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Linguaggio fluido e più memoria: l’effetto dei nipoti sul cervello dei nonni

16 Aprile 2026 - 09:45 Gemma Argento
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L’interazione quotidiana con i nipoti si associa a prestazioni più alte nelle capacità linguistiche e nei processi di memoria, tra le prime funzioni a risentire dell’età. Uno studio su oltre 2.800 adulti over 50 mostra anche un declino cognitivo più graduale

Stare con i più piccoli “mantiene giovani”: è un’idea diffusa, quasi intuitiva. Ma oggi a sostenerla non è solo il senso comune: la ricerca scientifica la conferma con dati sempre più precisi. Il recente studio guidato dalla Tilburg University, che ha analizzato oltre 2.800 adulti sopra i 50 anni, mostra che i nonni coinvolti nella cura dei nipoti ottengono risultati migliori in alcune funzioni cognitive chiave, in particolare quelle legate al linguaggio e alla memoria. Un vantaggio che emerge già nei punteggi complessivi e che suggerisce come l’interazione quotidiana con i più piccoli possa tradursi in una forma di allenamento mentale continuo.

La fluenza verbale

A emergere con più chiarezza sono le capacità cognitive coinvolte. Lo studio, basato su dati longitudinali raccolti tra il 2016 e il 2022 su oltre 2.800 adulti sopra i 50 anni, ha valutato diverse funzioni attraverso test standardizzati utilizzati nella ricerca sull’invecchiamento. I nonni coinvolti nella cura dei nipoti ottengono punteggi più alti nella fluenza verbale, una funzione che riflette l’efficienza delle funzioni esecutive e l’integrità delle reti linguistiche. Si tratta, ad esempio, della capacità di produrre il maggior numero possibile di parole appartenenti a una stessa categoria, come animali o oggetti, entro un tempo limitato, di solito un minuto. Per riuscirci, il cervello deve attivare rapidamente il lessico, selezionare le parole pertinenti, inibire quelle fuori categoria e aggiornare continuamente la ricerca mentale: un processo che coinvolge in modo coordinato memoria semantica, attenzione e controllo esecutivo. Ed è proprio una delle funzioni che tende a rallentare più precocemente con l’età: la difficoltà nel trovare rapidamente le parole giuste o nel mantenere fluida la produzione linguistica è infatti tra i primi segnali di cambiamento cognitivo.

La memoria episodica

Allo stesso modo, migliorano anche le prestazioni nella memoria episodica, quella che permette di trattenere e recuperare informazioni nel breve termine. Nei test, si traduce nella capacità di ricordare una lista di parole subito dopo averla ascoltata e poi a distanza di qualche minuto: un esercizio semplice solo in apparenza, che mette in gioco i meccanismi con cui il cervello registra e richiama le informazioni. Nel tempo, questo vantaggio non si attenua: resta visibile anche considerando fattori come età, livello di istruzione e stato di salute. E soprattutto non sembra legato a quanto tempo si passa con i nipoti. Non è una questione di ore, ma di ruolo: essere coinvolti nella loro cura significa restare immersi in un flusso continuo di stimoli, richieste, parole da trovare e cose da ricordare, che tiene attivi proprio quei circuiti cognitivi più esposti al passare degli anni.

Quando il declino rallenta

Il dato più interessante emerge nel lungo periodo. Analizzando l’andamento dei punteggi cognitivi, i ricercatori hanno osservato che le nonne coinvolte nella cura dei nipoti mostrano un declino più lento rispetto a chi non svolge questo ruolo. Significa che, nel corso degli anni, i punteggi nei test di memoria e linguaggio diminuiscono in modo più graduale: la perdita di performance è meno rapida e si distribuisce su un arco di tempo più lungo. Non si tratta quindi di partire da livelli più alti, ma di mantenere più a lungo le proprie capacità cognitive. Un effetto che non emerge con la stessa evidenza negli uomini e che apre interrogativi sulle differenze di genere nei processi di invecchiamento cerebrale.

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