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I crociati di Trump: viaggio nel movimento di Charlie Kirk che ha conquistato le chiese d’America e prepara il futuro di Maga – Il video

31 Maggio 2026 - 06:59 Serena Danna
Con il primo tour religioso dopo la morte del fondatore, Turning Point Usa è già al lavoro per il dopo-Trump
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Al primo raduno religioso promosso da Turning Point Usa dopo la morte di Charlie Kirk, il fantasma del fondatore è onnipresente. Per i partecipanti del “Make Heaven Crowded tour”,  l’attivista conservatore ucciso nel campus dell’Università dello Utah lo scorso settembre non è solo un martire. È il simbolo di un nuovo cristianesimo che è riuscito a unire chiese evangeliche, movimenti carismatici e reti pentecostali e a trasformarli nei crociati del trumpismo. Una galassia in crescita, oggi ramificata in tutte le istituzioni americane, che nel 2024 ha garantito al presidente il sostegno di oltre quattro evangelici bianchi su cinque. E che oggi – sostenuta da una rete di grandi donatori ultraconservatori – è già al lavoro per costruire il dopo Trump. Il primo test è il tour evangelico con cui Turning Point sta attraversando gli Stati Uniti dopo la morte di Kirk. A maggio ha fatto tappa a Portland, nel Maine, dove decine di pastori, influencer cristiani e attivisti conservatori si sono riuniti in un centro congressi sorvegliato da agenti armati e cecchini appostati sui tetti.

Dentro l’universo Turning Point Usa 

Il salone del centro convegni è affollato dagli stand dell’universo Tpusa: campagne per le elezioni locali, informazioni per organizzare dibattiti nelle scuole, programmi di educazione ai valori conservatori, borse di studio per scuole religiose e depliant pro-vita. Brandon Maly, che a 27 anni coordina il braccio politico-elettorale dell’organizzazione nel Nord Est degli Stati Uniti, spiega a Open che dopo la morte di Kirk sono stati contattati da molti giovani, ansiosi di commemorare il loro eroe attraverso un maggiore impegno politico. A Portland molti si fermano a guardare ma solo alcuni si avvicinano, spinti più che altro dalla speranza di trovare un lavoro.  

Tra di loro c’è una studentessa della York University, ateneo privato cristiano del Nebraska, con il volto ricoperto di piercing, calze a rete e anfibi. È venuta qui con la famiglia, le piace cantare le canzoni del Gospel e racconta che Cristo, a differenza di molti, la accetta per come è.  

Anche Dyazia Pride ha lo stile di un’attivista liberal dell’East Coast. È arrivata dall’Arizona, dove ha sede Turning Point, e per l’evento “Make Heaven Crowded” distribuisce spille con lo slogan “Rigetta la mentalità della vittima” raccontando che il razzismo è una grande bugia liberal: «I neri credono di essere discriminati ma non lo sono davvero», dice. Neanche la schiavitù dei suoi avi sembra incrinare le sue certezze: «Il passato è passato e abbiamo imparato dai nostri errori». Adesso, sostiene Dyazia, bisogna concentrarsi sulle battaglie del presente. 

Dyazia Pride

La guerra culturale 

A spiegare quali siano le lotte che tengono insieme evangelici, sostenitori di Turning Point Usa e semplici curiosi è Travis Carey, padrone di casa e pastore della Calvary Chapel Greater Portland, una delle megachurch evangeliche affiliate al movimento di Kirk: «Vogliamo trasmettere alle persone la verità del Vangelo contro la cultura woke, smentendo le menzogne diffuse nella società», racconta a Open. La storia di Travis è simile a quella di parecchi pastori del mondo cristiano nazionalista americano: una traiettoria di caduta agli inferi e resurrezione. «Ho sempre creduto in Cristo, ma per molto tempo ho scelto il piacere al posto di Dio: droga, immoralità sessuale. Quello stile di vita mi ha portato in una cella, in crisi d’astinenza e con pensieri suicidi. Solo allora ho capito che tutto ciò che mi avevano insegnato sull’American Dream aveva fallito».

