Obesità, gli esperti rompono il tabù: «Non è pigrizia, ecco come il corpo sabota le diete»

Si stima che entro il 2035 più della metà della popolazione mondiale sarà in sovrappeso. Secondo la World Obesity Federation, il costo economico globale dell’obesità potrebbe superare i 4.000 miliardi di dollari l’anno. Già oggi, oltre un milione di decessi in Europa è associato a condizioni legate al sovrappeso e all’obesità. Numeri che raccontano un fenomeno tutt’altro che marginale. Come hanno spiegato oggi gli esperti all’evento «raccontare l’obesità oltre lo stigma e i luoghi comuni», organizzato da Lilly, si tratta di «un’emergenza che esiste». Eppure, nell’opinione pubblica, l’obesità continua spesso a essere percepita come una questione di volontà individuale, riducendola all’idea che basti avere disciplina, muoversi di più e mangiare meno.
La vera causa dell’obesità è la genetica
Il punto, spiegano gli esperti, è che la narrazione è spesso troppo semplificata. Mikko Watanabe, docente alla Sapienza, sottolinea che attività fisica e alimentazione rappresentano solo la punta dell’iceberg. Sotto si trova una complessa rete di fattori genetici, metabolici, sociali e ambientali. La genetica, da sola, può spiegare tra il 40 e il 70% della predisposizione, spiega Edoardo Moncini, medico chirurgo specialista all’Università E-Campus. Il resto dipende dal contesto in cui una persona vive, che influisce su alimentazione, accesso al cibo sano, tempo disponibile e possibilità economiche.
Questa complessità emerge ancora di più osservando cosa accade dopo la perdita di peso. Circa l’80% delle persone che dimagriscono attraverso interventi sullo stile di vita tende a recuperare il peso perso entro pochi anni. Il motivo non è solo comportamentale, ma anche biologico. Il corpo, infatti, reagisce alla perdita di peso attivando meccanismi di compensazione: rallenta il metabolismo per risparmiare energia, aumenta gli ormoni della fame e riduce la sensazione di sazietà. In questo modo, l’organismo tende a riportarsi verso il peso precedente. Come spiega Watanabe, «a volte servono fino a 10 anni per modificare il metabolismo».
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Uno stigma che impedisce di riconoscerla come malattia
Accanto alla dimensione biologica c’è quella sociale, che contribuisce a rendere il fenomeno ancora più difficile da affrontare. Come ricorda Moncini, riprendendo il titolo di un articolo dell’Huffington Post di Patrick Corrigan, «lo stigma del peso è una delle ultime forme di discriminazione socialmente accettata». Questo perché nell’immaginario comune si tende a ritenere la perdita di peso facilmente controllabile e quindi legata alla volontà individuale. Da qui nasce l’idea di pigrizia o eccesso alimentare. Si crea così quella che viene definita trappola della controllabilità, ovvero partendo da un presupposto errato si elimina l’empatia e si genera un giudizio. Lo stigma si manifesta in modo concreto anche nelle immagini e nella comunicazione. Basta cercare immagini di persone con obesità su Google per rendersi conto che le persone con obesità vengono spesso rappresentate senza volto, di spalle o associate al cibo. Tutto questo rafforza l’idea di una condizione legata a colpa individuale.
Farmaci e conseguenze dello stigma
Questo giudizio non resta solo culturale, ma ha conseguenze dirette sulla salute. Oltre ad aumentare fino al 60% il rischio di morte nelle persone che subiscono discriminazione legata al proprio peso, la stigmatizzazione colpisce anche chi utilizza farmaci, spesso percepiti come una «scorciatoia». I trattamenti farmacologici agiscono su meccanismi ormonali complessi che regolano fame e sazietà, coordinando segnali tra cervello, pancreas e stomaco. Tuttavia, sono efficaci solo se inseriti in un percorso strutturato che includa alimentazione, attività fisica e supporto medico multidisciplinare. Un altro rischio è quando lo stigma viene interiorizzato perché aumenta così il rischio di depressione, di comportamenti alimentari disfunzionali e la probabilità di non intraprendere o abbandonare i percorsi terapeutici.
Una legge italiana, ma non basta
In Italia, l’obesità è stata riconosciuta come malattia cronica nel 2025 con la Legge Pella, segnando un passaggio simbolico importante. Non si tratta però solo di un riconoscimento formale, perché cambia il modo in cui il Sistema Sanitario Nazionale deve affrontare il problema. Tuttavia, la traduzione concreta di questo riconoscimento è ancora incompleta. Secondo gli esperti mancano percorsi strutturati di presa in carico, così come una definizione chiara di chi debba sostenere i costi delle terapie. Il rischio, secondo diversi osservatori, è che il riconoscimento resti principalmente sulla carta.
La Lombardia, intanto, ha presentato proprio ieri un primo modello regionale per la presa in carico dell’obesità sul territorio e l’accesso ai nuovi farmaci. Tra le misure previste ci sono la definizione di una rete assistenziale strutturata e la possibilità di garantire terapie gratuite o in compartecipazione per i pazienti più fragili.

