Linguaggio fluido e più memoria: l’effetto dei nipoti sul cervello dei nonni

Stare con i più piccoli “mantiene giovani”: è un’idea diffusa, quasi intuitiva. Ma oggi a sostenerla non è solo il senso comune: la ricerca scientifica la conferma con dati sempre più precisi. Il recente studio guidato dalla Tilburg University, che ha analizzato oltre 2.800 adulti sopra i 50 anni, mostra che i nonni coinvolti nella cura dei nipoti ottengono risultati migliori in alcune funzioni cognitive chiave, in particolare quelle legate al linguaggio e alla memoria. Un vantaggio che emerge già nei punteggi complessivi e che suggerisce come l’interazione quotidiana con i più piccoli possa tradursi in una forma di allenamento mentale continuo.
La fluenza verbale
A emergere con più chiarezza sono le capacità cognitive coinvolte. Lo studio, basato su dati longitudinali raccolti tra il 2016 e il 2022 su oltre 2.800 adulti sopra i 50 anni, ha valutato diverse funzioni attraverso test standardizzati utilizzati nella ricerca sull’invecchiamento. I nonni coinvolti nella cura dei nipoti ottengono punteggi più alti nella fluenza verbale, una funzione che riflette l’efficienza delle funzioni esecutive e l’integrità delle reti linguistiche. Si tratta, ad esempio, della capacità di produrre il maggior numero possibile di parole appartenenti a una stessa categoria, come animali o oggetti, entro un tempo limitato, di solito un minuto. Per riuscirci, il cervello deve attivare rapidamente il lessico, selezionare le parole pertinenti, inibire quelle fuori categoria e aggiornare continuamente la ricerca mentale: un processo che coinvolge in modo coordinato memoria semantica, attenzione e controllo esecutivo. Ed è proprio una delle funzioni che tende a rallentare più precocemente con l’età: la difficoltà nel trovare rapidamente le parole giuste o nel mantenere fluida la produzione linguistica è infatti tra i primi segnali di cambiamento cognitivo.
La memoria episodica
Allo stesso modo, migliorano anche le prestazioni nella memoria episodica, quella che permette di trattenere e recuperare informazioni nel breve termine. Nei test, si traduce nella capacità di ricordare una lista di parole subito dopo averla ascoltata e poi a distanza di qualche minuto: un esercizio semplice solo in apparenza, che mette in gioco i meccanismi con cui il cervello registra e richiama le informazioni. Nel tempo, questo vantaggio non si attenua: resta visibile anche considerando fattori come età, livello di istruzione e stato di salute. E soprattutto non sembra legato a quanto tempo si passa con i nipoti. Non è una questione di ore, ma di ruolo: essere coinvolti nella loro cura significa restare immersi in un flusso continuo di stimoli, richieste, parole da trovare e cose da ricordare, che tiene attivi proprio quei circuiti cognitivi più esposti al passare degli anni.
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Quando il declino rallenta
Il dato più interessante emerge nel lungo periodo. Analizzando l’andamento dei punteggi cognitivi, i ricercatori hanno osservato che le nonne coinvolte nella cura dei nipoti mostrano un declino più lento rispetto a chi non svolge questo ruolo. Significa che, nel corso degli anni, i punteggi nei test di memoria e linguaggio diminuiscono in modo più graduale: la perdita di performance è meno rapida e si distribuisce su un arco di tempo più lungo. Non si tratta quindi di partire da livelli più alti, ma di mantenere più a lungo le proprie capacità cognitive. Un effetto che non emerge con la stessa evidenza negli uomini e che apre interrogativi sulle differenze di genere nei processi di invecchiamento cerebrale.