Come lui, spiega, sono tanti i giovani delusi da una nazione che non riconoscono più: «Molti si rendono conto che le promesse della cultura americana – “Segui i tuoi sogni”, “Fai ciò che ti rende felice” – non li soddisfano. Stanno iniziando a ribellarsi contro le menzogne dell’accademia e della cultura secolare». Nel mirino ci sono soprattutto il diritto all’aborto e i diritti transgender. Per Joan Gray, ex segretaria appassionata di ciclismo e teorie del complotto è una questione personale: «In Maine c’è stato il caso di uno studente transgender che voleva competere negli sport delle scuole superiori, e il consiglio scolastico e la governatrice lo hanno sostenuto. Io ho delle nipoti che praticano sport, e non riesco proprio ad accettarlo, è ingiusto per le giovani donne». Joan non è qui per lamentarsi, cerca alleati per difendere i suoi valori.

Joan Gray

«Molte chiese non combattono abbastanza apertamente la guerra culturale», commenta il pastore in trasferta Josh Lawrence,  capo della Calvary Chapel in Kenya. «Gran parte dei pastori evangelici evitano questioni difficili come l’aborto, il transgenderismo, la giustizia sociale o l’immigrazione». 

Dall’università ai pulpiti: l’evoluzione di Tpusa 

L’idea di una chiesa militante è stata l’ultima grande intuizione di Charlie Kirk, che aveva già avviato la trasformazione di Turning Point, organizzazione nata libertaria nei campus universitari ma destinata a trovare nelle chiese evangeliche una nuova infrastruttura politica: «Tpusa è diventata un’organizzazione nazionalista cristiana nel senso pieno del termine», spiega a Open Matthew Boedy, professore di retorica religiosa all’Università di North Georgia. Il docente, finito nella Professor Watchlist — la lista dei docenti accusati di discriminare studenti conservatori —, sostiene che Kirk abbia compreso molto presto il limite strutturale del movimento universitario: «La domanda che lo ossessionava era: cosa facciamo con gli studenti dopo la laurea?». La risposta è arrivata grazie all’incontro con il potente pastore californiano Rob McCoy: «È stato McCoy a fargli capire l’enorme pubblico potenziale dentro le chiese evangeliche». Il resto l’ha fatto il Covid. «Charlie non poteva più entrare nei campus, mentre molte chiese evangeliche sfidavano apertamente il governo e le restrizioni sanitarie». 

Con la svolta religiosa, l’attivista riesce ad ampliare il suo pubblico e la base di donatori. «Kirk ha creato una struttura capace di mettere insieme reti diverse di leader cristiani della destra radicale e di portarli a parlare lo stesso linguaggio politico», spiega a Open Lisa Hagen, giornalista di Npr esperta di estremismo religioso che segue l’organizzazione dagli inizi. «Per decenni molti di questi gruppi non sarebbero nemmeno riusciti a stare nella stessa stanza senza litigare sulla dottrina religiosa. Charlie è riuscito a unirli attorno alla politica». 

Le sette montagne del potere 

Secondo gli ultimi dati del Public Religion Research Institute, tre americani su dieci si definiscono simpatizzanti o affiliati al nazionalismo cristiano. Quello che fino a pochi anni fa veniva liquidato come un universo marginale e folkloristico, lontano dai centri del potere politico, è entrato nel cuore delle istituzioni, supportato da grandi donatori ultraconservatori – dalla fondazione Ziklag al Marble Freedom Trust guidato da Leonard Leo – che finanziano con centinaia di milioni di dollari organizzazioni, reti e campagne religiose in tutto il Paese. 

Secondo Matthew Boedy,  passa dalla teoria delle “Sette Montagne”: l’idea che i cristiani debbano riconquistare i sette grandi ambiti della società — politica, educazione, media, cultura, economia, famiglia e religione — per riportare l’America alle sue presunte radici cristiane. 

Alcune partecipanti all’evento di Portland

Anche la line-up di Portland sembra costruita seguendo questa logica. C’è l’ex portavoce della Casa Bianca e star di Fox News Kayleigh McEnany; l’influencer George Janko, diventato negli ultimi anni una delle figure più visibili della nuova “internet christianity”; le podcaster di Girls Gone Bible Angela Halili e Arielle Reitsma, famose per aver messo in scena una preghiera insieme al presidente Trump subito dopo la sua elezione. «La più ampia guerra culturale è ormai il cuore pulsante che unisce il movimento Maga e Turning Point. Trump domina la dimensione governativa, mentre Tpusa si concentra sugli altri ambiti culturali e prepara il dopo: vuole diventare il punto di riferimento dei sostenitori Maga quando Trump uscirà di scena». 

