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Ungheria alle urne, è sfida Orbán-Magyar. Così il voto può cambiare l’Europa (e la guerra Russia-Ucraina)

12 Aprile 2026 - 08:08 Simone Disegni
Seggi aperti dalle 6 alle 19 per decidere il futuro a Budapest dopo 16 anni di potere di Fidesz. Cosa c'è in ballo e quando sapremo chi ha vinto

Viktor Orbán o Péter Magyar? L’Ungheria va oggi, 12 aprile, al voto per decidere il suo futuro politico, e l’Europa e il mondo guardano a quel che accade a Budapest col fiato sospeso. Si decide tutto in 13 ore. Le urne sono aperte dalle 6 di questa mattina sino alle 19 di questa sera, domenica 12 aprile. I cittadini ungheresi adulti (poco meno di 8 milioni di persone) sono chiamati a votare per eleggere il nuovo Parlamento, dove si faranno i giochi per il governo chiamato a guidare il Paese per i prossimi quattro anni. Tecnicamente, quindi, gli elettori dovranno votare per il deputato della propria circoscrizione e per una lista nazionale. Cinque le scelte possibili: il Fidesz (Unione Civica Ungherese) di Orbán che governa il Paese dal 2010, il Tisza (Partito del Rispetto e della Libertà) dello sfidante principale Peter Magyar, il Mi Hazánk (Patria Nostra) di estrema destra, la Coalizione Democratica (sinistra) e gli outisder del partito del Cane con due code. Di fatto sarà una corsa a due tra Fidesz e Tisza: considerata la soglia di sbarramento nazionale al 5%, tra gli altri solo gli ultrasovranisti potrebbero farcela a entrare nel prossimo Parlamento. Questo anche perché Magyar ha da tempo chiesto e ottenuto da molte altre forze di opposizione a Orbán di desistere e unire le forze nel tentativo di cacciare il premier dopo 16 anni al potere.

Viktor Orbán in campagna elettorale – Budapest, 15 marzo 2026 (Ansa/Epa/Akos Kaiser)

La sfida di Magyar al «sistema-Orbán»

Viktor Orbán, 63 anni, è di gran lunga il leader più longevo d’Europa. Governa l’Ungheria ininterrottamente dal 29 maggio 2010, ma al timone del Paese era arrivato la prima volta già nel 1998 (a 35 anni). I temi e toni con cui ha macinato vittorie elettorali e tenuto saldo il potere sono noti: l’orgoglio cristiano dell’Ungheria e dell’Europa di fronte alla minaccia dell’«invasione di massa» (islamica) di migranti; la difesa della famiglia tradizionale di fronte all’allargamento di spazi e diritti Lgbtq; l’ostilità all’Ue e a filantropi internazionali come George Soros, visti/dipinti come forze straniere al lavoro per annacquare quei capisaldi tradizionali d’Ungheria; la teoria e la pratica di un modello di «democrazia illiberale» in cui il governo coopta o intimidisce i media, occupa settori strategici dell’economia con imprenditori amici, restringe gli spazi di libertà per ong e minoranze. E dire che da giovane Orbán era sbocciato politicamente nel movimento che si batteva per la liberazione dell’Ungheria dal giogo dell’Unione sovietica, ottenendo per il suo impegno una borsa di studio per Oxford proprio da Soros. Negli anni però ha virato sempre più a destra, sino a portare il Fidesz fuori dal Ppe, la famiglia di riferimento del centrodestra europeo. Proprio da lì arriva ora la sfida più seria, quella del 43enne Péter Magyar, sino a due anni fa fido alleato e collaboratore di Orbán (qui il suo profilo completo).

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Peter Magyar in campagna elettorale – Budapest, 15 febbraio 2026 (Ansa/Epa/Szilard Koszticsak)

Russia-Ucraina, l’impatto del voto sulla guerra

Negli anni Viktor Orbán si è ritagliato volentieri il ruolo dell’invitato che rovina la festa ai summit Ue, usando o minacciando il diritto di veto che tutti i Paesi membri hanno in materia di politica estera. Il dossier su cui la battaglia è stata più dura negli ultimi anni è quello della guerra tra Russia e Ucraina. Orbán condanna da sempre la politica delle sanzioni a Mosca così come quella di armare Kiev fino ai denti, sostenendo che bisognerebbe invece sedersi al tavolo ed accordarsi con Vladimir Putin, nell’ottica di un grande rilancio delle relazioni euro-russe. Posizioni molto simili a quelle di Donald Trump negli Usa e di Matteo Salvini in Italia, alleato di riferimento al pari di Giorgia Meloni (che sull’Ucraina ha posizioni ben diverse, ma su questa discrepanza ha sempre nicchiato). Orbán quindi ha difeso a spada tratta il diritto dell’Ungheria a continuare a comprare gas e petrolio russo e a sfilarsi dal sostegno all’Ucraina e ha più volte fatto visita a Putin, mentre a Bruxelles ha bloccato o diluito l’adozione dei pacchetti di sanzioni a Mosca e dei programmi di sostegno a Kiev – almeno sino ad ottenere qualcos’altro in cambio. L’ultimo «show» per il suo pubblico lo ha regalato quest’inverno, rinnegando il suo impegno alla creazione di un fondo Ue da 90 miliardi di euro per sostenere l’Ucraina sino al 2027. I leader Ue sono andati su tutte le furie per il «tradimento», arrivando a minacciare di sospendere il diritto di voto dell’Ungheria, ma alla fine hanno dovuto accettare di tenere il file in sospeso sino al 12 aprile, confidando nella promessa di Magyar di riportare l’Ungheria al centro d’Europa.

