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«Stop destroying videogames», la battaglia dei gamer in Ue contro i colossi dei videogiochi: «Noi paghiamo, loro spengono i server»

30 Maggio 2026 - 16:19 Gianluca Brambilla
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Raccolte 1,3 milioni di firme per spingere la Commissione europea a intervenire. I promotori dell'iniziativa a Open: «Abbiamo ricevuto il supporto da eurodeputati lungo tutto lo spettro politico»
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Hai comprato un videogioco qualche anno fa, lo reinstalli sul tuo computer o sulla console, e non funziona. Non per un guasto o per un errore tecnico, semplicemente perché quel gioco non esiste più. I server sono stati spenti, l’infrastruttura è stata disattivata e quel prodotto che hai acquistato non è più utilizzabile. Questa esperienza, impensabile fino a una o due generazioni fa, è diventata la normalità con cui sono costretti a fare i conti gli appassionati di videogiochi di tutto il mondo. Ed è proprio per smontare questo meccanismo che c’è una battaglia politica in corso in Europa.

Più di un milione di firme raccolte

La mobilitazione, come spesso accade su questi temi, nasce dal basso. In particolare, con un’iniziativa – ribattezzata Stop destroying videogames – che è riuscita a raccogliere circa 1,3 milioni di firme in un anno, obbligando di fatto la Commissione europea a prendere posizione sul tema. «Tutto è partito dal caso di The Crew», spiega a Open il tedesco Daniel Ondruska, tra i promotori dell’iniziativa. Il titolo Ubisoft, pubblicato nel 2014 e disattivato nel 2024, è diventato il simbolo della campagna: un gioco acquistato legalmente da milioni di persone che, a seguito della chiusura dei server, ha cessato di funzionare. Nel giro di pochi mesi, la raccolta firme è decollata, finendo col superare abbondantemente la soglia minima di un milione di adesioni, fondamentali per far sì che la proposta venga esaminata e discussa al Parlamento europeo.

La sponda del Parlamento Ue alla battaglia per salvare i videogiochi

Dietro la mobilitazione dei gamer si nasconde in realtà un dibattito sulla definizione stessa di cosa sia oggi un videogioco. Molti titoli oggi non sono prodotti statici, ma servizi che dipendono da infrastrutture online. In alcuni casi, anche le modalità single player richiedono autenticazione o connessione ai server. E se l’editore decide di spegnere quei server perché il titolo non è più redditizio, il gioco smette di funzionare. È successo con centinaia di titoli, compresi alcuni con svariati milioni di giocatori, come Overwatch, Anthem e il già citato The Crew. «Se un cliente acquista una copia di un gioco, dovrebbe avere il diritto di conservarlo e non vederselo ritirare dopo la vendita. In alternativa, se qualcuno acquista un servizio, dovrebbe essere informato al momento dell’acquisto su quando quel servizio terminerà», osserva ancora Ondruska.

«Sono princìpi così fondamentali del commercio», precisa il tedesco, «da trascendere anche le differenze politiche». E proprio per questo, durante l’audizione dei promotori dell’iniziativa al Parlamento europeo, sostanzialmente tutte le forze politiche hanno espresso sostegno per la campagna, seppur con sfumature diverse. «Abbiamo ricevuto supporto da eurodeputati lungo tutto lo spettro politico, inclusi gli indipendenti», precisa Ondruska. E chissà che non sia proprio questo il segreto che ha decretato, almeno finora, il successo della campagna: averla presentata come una battaglia in difesa dei diritti dei consumatori e non come una questione ideologica facilmente strumentalizzabile da destra o sinistra.

Le richieste dei giocatori e il “no” dell’industria

I promotori della campagna Stop destroying videogames non chiedono che i server rimangano attivi indefinitamente, né che le aziende continuino a supportare i giochi all’infinito. L’obiettivo, piuttosto, è stabilire cosa debba succedere nella fase finale del ciclo di vita di un titolo: quando un gioco viene dismesso, dovrebbe restare accessibile in una forma funzionale. Questo potrebbe significare una modalità offline, la possibilità di creare server privati o altri strumenti che consentano a chi gioca di preservare l’esperienza.

Dietro queste richieste c’è anche la visione del videogioco non come semplice prodotto, ma come opera creativa digitale, che in quanto tale merita di essere conservata in qualche modo. L’industria, però, si oppone, lamentando costi di mantenimento alti e il fatto che molti giochi sono progettati fin dall’inizio come esperienze interamente online. «Apprezziamo la passione della nostra community. Tuttavia, la decisione di interrompere i servizi online è complessa, non viene mai presa alla leggera e deve essere un’opzione per le aziende quando un’esperienza online non è più commercialmente sostenibile», ha dichiarato in una nota Video Games Europe, la lobby del settore.

La palla passa alla Commissione europea

Nelle scorse settimane, i promotori della raccolta firme sono stati ospiti del Parlamento europeo per un’audizione. Ora, tutto è nelle mani della Commissione europea, che dovrà decidere se tradurre la proposta in un’iniziativa legislativa vera e propria oppure se limitarsi a una comunicazione non vincolante. «Non sappiamo cosa accadrà, ma ci stiamo preparando a diversi scenari per portare avanti la questione», spiega sempre Ondruska. E la proposta sembra destinata a essere replicata anche al di fuori dell’Europa. «Il disegno di legge AB 1921 in California propone una normativa simile. Considerando quanto alcune pratiche attuali possano essere ostili per i consumatori, è probabile che si crei una pressione nel settore verso un adeguamento nel tempo», osserva l’organizzatore della campagna.

In ogni caso, resta la sensazione che il dibattito in corso non riguardi davvero solo i videogiochi. Il vero nocciolo della questione, piuttosto, sembra essere il significato stesso di proprietà nell’economia digitale. Specialmente in un mercato sempre più dominato da servizi, licenze e piattaforme, dove il confine tra ciò che si possiede e ciò a cui si ha semplicemente accesso è diventato sempre più sottile. Oggi sono i videogiochi a essere “spenti” anche dopo averli comprati. In futuro, potrebbe toccare a qualcos’altro.

I promotori dell’iniziativa “Stop destroying videogames” al Parlamento europeo. Al centro, l’eurodeputata tedesca Marion Walsmann, vicepresidente della commissione giuridica

Foto copertina: Dreamstime/Jane Rubstova

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