Trump il presidente-guerriero

Per il momento, il presidente resta il punto di riferimento politico. La sua immagine non compare mai nei volantini o sul palco di “Make Heaven Crowded” ma il sostegno è presente nelle parole dei partecipanti. Brandon sostiene che sia «l’unico insieme al premier israeliano Netanyahu a promuovere ancora i principi occidentali», mentre Joan dice che è «un uomo imperfetto, perché solo Gesù è perfetto, ma è un leader forte come un leone». 

Il pastore Josh Lawrence offre una prospettiva storica per spiegare il suo successo: «Per anni i cristiani hanno avuto la sensazione di essere stati spinti contro un muro. Si è diffusa l’idea che Gesù fosse una sorta di hippie pacifista quando invece ha detto chiaramente: “Non sono venuto a portare pace, ma una spada”. A lungo ci è stato detto: “State zitti, altrimenti verrete considerati pieni d’odio”». Fino all’arrivo di Donald Trump. «Improvvisamente – continua – milioni di americani possono votare qualcuno che non ha paura di reagire, di parlare di fake news, di essere conflittuale. E così molti cristiani hanno iniziato a sentire di non essere più disposti a restare in silenzio».  

Di certo, da quando è tornato alla Casa Bianca, Donald Trump non ha nascosto la volontà di compiacere questo elettorato: ha aperto un ufficio per la fede dentro la White House, ha partecipato a rally di preghiera organizzati dagli evangelici, eliminato programmi aziendali e corsi universitari sulla diversity, limitato il diritto all’aborto e le politiche per i diritti delle persone transgender, e ha fatto della difesa dei cristiani perseguitati nel mondo un punto centrale della sua agenda. L’amministrazione è piena di figure apertamente vicine al conservatorismo evangelico: dal vicepresidente JD Vance al segretario di Stato Marco Rubio fino al capo del Pentagono Pete Hegseth. Il presidente sta inoltre cercando di abolire il Johnson Amendment, una norma fiscale americana del 1954 che proibisce alle organizzazioni religiose non profit — comprese le chiese — di sostenere ufficialmente candidati politici mantenendo allo stesso tempo le agevolazioni fiscali.

Il brand oltre il fondatore

Da quando Turning Point ha avviato il suo ramo religioso – stando ai loro dati – sono circa 10mila le chiese che hanno aderito al network. A esse l’organizzazione offre risorse, formazione e strumenti per “fare attivamente politica contro la cultura woke”, sostenendo candidati e idee. «Turning Point è nata come società che organizzava eventi pensati per vendere ai giovani americani idee libertarie e conservatrici. Non era l’unica ma di certo era eccezionalmente brava nel marketing e nel merchandising», spiega Hagen, co-autrice del podcast investigativo No Compromise. Secondo la giornalista sono la vicinanza a Donald Trump e l’evoluzione religiosa a portare visibilità e denaro all’organizzazione, che è passata dai 79mila dollari di entrate del 2012 agli 85 milioni dichiarati nel 2024. «Il successo ha a che fare più con la costruzione di una macchina perfetta per mobilitare elettori, che con la nascita di un vero movimento giovanile conservatore», puntualizza Hagen.

Consapevoli dell’impossibilità di sostituire Kirk con un leader altrettanto efficace, l’organizzazione affronta oggi una terza vita: «Turning Point era costruita attorno a una singola figura carismatica – spiega Boedy – e nessuno – né Lucas Miles, né Erica Kirk – hanno il carisma di Charlie». I numeri dei primi eventi organizzati da Turning Point dopo la morte del fondatore mostrano una partecipazione minore rispetto alle folle attratte da Kirk. All American Halftime Show, l’evento in risposta al Super Bowl ha avuto 200 spettatori live e registrato 6,1 milioni di visualizzazioni (contro i 128 milioni dell’ufficiale) e il tour religioso fa i conti con parecchie sedie vuote. Tuttavia, insiste Boedy, non è l’ampiezza del movimento ma la sua distribuzione capillare nei vari segmenti della politica della società a definire l’importanza dell’organizzazione. «Oggi il vero protagonista è il brand Turning Point, è così che il movimento sopravviverà oltre il suo fondatore».

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