Witkoff e Kushner partiranno per Islamabad sabato. Trump: «L’Iran farà un’offerta per soddisfare le richieste Usa» – La diretta

Nel 56esimo giorno della Guerra del Golfo tra Usa, Israele e Iran continua lo stallo nei negoziati di pace tra Teheran e Washington. Il politologo Robert D. Kaplan spiega che gli iraniani stanno tirando per le lunghe le trattative proprio per mettere in difficoltà Donald Trump, che vorrebbe un accordo rapido. Tanto che secondo la Cnn l’esercito americano è tornato a proporre al presidente americano una serie di opzioni di attacco a obiettivi regionali.
Il focus è sulla neutralizzazione delle mine iraniane, delle imbarcazioni d’attacco rapido e delle minacce costiere, per riaprire lo Stretto di Hormuz. Intanto il cessate il fuoco tra Libano e Israele è stato esteso di tre settimane e lo stesso Trump ha detto di non stare pensando all’esclusione dell’Iran dai Mondiali 2026 in favore dell’Italia. Il sottosegretario di Stato Marco Rubio ha precisato che però gli Usa non vogliono ospitare sul loro territorio persone legate ai pasdaran, e la delegazione iraniana dovrà tenerne conto.
Intanto secondo l’agenzia di stampa Reuters gli Stati Uniti stanno valutando di punire i paesi della Nato che non li hanno aiutati nell’attacco all’Iran. Nel mirino ci sarebbe in particolar modo la Spagna: un’email del Pentagono ne ipotizza la sospensione dall’Alleanza Atlantica. Il premier spagnolo Pedro Sànchez ha risposto: «Non ci basiamo sulle e-mail. Ci basiamo su documenti ufficiali e posizioni governative, in questo caso degli Stati Uniti».
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Ghalibaf lascia i negoziati per disaccordi interni
Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, capo della squadra negoziale iraniana con gli Stati Uniti, si è dimesso per i disaccordi interni. Lo riporta Iran International in un’esclusiva. Ghalibaf è stato criticato per aver tentato di includere la questione nucleare nei colloqui con Washington ed è stato costretto a dimettersi. La figura intransigente Saeed Jalili, rappresentante ultraintegralista della Guida Suprema presso il consiglio supremo di sicurezza nazionale, potrebbe sostituirlo, scrive Iran International, mentre anche il ministro degli Esteri Abbas Araghchi cerca di assumere la guida dei colloqui.
Araghchi e il tour anche a Muscat e Mosca
Il ministro degli Esteri iraniano Ababs Araghchi si recherà in visita a Islamabad. Lo ha confermato l’agenzia di stampa iraniana Irna, dopo che fonti pachistane avevano dato notizia di un suo arrivo a Islamabad in giornata. La stessa Irna precisa che Araghchi si recherà anche a Muscat e a Mosca, mentre non viene specificato se in occasione di queste visite incontrerà anche rappresentanti americani.
Hegseth: «L'Iran può fare buon accordo, o colpiremo di nuovo»
L’operazione Epic Fury ha dato «risultati militari decisivi» in poche settimane, secondo il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Pete Hegseth durante una conferenza stampa. L’Iran «sa di avere ancora una finestra aperta per scegliere saggiamente al tavolo delle trattative. Tutto ciò che devono fare è abbandonare un’arma nucleare in modi significativi e verificabili». Sul blocco nello stretto di Hormuz, spiega: «Abbiamo il controllo; niente in entrata, niente in uscita». Finora 34 navi sono state respinte dallo stretto.
Il ministro degli Esteri dell'Iran atteso a Islamabad oggi
Fonti governative pachistane hanno riferito all’ANSA che il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è atteso a Islamabad questa sera con una piccola delegazione. Sarebbe previsto un secondo round di colloqui di pace a Islamabad tra Stati Uniti e Iran, affermano le stesse fonti governative. Un team logistico e di sicurezza statunitense è già presente nella capitale pachistana per aiutare nel processo negoziale.
Con il blocco di Hormuz persi 120 miliardi di metri cubi in gas naturale fino al 2030
Il conflitto in Medio Oriente ha fatto perdere, da inizio marzo, 120 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto per il periodo 2026-2030. Lo si legge nel ‘Rapporto trimestrale sul mercato del gas’ dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea). Le perdite dovute al conflitto sono «circa il 15% delle forniture globali previste tra il 2026 e il 2030». Iea non esclude un possibile riequilibrio con l’avvio di nuovi impianti di liquefazione del gas nel medio termine. Per ora l’impatto sulla crescita del mercato è concentrato tra il 2026 e il 2027, con implicazioni su una possibile ripresa nei due anni successivi.
