La storia dietro il mito: così «la Locomotiva» di Guccini è diventata l’inno di generazioni – I video
«L’ho scritta In venti minuti. Eppure è lunghissima: tredici strofe. Ma ogni volta che ne finivo una, mi venivano in mente le rime di quella successiva. All’ultima ero stremato. Una canzone nata fortunata». Così Francesco Guccini – scomparso oggi all’età di 86 anni descriveva al Corriere della Sera la composizione di uno dei suoi brani più noti, La locomotiva. Un brano che ormai fa parte della tradizione cantautorale italiana tutta, puro dna appartenente alla nostra cultura popolare. «L’hanno pure tradotta in catalano. La locomotora – racconta ancora – Nel 1977, poco dopo la morte di Franco, mi capitò di cantarla a Barcellona, in un bar sulle Ramblas. Si fermò ad ascoltarmi un gruppo di giovani baschi. Quando citai “la fiaccola dell’anarchia”, impazzirono».
La storia di Pietro Rigosi
Grazie a Guccini la storia (vera) del ferroviere anarchico Pietro Rigosi da Poggio Renatico, che il 20 luglio del 1893 ruba una locomotiva per andarsi a schiantare per protesta nella stazione di Bologna è diventata a tutti gli effetti una leggenda. Rigosi poi venne deviato su un binario morto e si schiantò contro un paio di carrozze in sosta, non morì ma si fece due mesi in ospedale dal quale uscì con il volto sfigurato ed una gamba in meno. Pare che quando venne recuperato dalle macerie disse «Che importa morire? Meglio morire che essere legato!», ma anche questa potrebbe essere solo un’altra ombra del mito che avvolge la sua figura e la sua storia.
L’album Radici
In realtà i giornali dell’epoca liquidarono la faccenda come il gesto di un folle, solo Guccini trovò questo racconto particolarmente poetico, decidendo così di dedicargli una canzone, La locomotiva appunto, contenuta nell’album Radici (1972), che certificherà non solo un successo assai più largo, ma anche il carattere, l’essenza artistica, del cantautore modenese. Il brano dura 8 minuti e Guccini lo utilizzava quasi sempre come chiusura dei suoi concerti, si tratta del più noto tra i brani politici dell’artista che ci ha appena lasciati, «Ma io non pensavo al comunismo – spiega ancora al Corriere della Sera – pensavo ad Addio Lugano bella di Pietro Gori, a Nel fosco fin del secolo morente di Luigi Molinari, che per quella canzone finì in carcere, con l’accusa di aver acceso i moti in Lunigiana del 1893».
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Tutti canti della tradizione anarchica, brani che mettono in mostra la bellezza antica del gesto epico, non a caso La locomotiva si chiude con il verso «E che ci giunga un giorno ancora la notizia di una locomotiva come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia».

