Uccise il padre per difendere la madre, ora Alex Cotoia chiede i danni allo Stato per i 539 giorni di detenzione

Era stato assolto definitivamente nell’ottobre 2025 dall’accusa di «omicidio volontario» per aver ucciso il padre per difendere la madre al culmine dell’ennesima lite familiare, ora Alex Cotoia chiede allo Stato di essere risarcito per i 539 giorni passati senza libertà, tra carcere e domiciliari. Il giovane, oggi 24enne, assistito dagli avvocati Claudio Strata, Enrico Grosso e Giancarlo Bissattini, ha depositato in Corte d’appello a Torino un’istanza di riparazione per ingiusta detenzione. Nei documenti, ora al vaglio dei giudici, si evidenzia come non vi siano ostacoli al riconoscimento dell’indennizzo.
Cosa c’è nei documenti?
I legali sostengono che il comportamento di Alex, dal momento dell’omicidio del padre fino alla conclusione dei procedimenti giudiziari, sia sempre stato lineare e trasparente, senza elementi che possano configurare una colpa grave tale da giustificare il diniego del beneficio. Gli avvocati sottolineano inoltre che la sera del 30 aprile Alex ha allertato i carabinieri subito dopo i fatti, ha risposto senza esitazioni alle domande del pubblico ministero e del giudice per le indagini preliminari e ha mantenuto nel tempo dichiarazioni coerenti e costanti durante tutto l’iter processuale, senza mai adottare comportamenti reticenti o fuorvianti. Secondo la difesa, dunque, sarebbero soddisfatti i requisiti fondamentali – assenza di dolo e colpa grave – necessari per ottenere l’indennizzo dei danni subiti.
La vicenda
La sera del 30 aprile 2020, in un appartamento di Collegno, un ragazzo di 18 anni uccide il padre con 34 coltellate mentre cerca di difendere la madre da una nuova aggressione. Si tratta di Alex Cotoia, all’epoca ancora registrato con il cognome del padre, Pompa. Subito dopo i fatti, il giovane chiama il 112 e confessa: «Voleva ammazzarci. C’è stata una colluttazione, sono riuscito a prendere il coltello». Poco dopo viene fermato e nei suoi confronti viene disposta la custodia cautelare con l’accusa di omicidio volontario. Passa 22 giorni in carcere e altri 517 agli arresti domiciliari, parte dei quali ospitato a casa di un compagno di scuola che si era offerto di aiutarlo. Dopo cinque anni e cinque processi, il giovane viene infine assolto con formula piena. Secondo i giudici ha agito per legittima difesa, trovandosi nella condizione di dover scegliere tra «uccidere o essere ucciso», senza alternative. Pochi giorni fa, la richiesta danni allo Stato.