Iran, l'Aie: conseguenze sul mercato del Gnl per due anni
L’Agenzia Internazionale dell’Energia (Aie) ha dichiarato che le forniture di gas naturale liquefatto (Gnl) probabilmente rimarranno sotto pressione fino alla fine del 2027 a causa delle interruzioni e dei danni alle infrastrutture causati dalla guerra tra Stati Uniti e Iran. I prezzi dell’energia sono saliti alle stelle da quando Teheran ha di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz al traffico di petroliere del Golfo e ha iniziato a colpire obiettivi petroliferi e del gas nei paesi limitrofi in risposta agli attacchi statunitensi e israeliani.
«L’effetto combinato delle perdite di fornitura a breve termine e della crescita più lenta della capacità produttiva potrebbe comportare una perdita cumulativa di circa 120 miliardi di metri cubi di Gnl tra il 2026 e il 2030», ha affermato l’agenzia con sede a Parigi in un nuovo rapporto. L’Aie ha inoltre affermato che quasi il 20% delle forniture di Gnl è andato perduto a causa del conflitto e ha avvertito che i nuovi investimenti per aumentare la produzione subiranno probabilmente dei ritardi.
«Sebbene si preveda che i nuovi progetti di liquefazione in altre regioni compenseranno nel tempo queste perdite, l’impatto prolungherà la tensione sui mercati fino al 2026 e al 2027», ha affermato l’Aie. L’impennata dei prezzi potrebbe inoltre deprimere la domanda di gas, dato che molti paesi hanno già annunciato misure di risparmio energetico che potrebbero incentivare la domanda di fonti di energia rinnovabile. «La domanda è destinata a svolgere un ruolo chiave nel riequilibrare il mercato, in particolare in Asia, dove il passaggio a combustibili alternativi è già in aumento, parallelamente all’adozione di misure di risparmio energetico», ha dichiarato l’Agenzia. Gli economisti avvertono che prezzi persistentemente elevati potrebbero innescare un’inflazione diffusa che potrebbe compromettere la crescita globale se i consumatori riducessero la spesa di conseguenza.
Gli Usa valutano l'invio di altri 4 mila soldati
Nelle prossime settimane, nel quadro della guerra all’Iran, sarebbe previsto il dispiegamento in Medio oriente di altri 4mila soldati americani, che andrebbero ad aggiungersi ai 6mila già presenti a bordo della portaerei Uss George H.W. Bush, che sta navigando nell’oceano indiano. È il Washington Post a rivelarlo, citando un funzionario americano che ha parlato in condizione di anonimato.
Secondo la fonte, «le forze armate statunitensi sono pronte a riprendere gli attacchi se verrà dato l’ordine». L’emittente Cnn conferma che gli Stati Uniti hanno preparato piani di emergenza per sbloccare lo Stretto di Hormuz, nel caso in cui il cessate il fuoco con Teheran dovesse venir meno. In particolare, Washington intende neutralizzare la capacità militare “dinamica” di Teheran nel tratto di mare dove transita il 20% delle materie prime energetiche globali, a partire dalle mine sottomarine e delle imbarcazioni d’attacco rapido. Queste operazioni riguarderanno anche il Golfo dell’Oman e il sud del Golfo persico.
Ancora la Cnn, dopo aver raggiunto diverse fonti, riporta che «un’ampia percentuale della capacità missilistica costiera iranianiana è intatta. L’Iran possiede inoltre numerose piccole imbarcazioni che potrebbero essere utilizzate come piattaforme per lanciare attacchi contro le navi, complicando gli sforzi degli Stati Uniti per riaprire lo stretto». Le autorità di Teheran hanno già fatto sapere che non intendono tornare a un tavolo negoziale se prima gli Stati Uniti non rimuoveranno il loro blocco ai porti iraniani.
La guerra in Iran ha prosciugato le riserve Usa di missili
Secondo valutazioni interne del Dipartimento della Difesa, confermate anche da fonti del Congresso che hanno parlato con il New York Times, le scorte di missili statunitensi e di armi costose si sono notevolmente ridotte a causa della guerra con l’Iran. Secondo le stime, gli Usa hanno consumato 1.100 missili da crociera stealth a lungo raggio, progettati per una guerra con la Cina; 1.000 missili da crociera Tomahawk, circa 10 volte il numero che acquistano attualmente ogni anno; 1.200 missili intercettori Patriot, ognuno dei quali costa più di 4 milioni di dollari; e 1.000 missili di precisione e missili terrestri.
