaggio nello Stretto. Più tardi si è aggregato anche il ministro degli esteri italiano Tajani che ha parlato di documento politico non militare. In sintesi: solo un avviso, per dire che ci siamo. A prescindere dai moniti (ignorati dall’Iran) europei.
M5S: «Meloni, Tajani e Crosetto spieghino subito se ci stanno trascinando in guerra»
Ma in Italia intanto monta la polemica politica. «Il governo italiano chiarisca immediatamente il significato della dichiarazione congiunta», tuonano i capigruppo M5s delle Commissioni Esteri e Difesa di Senato e Camera, la senatrice Alessandra Maiorino e i deputati Francesco Silvestri e Arnaldo Lomuti. «Cosa significa? Parliamo di sforzi diplomatici o militari? Sembra più la seconda a giudicare dal riferimento positivo verso le nazioni che stanno pianificando i preparativi di un’azione. Meloni, Tajani e Crosetto spieghino subito se ci stanno trascinando in guerra», affermano in una nota.
Le prossime mosse degli Usa, che potrebbero far precipitare la situazione
Secondo però quanto riporta il Wall Street Journal gli Stati Uniti valutano il ricorso a un’operazione dei Marines per riaprire lo Stretto, anche attraverso la conquista di alcune isole iraniane da usare come base operativa o leva negoziale con Teheran. Niente che gli analisti militari non abbiano già ipotizzato nei giorni scorsi. Ma quella che finora si era disposta come ipotesi sta diventando una conferma. Sarebbe stato infatti deciso l’invio nella regione della 31esima unità di spedizione dei Marines, circa 2.200 uomini imbarcati sulla nave anfibia Uss Tripoli, attesa in Medio Oriente dal Giappone entro poco più di una settimana. Tra i possibili obiettivi figura l’isola di Kharg, già attaccata nelle ultime ore dagli Usa e snodo cruciale per l’export di greggio della Repubblica islamica. L’obiettivo sarebbe quello di occuparla per usarla come strumento di pressione, senza danneggiare i mercati. Un’operazione che coinvolgerebbe la Uss Tripoli ed elicotteri e jet F-35B. Tra le candidate però risultano anche altre aree all’inizio dello Stretto. Tra queste l’isola di Qeshm, che ha basi navali e sistemi missilistici in tunnel sotterranei o Kish e Hormuz stessa, usate da Teheran.
Crosetto: «Nessuna missione senza una tregua»
«Ho letto interpretazioni totalmente errate sul documento approvato oggi da alcune nazioni europee e non, tra cui l’Italia – scrive il ministro della Difesa Guido Crosetto in una nota – Nessuna missione di guerra. Nessun ingresso ad Hormuz senza una tregua e senza un’iniziativa multilaterale estesa. Siamo consapevoli però dell’importanza per tutti di lavorare per la riapertura in sicurezza di Hormuz e riteniamo che sia giusto ed opportuno che siano le Nazioni Unite ad offrire la cornice giuridica per un’iniziativa pacifica e multilaterale per raggiungere questo obiettivo».
