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Caso Delmastro, la Camera salva l’ex sottosegretario: negato l’uso delle chat per la procura. Protesta show dei 5 stelle

voto delmastro
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Passa con 206 sì e 133 no la relazione della Giunta che respinge la richiesta dei magistrati, senza che i commissari abbiano potuto leggere i nuovi atti inviati dalla Procura. Pd, M5s e Avs chiedono a sorpresa lo scrutinio segreto, si valuta il ricorso alla Consulta
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Si chiude il caso Delmastro, almeno tra le mura di Montecitorio. Con 206 voti favorevoli e 133 contrari, l’Aula ha approvato la relazione della Giunta per le autorizzazioni che proponeva di negare alla Procura di Roma il sequestro e l’utilizzo delle chat tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove e Mauro Caroccia, ritenuto dagli inquirenti il prestanome del clan Senese.

La votazione si è svolta a scrutinio segreto, chiesto all’ultimo momento da Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, nonostante in mattinata maggioranza e opposizioni sembrassero orientate verso il voto palese. Il risultato ha confermato la linea del centrodestra e ha lasciato le conversazioni fuori dalla portata della Procura. Un’epilogo mantiene intatto il paradosso che ha accompagnato gli ultimi giorni della vicenda: la Camera ha deciso di impedire l’acquisizione di una documentazione che i componenti della stessa Giunta incaricata di istruire il caso non hanno potuto leggere.

Il presidente Devis Dori, ieri 4 agosto, in inferiorità numerica, aveva evitato di mettere ai voti l’accessibilità degli atti per non creare il precedente di una maggioranza parlamentare chiamata a stabilire quali documenti possano essere conosciuti dall’organo di garanzia. Il centrodestra ha comunque bocciato la riapertura dell’istruttoria dopo la lettera invitata dal procuratore capo Francesco Lo Voi, rendendo impossibile esaminare il materiale.

La linea della maggioranza: «Nessuno scudo, la legge sia rispettata»

Negare l’acquisizione, ha sostenuto in Aula il relatore di maggioranza Pietro Pittalis, di Forza Italia, «non impedisce all’autorità giudiziaria di procedere con gli accertamenti attraverso gli strumenti consentiti dall’ordinamento». Parlare di uno «scudo per ostacolare il lavoro della magistratura» sarebbe, secondo Pittalis, un argomento «inconsistente e pericoloso»: «Difendere l’articolo 68 significa pretendere che la legge sia rispettata».

Sulla stessa linea la Lega. Laura Cavandoli definisce quella della Procura una richiesta carente, perché non specificherebbe le applicazioni di messaggistica interessate né l’arco temporale delle conversazioni da acquisire: «Mi pare tanto una richiesta a strascico». Il fronte contrario all’acquisizione si è allargato anche a Futuro Nazionale. Roberto Vannacci, intervenendo in una conferenza stampa convocata alla Camera proprio in quei minuti, ha annunciato il voto contro la richiesta dei magistrati, invitando però Delmastro a rendere spontaneamente disponibili le conversazioni: «Siamo contrari ai privilegi della casta».

Dall’opposizione Italia Viva e Azione si sono invece schierate a favore dell’utilizzo delle chat. Secondo Matteo Richetti, capogruppo del partito di Carlo Calenda, «il sottosegretario alla Giustizia non può costituire, senza saperlo, società con la figlia di un prestanome già condannato in via definitiva» e devono perciò essere impiegati tutti gli strumenti disponibili per chiarire la vicenda. Una chiosa alle polemiche sull’assenza del deputato di Azione Antonio D’Alessio durante il precedente voto nella Giunta per il Regolamento.

Le bende di Avs e i cellulari del M5s

L’esame in Aula è stato accompagnato da numerose proteste delle opposizioni. Durante l’intervento di Elisabetta Piccolotti, i deputati di Avs hanno indossato bende bianche sugli occhi. «Non è possibile chiudere gli occhi agli italiani, non si può bendare l’Italia», ha detto la parlamentare, prima che la presidente di turno Anna Ascani invitasse il gruppo a rimuoverle. Per Piccolotti, «la barbarie» non sarebbe l’apertura delle conversazioni private, ma «impedire in Italia, nell’anno 2026, le indagini sulla mafia».

Giuseppe Conte invece, dopo aver accusato la maggioranza di costruire «uno scudo per gli amici di partito», è stato protagonista di un piccolo inciampo. L’ex premier ha contestato l’assenza degli esponenti dell’esecutivo dai banchi del governo, chiedendo perché Giorgia Meloni non fosse presente. Ma la presidente di turno gli ha ricordato che, trattandosi di una deliberazione interna della Camera, la presenza del governo non era prevista. «Il mio era un giudizio politico, non tecnico», ha replicato Conte, ricordando che Meloni è anche deputata.

«La maggioranza si appresta a scudare un amichetto di partito comprimendo il diritto di difesa di un cittadino», ha proseguito Conte, riferendosi alla tesi di Caroccia secondo cui le conversazioni potrebbero avere anche valore difensivo. Poi la provocazione al centrodestra: «Dai, fuori queste chat, un po’ di dignità. Tirate fuori i cellulari». Alla fine dell’intervento dell’ex premier, senatori e deputati 5 stelle, sia in Aula a Palazzo Madama sia a Montecitorio, hanno sollevato i cellulari richiamando la campagna #fuorilechat promossa in queste settimane dal Movimento. Dopo l’esito del voto, i deputati M5s, con i telefoni alzati, si sono diretti sotto i banchi della maggioranza tra urla e proteste.