Alcune fonti stimano che gli Stati Uniti abbiano speso tra i 28 e i 35 miliardi di dollari durante la guerra, quasi un miliardo di dollari al giorno. La corsa al riarmo, secondo il Nyt, renderebbe gli Usa meno preparati ad affrontare potenziali rivali come Russia e Cina. Per far fronte al deterioramento delle forniture di armi, gli Stati Uniti si sono rivolti alle case automobilistiche affinché partecipassero alla produzione di armamenti, come era consuetudine durante la Seconda Guerra Mondiale, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal.
La guerra ha anche messo in luce la dipendenza del Pentagono da intercettori e munizioni per la difesa aerea estremamente costosi, e non è ancora chiaro se l’industria della difesa statunitense sia in grado di sviluppare armi economiche, soprattutto droni, in tempi brevi, ha affermato il Nyt.
Borse europee deboli
Ancora deboli le Borse europee. In avvio gli indici aprono all’insegna dell’incertezza con la lente sullo stretto di Hormuz chiuso per lo stallo nei colloqui tra Usa e Iran. Parigi cede lo 0,73% con il Cac 40 a 8.167 punti. Francoforte tiene a +0,26% con il Dax a 24.217 punti. Londra perde lo 0,46% con il Ftse 100 a quota 10.409 punti.
Un'email del Pentagono ipotizza la sospensione della Spagna dalla Nato
Una email interna del Pentagono ipotizza misure contro gli alleati Nato ritenuti difficili nel conflitto Usa-Iran, inclusa la possibilità di sospendere la Spagna dall’Alleanza. Lo scrive Reuters sul sito. Tra le opzioni allo studio, si starebbe valutando anche la possibilità di rivedere la posizione degli Stati Uniti rispetto alla rivendicazione britannica delle isole Falkland. Le opzioni politiche sono dettagliate in una nota che esprime frustrazione per la presunta riluttanza o il rifiuto di alcuni alleati di concedere agli Usa l’accesso, le basi e i diritti di sorvolo per la guerra contro l’Iran.
Secondo il funzionario, l’e-mail afferma che concedere agli Usa l’accesso, le basi e i diritti di sorvolo per la guerra contro l’Iran rappresenta «solo il punto di riferimento assoluto per la Nato», e aggiunge che le diverse opzioni stanno circolando ai più alti livelli del Pentagono. Secondo Reuters, tuttavia, l’e-mail non suggerisce un possibile ritiro degli Stati Uniti dalla Nato, né propone la chiusura delle basi in Europa.
Il presidente del governo spagnolo, Pedro Sanchez, ha negato l’uso delle basi militari, quella navale di Rota e quella aerea di Moron, in Andalusia, e successivamente l’uso dello spazio aereo per i mezzi impegnati nell’operazione Stati Uniti-Israele contro Iran. Il piano avrebbe un forte valore simbolico, più che operativo: nel caso della Spagna servirebbe a inviare un segnale politico agli alleati europei, accusati dall’amministrazione del presidente Donald Trump di non condividere l’onere della sicurezza.
«Non ci basiamo sulle e-mail. Ci basiamo su documenti ufficiali e posizioni governative, in questo caso degli Stati Uniti», ha detto il premier spagnolo Pedro Sanchez, a margine del vertice Ue informale di Cipro, interpellato sull’email del Pentagono.
Iran, il diplomatico Usa: resistono per necessità
Questa è una «guerra di necessità» per gli iraniani e una «guerra di scelta» per gli Stati Uniti. Ad affermarlo e’ l’ex ambasciatore statunitense in Bahrein, Adam Ereli, in dichiarazioni ad Al Jazeera, in cui ha sottolineato la resistenza e della resilienza iraniana di fronte agli attacchi israelo-americani. Ereli ha sottolineato il «fervore rivoluzionario» delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, suggerendo che possono sopravvivere e possono sopportare il dolore «molto più a lungo di quanto la maggior parte dei decisori e dei pianificatori americani abbia previsto e preveda».
«Penso che possano resistere molto più a lungo, soprattutto di quanto la maggior parte delle persone immagini, e soprattutto quando si tratta di inginocchiarsi davanti agli americani», ha sottolineato Ereli. «C’è un livello di orgoglio e di sopravvivenza. Sono in guerra con noi, e per loro è una guerra di necessità. Devono sopravvivere”, ha valutato il diplomatico. «Per noi, è una guerra di scelta. Possiamo andarcene domani e l’America starà benissimo. Questo cambia la prospettiva su quanta pressione possono sopportare e per quanto tempo», ha concluso.
