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Barbara Berlusconi e il no ai social per i minori: «Mio padre sceglieva cosa farmi guardare in tv»

06 Maggio 2026 - 06:56 Alba Romano
barbara berlusconi
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La figlia del Cavaliere: i genitori chiedono aiuto, si sentono disorientati
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Barbara Berlusconi dice che è giusto vietare l’uso dei social ai minori di 16 anni. E che questo non significa isolare i propri figli. La terzogenita del Cavaliere oggi parla in un’intervista al Giornale in cui illustra i risultati di una ricerca fra genitori commissionata a Swg sul tema adolescenti e media. «L’intento è capire cosa sta succedendo. Non abbiamo ancora piena consapevolezza di quanto strumenti come gli smartphone, che ci collegano con il mondo e dunque non sono neutri, incidano su una fase tanto delicata come l’adolescenza. Due genitori su tre si sentono disorientati e chiedono aiuto. Il desiderio di analizzare la dipendenza fra adolescenti e social ha l’obiettivo di porsi domande che possano poi costruire risposte convincenti, per aiutare chi è in difficoltà».

Barbara Berlusconi e i social media

La figlia di Silvio Berlusconi e Veronica Lario spiega che anche in famiglia sulla tv ci si andava piano: «Sono un’appassionata di cinema e i film li ho sempre visti, anche in tv. Ma i miei genitori facevano una selezione di ciò che potevamo vedere e di questo sono loro grata. Il televisore non rimaneva acceso tutto il giorno. Non è lo strumento tecnologico ad essere sotto accusa, è come lo si utilizza. Se l’uso è sregolato non va bene: il problema della relazione degli adolescenti con i social sta qui. Sono sempre connessi e i social sono programmati con un’altissima capacità di catturare la loro attenzione. È molto rischioso e anche controproducente lasciare soli i ragazzini. L’utilizzo a tempo dei social sotto un controllo adulto è l’unica strada».

Cinque figli maschi

Lei ha cinque figli maschi: «Il più grande ha 18 anni, l’ultimo 4. Si figuri che il grande voleva che lo chiamassi proprio così, Ultimo: invece abbiamo scelto Quinto. Ovviamente fra loro ci sono differenze legate all’età, ma in generale per me l’educazione funziona meglio quando esiste una cornice certa di riferimento. Io do ai miei figli poche regole molto chiare. Non li ho tenuti sotto una campana di vetro, al contrario sono una madre che tende a responsabilizzare, li ho resi consapevoli e indipendenti. Ho sempre incentrato tutto sul dialogo, più che sull’imposizione. Certo, non dare ai maggiori lo smartphone fino ai 16 anni è stata una mia scelta, discussa in famiglia, ma non è stato un divieto imposto. Direi un percorso costruito nel tempo, spiegandone le ragioni. Il fatto che l’uso della tecnologia nella scuola steineriana sia posticipato ha reso tutto più naturale: non c’era una pressione sociale immediata e questo ha semplificato anche il nostro ruolo di genitori».

Lo smartphone a dieci anni

Dalla ricerca emerge che dopo i dieci anni sono pochissimi i bambini che non hanno uno smartphone proprio. «È uno dei dati più forti della ricerca. I genitori non sottovalutano i rischi dei social, anzi li percepiscono chiaramente, ma hanno paura di isolare i figli. E questo ci dice che non è un problema individuale, ma collettivo. Se tutti utilizzano questi strumenti, diventa molto difficile per una singola famiglia introdurre dei limiti. Per questo parlo di necessità di una cornice comune: senza regole condivise, i genitori restano soli».

Una legge

Secondo l’imprenditrice ci vorrebbe una legge: «Molti genitori si sentono inadeguati, anche quando sono attenti e presenti. I ragazzi conoscono questi strumenti meglio degli adulti. Quindi il dialogo è necessario, ma da solo non basta se manca un contesto che lo sostenga. Una buona legge sì, può aiutare molto. Non per sostituirsi ai genitori, ma per sostenerli. Una regolamentazione chiara sull’età per l’accesso ai social darebbe a tutti un riferimento comune e ridurrebbe la forte pressione sociale. Trasformerebbe un problema individuale in una responsabilità condivisa». E questo perché «l’Italia inizia a essere un po’ indietro rispetto ad altri Paesi, non solo europei, su queste leggi. Vorremmo fare arrivare alle istituzioni una richiesta corale, perché prendano in carico questo tema nel modo più concreto possibile. E anche tempestivo visti gli ultimi casi di cronaca che, seppur siano certamente estremi, esistono».