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Le forze speciali, i depistaggi della Cia e la battaglia a sorpresa di notte: come è stato salvato il pilota Usa in Iran prima che fosse catturato

05 Aprile 2026 - 12:12 Cecilia Dardana
caccia usa iran
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Dietro il recupero dell'ufficiale dell'F-15E c’è un’operazione d’intelligence coordinata tra Pentagono e Langley. Una corsa contro il tempo tra le montagne di Isfahan, tra droni Reaper, taglie da 50mila euro e aerei distrutti per non lasciarli al nemico

Trentasei ore di isolamento in territorio ostile, ferito e braccato, prima del grido liberatorio arrivato via social dalla Casa Bianca. «We got him!», esplode Donald Trump sul suo social Truth. La missione che ha portato al salvataggio dell’ufficiale addetto ai sistemi d’arma dell’F-15E Strike Eagle, abbattuto venerdì in Iran, non è stata solo un’azione di forza, ma una complessa partita a scacchi tra Washington e Teheran. Come riporta Repubblica, il recupero dell’aviatore rappresenta una delle operazioni più rischiose degli ultimi anni, una vera e propria sfida sul terreno vinta grazie a un mix di tecnologia d’avanguardia e depistaggio vecchio stile.

La corsa per la vita o la morte

Tutto è iniziato venerdì, quando il caccia americano è stato centrato dalla contraerea iraniana. Se il pilota è stato recuperato quasi immediatamente, il suo compagno è rimasto intrappolato in una zona montuosa e impervia nel sud del Paese. Da quel momento è scattata quella che il New York Times ha definito una «life-or-death race», una gara per la vita o la morte, che ha visto centinaia di uomini impegnati su entrambi i fronti. Mentre gli iraniani setacciavano l’area con sensori termici, sperando anche nella collaborazione della popolazione locale – sulla cattura del pilota pesava una taglia di oltre 50 mila euro – l’ufficiale a terra non è rimasto fermo. Nonostante le ferite, ha cambiato continuamente posizione per evitare il contatto, cercando di guadagnare tempo prezioso mentre sopra di lui i droni MQ-9 Reaper creavano una vera e propria bolla di protezione, pronti a colpire chiunque si avvicinasse troppo al suo nascondiglio.

Il ruolo della Cia e il depistaggio

Il punto di svolta dell’operazione è arrivato però dall’intelligence. Secondo le fonti citate da Repubblica, la Cia non è intervenuta solo per localizzare il disperso, ma ha messo in piedi una sofisticata operazione di depistaggio per confondere le ricerche nemiche. Gli agenti di Langley hanno diffuso in Iran la voce che l’aviatore fosse già stato individuato in un altro punto e che l’estrazione fosse imminente, spingendo le unità di ricerca dei Pasdaran a spostare uomini e mezzi lontano dal reale nascondiglio dell’ufficiale. Nel frattempo, lo stesso militare ha compiuto una «mossa audace» per muoversi verso il punto d’incontro stabilito con la squadra di recupero, mentre Washington monitorava ogni suo respiro «24 ore su 24», come dichiarato successivamente da Donald Trump.

Una notte di fuoco e il rientro

L’estrazione vera e propria è avvenuta nel cuore della notte, con un massiccio dispiegamento di decine di velivoli e centinaia di operatori delle forze speciali. Non è stata però una missione senza perdite materiali: due aerei per operazioni speciali MC-130 sono stati probabilmente colpiti e successivamente distrutti dagli stessi americani al suolo per impedire che la loro tecnologia cadesse in mano iraniana. Nonostante la resistenza nemica e lo scambio di colpi, il contatto tra i commando e il disperso è avvenuto con successo. In pochi minuti l’ufficiale è stato portato via e trasferito in una struttura medica nel Golfo. Poco dopo, il presidente Trump ha rotto il silenzio sui social annunciando con euforia il successo della missione, scrivendo che l’uomo è ora «sano e salvo».

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