Schlein: «Non vi chiediamo di fare un processo»

«Avete in questi giorni creato un precedente gravissimo perché avete impedito ai parlamentari della Giunta per le autorizzazioni di prendere visione di documenti che erano stati inviati dalla Procura alla Camera proprio perché la Giunta li valutasse», ha puntato il dito la segretaria del Pd Elly Schlein. «Nessuno sta chiedendo a quest’Aula di fare un processo, non è il nostro mestiere. Stiamo chiedendo soltanto di far fare ai magistrati il loro mestiere e ai parlamentari della Giunta il loro». Per la segretaria dem siamo di fronte a «due pesi e due misure»: «Giustizialisti con gli avversari e ipergarantisti con i propri colleghi di partito». «Se lo stesso Delmastro ha detto di non avere niente da nascondere, perché lo state nascondendo voi?», ha chiesto Schlein alla maggioranza.

La risposta di Fratelli d’Italia è stata affidata al capogruppo Galeazzo Bignami, che ha accusato a sua volta Pd e M5s di «doppiopesismo». Poi ha rilanciato rivolgendosi a Conte: «Fuori le chat sugli affari delle mascherine». Il riferimento è alla querelle sull’audizione del leader M5s in commissione Covid, calendarizzata domani alle 11 dopo giorni di polemiche.

L’inchiesta “Bisteccheria d’Italia”: le accuse e il ruolo di Delmastro

La vicenda affonda le sue radici nei primi mesi dell’anno, quando un’inchiesta giornalistica aveva fatto luce sulle quote societarie del ristorante “Bisteccheria d’Italia”, intestate a Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia (quest’ultimo attualmente detenuto per condanne definitive legate alla criminalità organizzata). La Procura ipotizza che Miriam fosse solo una figura di facciata e che il reale gestore dell’attività fosse il padre Mauro, impossibilitato ad aprire nuove aziende per via dei suoi precedenti penali. Delmastro, che non risulta indagato, è stato in passato socio del locale. L’esponente di FdI si è poi dimesso da sottosegretario alla Giustizia lo scorso marzo a seguito delle polemiche scaturite. Durante il sequestro dello smartphone di Mauro Caroccia, sia l’uomo che la figlia hanno indicato l’esistenza di una chat di gruppo impiegata per la gestione quotidiana del locale, della quale avrebbe fatto parte anche il deputato.

Lo scontro sulla Giunta per le Autorizzazioni e le relazioni diffuse

Per poter accedere ai messaggi di un membro del Parlamento, la Procura necessita dell’autorizzazione preventiva della Camera, come tutelato dall’Articolo 68 della Costituzione. La Giunta si è spaccata in due blocchi contrapposti: da una parte la maggioranza, con una relazione firmata da Pietro Pittalis (Forza Italia), in cui sostiene che la richiesta dei magistrati debba essere respinta poiché manca la dimostrazione di una reale «indispensabilità» delle chat ai fini dell’indagine, si rischia di violare la riservatezza su conversazioni estranee al procedimento giudiziario e perché gli inquirenti disporrebbero già di strumenti sufficienti, tra cui visure societarie e flussi finanziari. Dall’altra parte della barricata ci sono le minoranze, con le relazioni di Federico Gianassi (PD) e Carla Giuliano (M5S), favorevoli all’autorizzazione. Per le opposizioni, l’accesso ai messaggi rappresenta un atto d’indagine proporzionato e indispensabile per fare piena luce sulla vicenda.

Il “giallo” delle chat consegnate e la mossa del Procuratore Lo Voi

Il caso si è arricchito di un ulteriore capitolo quando l’avvocato di Caroccia ha consegnato spontaneamente in Procura la chat tra il suo assistito e il deputato. La situazione si è ulteriormente complicata dopo la lettera inviata al Presidente della Camera Lorenzo Fontana da parte del Procuratore Capo di Roma, Francesco Lo Voi. Nella missiva, Lo Voi ha ribadito la necessità di analizzare quei dati, ricordando anche che Delmastro stesso si era detto pronto a mostrare i messaggi per dimostrare di «non aver nulla da nascondere». La Procura aveva quindi chiesto di poter acquisire dal telefono la corrispondenza con Delmastro, per verificarne l’origine, l’integrità e la completezza e accertare che i messaggi prodotti dalla difesa corrispondessero effettivamente alle conversazioni conservate sul dispositivo. Con il voto della Camera, questa possibilità viene oggi negata.

La partita può spostarsi alla Consulta

Il caso, però, potrebbe non concludersi con il no di Montecitorio. I partiti di opposizione stanno valutando la possibilità che i propri componenti della Giunta sollevino davanti alla Corte costituzionale un conflitto di attribuzione, non contro il merito politico del voto finale, ma contro la decisione che ha impedito loro di conoscere la documentazione sulla quale erano chiamati a svolgere l’istruttoria. Non è escluso che anche la Procura di Roma possa valutare la stessa strada.