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Omicidio Aurora Tila, le domande a ChatGPT confermano lo stalking: «Chiedeva come distinguere un amore vero da uno tossico»

28 Marzo 2026 - 14:51 Cecilia Dardana
Aurora Tila
Aurora Tila
Nelle motivazioni della condanna a 17 anni per il fidanzato allora 15enne, i giudici di Bologna spiegano come le domande della 13enne all'intelligenza artificiale provino il clima di terrore in cui viveva: «Era una situazione soffocante»

Non sono state solo le testimonianze di amiche e familiari a incastrare il killer di Aurora Tila, la 13enne scaraventata dal settimo piano di un palazzo a Piacenza il 25 ottobre 2024. A parlare, dalle carte dell’inchiesta, è anche il dialogo disperato che la ragazzina intratteneva con l’intelligenza artificiale. Nelle motivazioni della sentenza i giudici del Tribunale per i minorenni di Bologna spiegano come le interrogazioni su ChatGPT siano una prova schiacciante dello stalking subito dalla vittima ad opera dell’allora fidanzato. Il giovane è stato condannato a 17 anni per omicidio aggravato dallo stalking, a sua volta aggravato dalla minore età della vittima e dalla relazione affettiva che li legava.

Cosa è emerso dalle chat con ChatGPT

Aurora cercava risposte che non riusciva a trovare altrove. Chiedeva all’intelligenza artificiale consigli sulla sua relazione, domandava se fosse il caso di lasciare quel fidanzato possessivo e, soprattutto, cercava una bussola per orientarsi nel dolore: «Come faccio a distinguere un amore vero da uno tossico?». Per i giudici, queste ricerche sono lo specchio di una «delicata e soffocante situazione» e confermano l’attendibilità della vittima che, con «estrema franchezza», descriveva a ChatGPT il comportamento violento del ragazzo. Dalle chat analizzate dagli inquirenti emerge un quadro di gelosia ossessiva e minacce costanti. L’imputato (all’epoca 15enne, oggi 16enne, condannato in primo grado a 17 anni con rito abbreviato) avrebbe generato in Aurora un «timore, purtroppo fondato, per la propria incolumità».

L’ultimo appuntamento «per disinnescare l’odio»

Secondo la ricostruzione della sentenza, Aurora non è andata incontro alla morte per leggerezza, ma per un tragico tentativo di mediazione. I giudici scrivono che la decisione di accettare quell’ultimo incontro fatale sul balcone era probabilmente dettata dalla volontà di mantenere rapporti non conflittuali, nel «disperato tentativo di disinnescare quel clima d’odio» che la fine della relazione avrebbe scatenato nel ragazzo. Lui, però, secondo i magistrati «aveva già deciso che avrebbe ucciso Aurora», pianificando l’incontro per mettere in atto l’omicidio. Le motivazioni definiscono «schiaccianti» le prove del lancio volontario nel vuoto, definendo l’ipotesi della difesa, che parlava di suicidio o caduta accidentale, come qualcosa di «assolutamente implausibile e inverosimile».

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