Lavoratori indiani sfruttati nel cantiere del Consolato Usa a Milano: la trappola del contratto di lavoro per “distacco”

Un cantiere da 200 milioni di dollari per la costruzione della nuova sede del Consolato americano a Milano, nel quale venivano sfruttati lavoratori indiani pagati meno di due euro all’ora, sotto costante ricatto. Nel mirino dell’inchiesta condotta dalla procura di Milano, la ditta americana Caddell Construction Co Llc, con sede a Montgomery in Alabama, e la sua sede milanese. Una catena di sfruttamento, definito anche “para-schiavismo”, che cominciava già in India, dove i lavoratori venivano reclutati da un’agenzia di reclutamento, specializzata nel collocamento di lavoratori qualificati in settori come edilizia, ingegneria, sanità, ospitalità e informatica, alla quale ogni candidato corrispondeva un “pizzo” di 5mila euro (500mila rupie). Nel loro contratto si celava però una vera e propria trappola.
L’utopia dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro per i lavoratori stranieri
«La legge che norma i flussi migratori legati al mondo del lavoro umile e manuale in Italia parte da un assunto di base sbagliato: pensare che la domanda di lavoro interna e l’offerta proveniente paesi a basso reddito pro-capite possano incontrarsi genuinamente secondo le logiche di mercato. Si tratta di un’utopia», spiega a Open l’avvocato Pietro Derossi, dello studio legale Lexia.
A fronte di ciò, il problema di fondo, secondo l’avvocato, sarebbe uno: «Non ci sono degli attori a controllo pubblico che svolgono una funzione di garanzia di reale matching tra domande e offerta di lavoro e della buona riuscita del processo migratorio. La Prefettura esegue un controllo di tipo formale sull’azienda datrice di lavoro che promuove il rilascio di nulla osta all’ingresso per la persona straniera. Rimane però un’enorme asimmetria informativa e di potere tra il lavoratore che proviene da paesi a reddito medio pro-capite molto più bassi (come l’India nel caso che qui interessa), e il datore di lavoro in Italia: il primo si affida totalmente al secondo o a presunti intermediari in Italia o nel paese di provenienza, non disponendo nemmeno di strumenti linguistici adeguati per capire come funzionano le procedure di ingresso».
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Le trappole dietro ai contratti di lavoro spesso offerti a lavoratori stranieri
Nel caso milanese, per esempio, la procura avrebbe messo in luce il ruolo di un individuo chiamato “Aji”, un lavoratore di etnia indiana alle dipendenze della sede italiana, che avrebbe fatto sottoscrivere la documentazione ai lavoratori, con contratti che prevedevano una retribuzione oraria tra 1,31 e 1,91 euro senza fornire dettagliate spiegazioni o tradurre in una lingua a loro comprensibile. Caddell avrebbe parallelamente presentato alla prefettura contratti diversi, in linea con le retribuzioni e le condizioni previste dal contratto collettivo nazionale italiano dell’edilizia, poi non applicati nel caso concreto.
Uno schema molto comune, come evidenzia l’avvocato Derossi: «In altri casi, frequentissimi, la persona straniera paga un intermediario privato per farsi assistere nel procedimento e nel matching con l’azienda, ma una volta fatto ingresso in Italia, non trova alcun datore di lavoro realmente disposto ad assumerlo. Questa circostanza lo condanna all’irregolarità, e quindi al facile sfruttamento. Oppure, molti vengono a questo punto indirizzati verso i canali per chiedere la protezione internazionale, con un evidente snaturamento di questo istituto, che dovrebbe tutelare situazioni ben diverse».
Il contratto di lavoro per “distacco”
La particolarità nel caso dei lavoratori indiani entrati in Italia per lavorare alla costruzione del Consolato americano risiederebbe nella formula in ingresso con la quale sono stati attratti: «Nelle carte si parla di contratto di lavoro per “distacco”, una formula prevista dall’art. 27 quinquies Testo unico sull’immigrazione. Si tratta di una fattispecie che vede due aziende, una con sede in Italia e una con sede all’estero: i lavoratori sono dipendenti della sede all’estero, ma vengono temporaneamente “distaccati” presso l’azienda italiana per fornire prestazioni lavorative subordinate presso quest’ultima».
Normalmente tra le due società esiste un collegamento intra-societario, che di solito vede almeno un 20% di compartecipazione di una società nell’altra, oppure un collegamento contrattuale, cioè c’è un contratto di appalto. Il caso della ditta Caddell Construction Co Llc rientra nella prima fattispecie: si trattava infatti di distacco intra-societario, noto anche con la sigla inglese ICT (Intra-corporate transfer).
Vantaggi e svantaggi delle assunzioni per distacco
Questa procedura di visto per “distacco”, rientra nella categoria degli ingressi per lavoro “fuori quota” in quanto nonsoggetta alle stringenti finestre temporali del click day e alle quote massime imposte dal decreto flussi per ciascun settore lavorativo, permettendo alle aziende di velocizzare l’ingresso dei lavoratori dall’estero. Come spiega l’avvocato: «I visti fuori quota, come quello per distacco, teoricamente richiederebbero la prova di una formazione universitaria o di un’alta specializzazione tecnica. Il permesso di soggiorno per distacco intra-societario ha poi una particolarità abbastanza unica: al lavoratore è consentito di lavorare unicamente per l’azienda presso cui è distaccato (o presso aziende dello stesso gruppo societario) e per un massimo di 3 anni complessivi».
A differenza dei permessi di soggiorno rilasciati a chi entra con il decreto flussi o per lavoro subordinato altamente qualificato (la cosiddetta Carta Blu), inoltre, il lavoratore distaccato non può cambiare datore di lavoro, anche se ne avesse l’opportunità concreta. «Questo è dovuto al fatto che, sebbene il lavoratore presti la proprietà attività in Italia, il suo datore di lavoro rimane la società estera, che lo ha appunto ‘distaccato’ verso una specifica sede di lavoro in Italia».
Foto copertina: Pexels © Boris Hamer