Sanchez: in Iran una guerra illegale
«La situazione in Medio Oriente, la crisi causata da questa guerra illegale, dimostra il fallimento della forza bruta e la necessità di rispettare il diritto internazionale, per salvaguardare e rafforzare l’ordine multilaterale». Lo ha detto il premier spagnolo Pedro Sanchez arrivando al Filoxenia Conference Center dove a breve inizierà la seconda giornata di lavori del Consiglio europeo informale. «La legge del più forte alla fine rende il mondo molto più debole ed è ciò che purtroppo stiamo vedendo in Medio Oriente», ha concluso.
Iran: paesi amici esentati dal pedaggio a Hormuz
L’Iran ha concesso ai paesi «amici», tra cui la Russia, l’esenzione dal pagamento delle tariffe di transito nello Stretto di Hormuz. Lo ha riferito all’agenzia stampa statale russa Ria Novosti l’ambasciatore dell’Iran a Mosca, Kazem Jalali. «Abbiamo previsto delle eccezioni per alcuni paesi. Non so cosa succedera’ in futuro», ha sottolineato Jalali, precisando che «al momento, il nostro ministero degli Esteri sta cercando di utilizzare le eccezioni previste per i paesi amici, ad esempio la Russia».
Ieri Haji Babai, vicepresidente del Parlamento, ha affermato che i primi proventi del pedaggio imposto dall’Iran sulle navi che transitano nello Stretto di Hormuz sono stati depositati alla Banca Centrale di Teheran, in base a quanto riportato dall’agenzia Fars.
Gli Stati Uniti vogliono punire i paesi Nato
Gli Stati Uniti stanno valutando opzioni per punire i paesi della Nato che si sono rifiutati di fornire aiuto nella guerra contro l’Iran. Lo ha dichiarato un funzionario statunitense all’agenzia di stampa Reuters, secondo cui un’e-mail interna del Pentagono descrive le opzioni a disposizione degli Usa per sanzionare gli alleati della Nato che, a loro avviso, non hanno supportato l’operazione militare in Iran.
Tra le opzioni sul tavolo ci sarebbero la sospensione della Spagna dall’alleanza e la revisione della posizione americana sulla rivendicazione britannica delle Isole Falkland. Altre opzioni sono dettagliate in un rapporto che esprime frustrazione per la percepita riluttanza o il rifiuto di diversi alleati degli Stati Uniti di concedere loro l’accesso, ad esempio, a basi o voli attraverso il loro spazio aereo in base al trattato Nato.
Gli Usa: 10 milioni di taglia su leader iraqeno
Il Dipartimento di Stato Usa offre fino a 10 milioni di dollari per informazioni sul leader del gruppo armato iracheno Kataeb Sayyid al-Shuhada (Kss), sostenuto da Teheran e designato da Washington come organizzazione terroristica. In un post sui social media, funzionari statunitensi hanno dichiarato di essere alla ricerca di informazioni sul leader del Kss, Hashim Finyan Rahim al-Saraji, noto anche come Abu Alaa al-Walai.
Prezzi del petrolio in crescita
I prezzi del petrolio sono aumentati e i mercati azionari si sono mostrati cauti venerdì in Asia, a causa della persistente preoccupazione per l’incertezza in Medio Oriente, dove lo Stretto di Hormuz rimane bloccato e i negoziati tra Iran e Stati Uniti sono in fase di stallo. Intorno all’1:45 GMT, il prezzo del greggio WTI, benchmark statunitense, era in rialzo dell’1,70% a 97,47 dollari al barile. Il greggio Brent, benchmark globale, era in rialzo dell’1,76% e si manteneva sopra la soglia dei 100 dollari (106,92 dollari al barile). L’impossibilita’ di riaprire lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita solitamente un quinto del petrolio greggio mondiale, rimane la questione chiave per un’economia globale messa a dura prova da quasi due mesi di conflitto.
Trump: l'Italia ai Mondiali al posto dell'Iran? Non ci penso
«Non ci sto pensando più di tanto». Così il presidente americano Donald Trump ha risposto alla domanda su cosa pensasse dell’ipotesi di partecipazione dell’Italia invece dell’Iran agli imminenti Mondiali di calcio, come suggerito dall’inviato speciale del tycoon, Paolo Zampolli, nel resoconto del Financial Times. «Nessuna comunicazione proveniente dagli Usa ha detto loro (all’Iran, ndr) che non possono venire», ha aggiunto il segretario di Stato, Marco Rubio, invitato a rispondere da Trump. «Tuttavia, non so da dove provenga questa voce», ha aggiunto Rubio. Via libera agli atleti, ma «non vogliamo persone legate ai pasdaran».
