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Nata «invalida totale» per un errore dei medici, genitori risarciti dopo 10 anni. Il caso a Bologna: la scelta sbagliata sul cesareo

05 Giugno 2026 - 14:05 Giovanni Ruggiero
neonato ospedale
neonato ospedale
L'Inps aveva anche riconosciuto un'indennità e l'accompagnamento per la bambina. A distanza di 10 anni, la famiglia ha ottenuto il risarcimento, dopo vari tentativi di evitare una causa contro l'ospedale. Cosa ha deciso il giudice
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Era il 5 novembre 2016 quando una bambina venne al mondo all’ospedale Maggiore di Bologna in circostanze che avrebbero segnato per sempre la sua vita. Durante il travaglio si registrò una grave sofferenza fetale, culminata in un parto naturale indotto con quella che in medicina viene chiamata «distocia di spalla», un’emergenza ostetrica in cui una o entrambe le spalle del neonato rimangono bloccate nel bacino materno dopo la fuoriuscita della testa. Come racconta il Corriere di Bologna con la firma di Vincenzo Brunelli, il risultato fu una «sofferenza anossico-ischemica» di entità tale da causare alla piccola un’invalidità permanente, riconosciuta poi anche dall’Inps con tanto di indennità di accompagnamento.

Perché l’ospedale è ritenuto responsabile

Secondo la ricostruzione processuale, quell’esito sarebbe stato evitabile ricorrendo al taglio cesareo. La responsabilità, per i legali della famiglia, ricade interamente sull’ospedale. La causa civile prese avvio nel 2016 e si è trascinata per quasi un decennio attraverso una serie di passaggi giudiziari e amministrativi tutt’altro che lineari, fino alla sentenza firmata dal giudice Paola Matteucci della seconda sezione civile del Tribunale di Bologna.

L’iter verso i 700.000 euro di risarcimento

Nel settembre 2019 il legale della famiglia presentò formale richiesta di risarcimento per responsabilità medica. L’ospedale avviò le proprie valutazioni interne, e nel novembre 2020 il Nucleo regionale di valutazione autorizzò trattative stragiudiziali. A dicembre dello stesso anno l’Ausl diede il via libera a negoziare per circa 687.000 euro. Nel 2022 la famiglia formulò una proposta transattiva da 699.179 euro, rinunciando a qualsiasi azione civile, penale e amministrativa, e l’ospedale accettò. Ma fu proprio lì che la vicenda si complicò ulteriormente.

La revoca dell’accordo e il verdetto del tribunale

Il passaggio davanti al giudice tutelare, necessario per proprio per difendere gli interessi della minore, venne negato una prima volta nel 2022. Quando arrivò il via libera, nel maggio 2025, l’ospedale aveva nel frattempo revocato la proposta transattiva. Per il tribunale, però, quella revoca era illegittima. Nella sentenza si chiarisce che «il vincolo contrattuale si era già validamente costituito attraverso lo scambio di proposta e accettazione scritta culminato nella delibera aziendale», un accordo che l’amministrazione era tenuta a rispettare in forza dei princìpi di correttezza e buona fede contrattuale.

Il principio giuridico dietro alla sentenza

L’avvocato Francesco Parise, esperto in responsabilità medica, ha sottolineato la portata della decisione: la sentenza, a suo avviso, «stabilisce che l’accordo transattivo già perfezionato con un’azienda ospedaliera non può essere arbitrariamente revocato in autotutela dall’ente pubblico sulla base del successivo deposito di una consulenza tecnica favorevole». Il tribunale ha anche precisato che l’ospedale non può invocare ragioni di pubblico interesse o risparmio economico «quando la complessità e l’incertezza sull’esito della lite erano ampiamente prevedibili fin dall’inizio», come dimostrato dai dubbi sollevati dagli stessi medici legali interni. La famiglia riceverà circa 700.000 euro, oltre a interessi e spese legali.