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«Chi mi ha dato della p*****a ora paga», Silvia Salis querela gli hater e incassa i primi 5mila euro (che andranno in beneficenza) – Il video

02 Maggio 2026 - 12:19 Cecilia Dardana
La sindaca di Genova annuncia la chiusura della prima querela contro un «leone da tastiera»: il risarcimento andrà a tre centri antiviolenza. «Non è una goliardata social, ma un meccanismo tossico per delegittimare le donne»

«Chi mi ha dato della p*****a sui social alla fine pagherà». Silvia Salis sceglie la linea della tolleranza zero e trasforma gli insulti ricevuti sul web in un’opportunità di sostegno concreto per le donne vittima di abusi. La sindaca di Genova ha annunciato su Instagram di aver definito il primo risarcimento da 5.000 euro frutto di una delle tante querele presentate contro chi, protetto da uno schermo, ha utilizzato nei suoi confronti «parole violente e degradanti». Una vittoria legale che l’ex martellista azzurra vuole trasformare in un segnale politico e culturale: «È l’ora di far capire un messaggio molto chiaro: chi diffonde odio sui social deve essere punito. L’odio va trasformato in bene».

La beneficenza ai centri antiviolenza

La somma incassata dal primo hater non resterà nelle tasche di Salis, che ha infatti deciso di devolvere l’intero importo al centro antiviolenza Mascherona, all’associazione Per Non Subire Violenza e a Casa Pandora Margherita Ferro. «Le altre somme, che sono certa arriveranno, saranno versate con fini analoghi», ha assicurato, sottolineando come la battaglia legale sia solo all’inizio. L’obiettivo è scardinare l’idea che l’insulto digitale sia un reato minore o, peggio, una semplice provocazione: «Non possiamo fare passare il messaggio che la violenza verbale sulle donne sia una goliardata social, perché noi donne subiamo sempre una doppia violenza: a una donna non si contesta mai il ruolo che ricopre, ma come si vede, come appare, quali sono le sue scelte nella vita privata».

L’insulto sessista

Secondo Salis l’insulto sessista è uno strumento di controllo sociale: «È un modo per delegittimarci continuamente all’interno della società. A un uomo si dice che è uno s*****o, che è un prepotente, mentre a una donna dici che è una “Barbie” o che è una p*****a». Un meccanismo definito «tossico», alimentato non solo dagli uomini ma a volte anche dalle donne, con lo scopo di «svilire il ruolo della donna nella società, di imporle il silenzio, di ridimensionarla».

«Reagire si deve»

La scelta di Salis è un invito collettivo alla reazione legale. «Denunciare si può e si deve, reagire si può e si deve, e i risultati di oggi sono tangibili e lo dimostrano», conclude nel post. La sua non è solo una difesa personale, ma una battaglia per tutte le lavoratrici che ogni giorno, in ogni contesto professionale, subiscono attacchi simili. «Anche se questa violenza passa attraverso uno schermo, continuerò a reagire e a denunciare. Continuerò a trasformare l’odio in bene per la nostra comunità».

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