«Voglio dire, il problema con l’Iran non riguarderebbe i loro atleti; riguarderebbe piuttosto alcune delle altre persone che vorrebbero portare con loro, alcune delle quali hanno legami con i pasdaran (Irgc). Potremmo non essere in grado di far entrare queste persone, ma ciò non riguarda gli atleti in sé», ha aggiunto Rubio, parlando alla Casa Bianca, in occasione del secondo ciclo di colloqui tra gli ambasciatori di Israele e Libano, negli sforzi per raggiungere un accordo di pace.
Tuttavia, «non so da dove provenga questa voce, se non da mere speculazioni secondo cui l’Iran potrebbe decidere autonomamente di non partecipare, lasciando che sia l’Italia a occuparne il posto. Ma si tratterebbe di una loro decisione autonoma: sceglierebbero di non venire semplicemente perché hanno deciso così», ha continuato il segretario di Stato. «Ciò che non possono fare, però, è introdurre nel nostro Paese un gruppo di terroristi dei Pasdaran e pretendere che siano, insomma, giornalisti o preparatori atletici», ha concluso Rubio.
Gli Usa preparano attacchi sull'Iran
Le forze armate americane stanno preparando piani di emergenza per colpire le difese iraniane nello Stretto di Hormuz qualora il fragile cessate il fuoco dovesse crollare. Lo riferisce la Cnn, in base a funzionari Usa, secondo cui il focus è sulla neutralizzazione delle mine iraniane, delle imbarcazioni d’attacco rapido e delle minacce costiere, al fine di mantenere aperta il braccio di mare da cui transita il 20% del petrolio mondiale. «Le forze armate americane continuano a fornire opzioni al presidente Trump e tutte le opzioni restano sul tavolo», ha commentato un funzionario del Pentagono, sulla pianificazione degli obiettivi.
Il cessate il fuoco tra Israele e Libano esteso a tre settimane
Il cessate il fuoco tra Libano e Israele è stato prorogato di tre settimane dopo un incontro di alto livello alla Casa Bianca, ha dichiarato giovedì il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Trump ha ricevuto l’ambasciatore israeliano a Washington, Yechiel Leiter, e l’ambasciatrice libanese negli Stati Uniti, Nada Moawad, nello Studio Ovale per un secondo ciclo di colloqui facilitati dagli Stati Uniti, il giorno dopo gli attacchi israeliani che hanno ucciso almeno cinque persone, tra cui un giornalista.
«L’incontro è andato molto bene! Gli Stati Uniti collaboreranno con il Libano per aiutarlo a proteggersi da Hezbollah», ha scritto Trump su Truth Social. Trump ha aggiunto di attendere con impazienza di ospitare a breve il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il Presidente libanese Joseph Aouin.
Il politologo: gli iraniani perdono tempo e mettono in difficoltà Trump
Gli iraniani «stanno tirando per le lunghe il negoziato e così mettono in difficoltà Donald Trump, che, invece, vorrebbe un accordo rapido». Lo spiega Robert D. Kaplan, politologo americano tra i più quotati, al Corriere della Sera. Secondo Kaplan il negoziato non si sblocca «perché le due parti hanno un atteggiamento opposto e questa differenza sta diventando sempre più netta, man mano che passano i giorni. Il presidente americano ha fretta. Vuole arrivare al più presto a un accordo e tirarsi fuori dalla trappola in cui si è cacciato, Gli iraniani, invece, hanno capito che il tempo gioca a loro favore e si sono attrezzati per gestire una lunga partita. Si vede da come stanno conducendo la trattativa, indugiando su ogni minimo dettaglio e cercando di rimandare il confronto sulle questioni chiave, come il nucleare».
Alla domanda su come andrà a finire Kaplan risponde che «credo che nessuno lo sappia davvero. Non so se alla fine Trump riuscirà a ottenere l’accordo che sta cercando in modo frenetico. La realtà è che il presidente Usa non ha una strategia solida. Il problema è che se non otterrà alcuna concessione da Teheran, andrà incontro a un fallimento politico agli occhi degli americani. Trump deve riuscire a dimostrare in qualche modo di aver bloccato il percorso degli iraniani verso la bomba atomica. E naturalmente deve garantire la completa riapertura dello Stretto di Hormuz». E quindi «sono preoccupato perché effettivamente Trump potrebbe decidere di riprendere la guerra».

