Ecco chi è Kaley, la ragazza che ha accusato Instagram e YouTube di averle creato una dipendenza (e ha vinto)

Per anni è stata solo una sigla, KGM. Adesso, invece, ha un nome. Si chiama Kaley, vive in California e oggi ha 20 anni. Ne aveva solo 17 quando questa storia è iniziata. È la storia della causa contro i colossi del web, accusati dalla ragazza di averla danneggiata creandole una dipendenza da social network. Mercoledì 25 marzo – dopo due anni di processo – i giudici le hanno dato ragione e hanno condannato Meta (per Instagram) e Google per (YouTube) a pagarle 3 milioni di euro. Meta, in particolare, dovrà sborsare il 70% del risarcimento stabilito dai giudici.
Sedici ore al giorno sui social: la routine di Kaley
La ragazza, ascoltata dai giudici lo scorso febbraio, aveva raccontato di aver «smesso di interagire con la mia famiglia perché passavo tutto il mio tempo sui social media». Dal mattino fino a notte fonda, le giornate di Kaley erano scandite da notifiche e like. Apriva Instagram appena suonava la sveglia, quando ancora si trovava sotto le coperte. E poi andava avanti così per centinaia di volte al giorno, passando dai post ai video in un loop che la accompagnava fino a sera, quando tornava sotto le coperte e scrollava i contenuti social fino ad addormentarsi. Oltre agli infiniti contenuti proposti da Instagram, a causare i problemi di Kaley sarebbero stati anche i video di YouTube, la piattaforma accusata di far partire un video nuovo appena il precedente si è concluso, generando così una vera e propria dipendenza che l’ha portata a passare fino a 16 ore al giorno con il cellulare in mano.
Una dipendenza iniziata a sei anni
il rapporto tra Kaley e i social è di lunga data: la ragazza ha raccontato di aver iniziato a guardare i video su YouTube a sei anni. A nove anni si è iscritta a Instagram, a dieci ha scoperto TikTok (che all’epoca si chiamava ancora Musical.ly), a undici si è registrata su Snapchat. Tutte queste piattaforme l’hanno gradualmente isolata, guastando il suo rapporto con la madre e incidendo negativamente anche sul suo rendimento scolastico. «Mi sentivo come se dovessi esserci sempre – ha detto ai giudici -, sentivo che se non ci fossi stata, mi sarei persa qualcosa». In queste sue parole è racchiusa la perfetta definizione della Fomo, la Fear of Missing Out (paura di essere tagliati fuori), generata dai social. «I social – ha raccontato – mi hanno costretta a rinunciare a molti hobby, mi hanno impedito di farmi degli amici e mi hanno spinta a confrontarmi con gli altri». Ma soprattutto – come sottolinea il Corriere in un articolo – i social hanno inciso un solco profondissimo nella percezione che aveva di se stessa, per di più in una fase delicata come quella della preadolescenza.
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La depressione e l’autolesionismo
La dipendenza da social ha avuto su Kaley effetti molto simili a quelli delle droghe: la mancanza di like in risposta alle foto che postava la faceva sentire «insicura» e «brutta», ha detto. tutto questo l’ha spinta verso la dismorfofobia, un disturbo caratterizzato dalla esasperata attenzione e dal grande disagio nei confronti di presunti difetti fisici. La depressione conseguente ha tutto questo – diagnosticatale ufficialmente quando era adolescente – l’ha spinta a episodi di autolesionismo e a sviluppare tendenze suicide.
La class action
Ma Kaley – di cui non sono mai apparse foto – è in verità solo la prima. Dopo di lei ne sono arrivate molte altre: in totale sarebbero circa 1.600 i querelanti che si sono uniti in una class action storica. Tra loro ci sono giovani ragazze e ragazzi, intere famiglie e persino interi distretti scolastici.