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Viktor Orbán con Volodymyr Zelensky a margine di un vertice della Comunità politica europea – Budapest, 7 novembre 2024 (Ansa/Epa/Szilard Koszticsak)

Usa-Russia-Ue, lo spettro di brogli e interferenze

Per quanto piccola sia l’Ungheria, dunque, Europa, Russia e Stati Uniti sono spettatori molto interessati dell’elezione. Gli Usa anzi sono entrati senza remore a gamba tesa nella campagna elettorale. Donald Trump ha lodato e sostenuto pubblicamente la rielezione di Orbán a più riprese, l’ultima ancora 48 ore prima del voto. A febbraio ha spedito a Budapest il segretario di Stato Marco Rubio e ad aprile, pochi giorni prima del voto, il vicepresidente JD Vance, volto di riferimento del sovranismo Usa e globale. La Russia si muove invece come da tradizione dietro le quinte. Da anni, secondo quanto rivelato dal Washington Post, usa Budapest come vero e proprio cavallo di Troia all’interno dell’Ue, facendosi aggiornare in tempo reale dagli ungheresi (in primis dal ministro degli Esteri Peter Szijjarto) su quanto discusso ai vertici europei. Nei mesi scorsi, avrebbe poi prospettato a Orbán la possibilità di capovolgere l’esito delle elezioni inscenando un evento game-changer, come un attentato al premier stesso. Il giorno di Pasqua, una settimana prima del voto, Orbán ha in effetti gridato allo scandalo per un presunto attentato, ma a un gasdotto che porta gas russo in Ungheria. D’altro canto il Fidesz sostiene che sia l’Ue a tramare e premere in ogni modo per la vittoria di Magyar. L’opposizione «complotta con servizi di intelligence stranieri, senza fermarsi davanti a nulla per impadronirsi del potere», ha accusato venerdì in un video Orbán, denunciando pure «minacce di violenza» contro i suoi. Un documentario visto nelle ultime settimane da milioni di ungheresi ha svelato invece i metodi di voto di scambio usati dal Fidesz soprattutto nelle campagne. In questo clima, tutti temono interferenze, brogli o altri colpi di scena. 

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Convenevoli tra Donald Trump e Vladimir Putin, uomini forti cui Orbán guarda affascinato (ricambiato) – Anchorage, Alaska, 15 agosto 2025 (Ansa/Epa/Sergey Bobylev)

Cosa dicono i sondaggi e quando sapremo chi ha vinto

Da almeno un anno tutti i principali sondaggi ritenuti credibili danno il Tisza in vantaggio sul Fidesz. La forchetta indicata è sui 10 punti di distacco: 49% contro 39% secondo l’ultima super-media di Politico. L’ultima rilevazione condotta dall’istituto Publicus tra il 7 e il 9 aprile dava un blocco di voti consolidati per Magyar pari al 38% e per Orbán al 29%, ma anche un «partito degli indecisi» che varrebbe circa il 25% dell’elettorato. È su questo bacino «nascosto» che hanno insistito ancora negli ultimi giorni i sostenitori di Orbán. D’altronde il premier uscente sorprese tutti già nel 2022: i sondaggi lo davano testa a testa con l’allora sfidante Péter Márki-Zay. Gli diede invece ko, con un secco 54 a 34% che gli valse una super-maggioranza in Parlamento. Oltretutto nel 2013 Orbán ha riscritto la legge elettorale, ridisegnando la mappa dei collegi uninominali in modo da favorire il Fidesz. I seggi in Ungheria chiudono alle 19: subito dopo inizierà lo spoglio. Exit poll a parte, i primi dati dovrebbero arrivare a partire dalle 20. L’ufficio elettorale ungherese ha detto di prevedere che il 97% dei voti per i collegi (parte uninominale) e il 95% dei voti per le liste (parte proporzionale) sia scrutinato entro la serata di domenica. Ma tenuto conto anche dei voti dall’estero, ha avvertito i risultati completi dello scrutinio potrebbero richiedere una settimana. Su tutto, in particolare in caso di vittoria di Magyar, incombe lo spettro di una possibile contestazione dei risultati da parte di Orbán, sulla traccia già «costruita» nei giorni precedenti. E se dall’America pure Trump dovesse dargli manforte accreditando da par suo la tesi di un voto «truccato», vocifera qualcuno a Bruxelles, la situazione nel cuore d’Europa si farebbe delicatissima.